venerdì 10 luglio 2020

APPELLO A TUTTI GLI UOMINI E LE DONNE DI BUON SENSO - E' giunta l'ora di farci sentire. #LIBERIEOMOSESSUALI #RESTIAMOLIBERI




Il giorno dopo la mia lettera ai deputati contro il DDL sull’omotransfobia, mi ha contattato un amico che conosco da tempo per parlare con me di quella legge: questo amico, anche lui omosessuale, lavora da anni con il mondo della moda dal quale è stato sempre emarginato per le sue idee. “È terribile!” mi ha detto. “Se questa legge passa, nessuno come noi potrà più parlare. Cosa possiamo fare? Non voglio che un giorno qualcuno possa accusarmi di non aver parlato quando potevo”.

Capivo la sua preoccupazione, certo che la capivo. Gli ho detto che ci avrei pensato, che lo avrei preso sul serio. Ed è per questo che sto scrivendo.

Perché vedete, le persone come lui sono tante: uomini e donne che pur bazzicando la vita gay in varia misura, non ritengono che una legge del genere faccia il loro bene. La loro testimonianza, in questo momento, è più importante della mia, perché spezza l’idea che a preoccuparsi qui, siano solo i cattolici. Come se la libertà di parola non fosse un diritto di cui godiamo tutti.

Questa non è una legge che colpirà solo alcuni con una particolare fede, ma tutta l’umana società, poiché essa, non chiarendo cosa sia omotransfobia o cosa sia atto discriminatorio, potrebbe limitare uno dei diritti inalienabili dell’uomo: la libertà di pensiero e di opinione.

E quindi se colpisce tutti, tutti siamo chiamati a fare la nostra parte. Insieme.

Molti si sono esposti già e le testimonianze controcorrente non sono mancate: J. K. Rowling, definita transfobica per le sue affermazioni (qui l’articolo) difesa pubblicamente dalla trans Blaire White; le lesbiche italiane attaccate da gay e trans per aver rivendicato l’evidenza del loro sesso biologico (qui la loro lettera ai deputati); transessuali come Buck Angel, pornoattore americano che dichiara che “negare il sesso biologico è davvero transfobico”, fino ad arrivare in casa nostra con le recenti dichiarazioni di Platinette, nota Drag queen (qui l'intervista), di Mario Ravetto, componente dell’assemblea nazionale di Fdi e di Sandro Mangano, ex presidente dell’Arcigay Catania, entrambi omosessuali dichiarati e contrari alla legge (qui l'intervista l’articolo).

Tutte voci importanti, ma disorganizzate, isolate: come singoli colpi di pistola sparati contro un bombardamento aereo.

Come fare? Come chiamare a raccolta tutti gli omosessuali che vogliano opporsi a questa legge in modo organizzato e funzionale? Mentre stavo cercando una strada, fra i tanti amici che avevo su Facebook l’algoritmo ha iniziato a mandarmi i post di una persona che conoscevo tanto tempo fa, ma che avevo perso di vista: Umberto la Morgia, Consigliere della Lega in Emilia Romagna. Umberto è gay dichiarato e da un anno a questa parte è ostracizzato dalla comunità LGBT per il suo colore politico e le sue idee contro il gender e a sostegno della famiglia tradizionale.

I suoi interventi regolari mi hanno colpito perché acuti, lineari, vividamente lucidi. Mi ha colpito in particolare l’intervista a Fanpage nella quale denuncia gli attacchi e le offese subite dagli attivisti gay a causa del suo orientamento politico (qui il link).

Seguendolo sui social ho potuto vedere, tuttavia, le centinaia di riscontri positivi che tanti altri omosessuali gli mandavano, rivedendosi nelle sue posizioni. Un universo di gente che si trova accomunata da una grande onestà intellettuale che li porta ad amare la democrazia e la libertà di pensiero. La schiettezza con cui in tanti si sono esposti a suo sostegno, mi ha convinto che forse era proprio con Umberto che avremmo potuto iniziare qualcosa di nuovo, per raccogliere e catalizzare il grido di tutte queste persone perché diventasse un coro assordante, il cui suono rimbombi così forte da non potere più essere ignorato.

Così gli ho scritto per proporgli di organizzare una “controffensiva” insieme. E lui ha accettato.

È giunto il momento di invitare chiunque si senta pronto per esporsi, a farlo. Le persone come me e Umberto La Morgia sono molte, di ogni credo e colore politico, e la nostra voce è la più importante in questo dibattito, poiché smentisce l’idea che una legge sull’omofobia sia necessaria e voluta da tutte le persone omosessuali.

Se anche tu ti ritrovi in questo pensiero, noi qui oggi ti chiamiamo a prendere posizione: non importa se credi in un Dio o in nessun Dio; se ti ritieni omosessuale o ex omosessuale; se sei sposato o fidanzato, con persone del tuo stesso sesso o di quello opposto, di destra o di sinistra; transessuali, travestiti, o ex tali.
Non importa che tipo di vita tu conduca nel privato; non mi interessa che tu creda nella castità, nella promiscuità o nella fedeltà; che credi in una genesi dell’omosessualità, o che pensi di essere nato così: basta che tu sia onesto.
Basta che tu riconosca che, a prescindere da quale sia il tuo pensiero sull’omosessualità che provi o hai provato, l’importante è che un domani ciascuno di questi pensieri possa avere ancora una voce nel dibattito pubblico, come ogni democrazia prevede.

Domani torneremo a scontrarci, non saremo d’accordo, ci batteremo per testimoniare quale strada secondo noi sia migliore per vivere: ma se questa legge sull’omofobia passerà, nessun dibattito sarà più possibile, nessuna opinione ammessa, nessun pensiero libero di esistere.

Oggi mettiamo da parte ciò che ci divide, per difendere ciò che ci unisce: tutti esseri umani in grado di riconoscere un sopruso, quando ne vediamo uno.
Se anche tu credi nel valore della democrazia e della libertà di espressione, allora noi ti chiediamo di farti avanti, con il tuo volto, il tuo nome, la tua posizione, per fare ciò che fecero i musulmani moderati in Francia dopo gli attentati di Parigi: not in my name.

Usando l’hashtag #liberieomosessuali e #restiamoliberi scrivete un post sui social oppure fate un video di pochi secondi nel quale dite chi siete e cosa fate e perché questa legge vi coinvolge: dichiarate il vostro orientamento e perché da persone che provano o hanno provato attrazione per lo stesso sesso, o hanno una disforia di genere, non volete questa legge.

Niente anonimato, niente nickname. Solo la verità.
Se i gruppi LGBT vogliono ridurci a un’etichetta, allora io vi dico: usiamo quell’etichetta per dimostrare che non ci incasella davvero.

Non siete i soli. Siamo molti più di quanti pensiate.

Un solo uomo, una sola donna, possono essere colpiti, zittiti, infangati. Ma se quell’uomo o quella donna hanno un esercito di compagni al loro fianco, allora vedrete, non potranno metterci a tacere tutti.

È giunta l’ora di fare noi ciò che nessuno vuole fare per noi: difenderci da soli, riprenderci la responsabilità di uomini e donne che si battono per ciò in cui credono; mostrare al mondo che questi omosessuali non sono diversi da ogni uomo o donna degno di questo nome che abbia vissuto sotto questo cielo e fatto la Storia.

Io, insieme a Umberto la Morgia, vi invitiamo a prendere posizione, al fianco di tutti quelli che già lo stanno facendo. E vi aspettiamo l’11 Luglio in moltissime piazze italiane (qui l'elenco) e il 16 a Roma per manifestare con la nostra presenza il nostro dissenso.

Siate evidenti, siate visibili, siate riconoscibili: fate la differenza.
Combattete con noi.
Combattete per la libertà.

#liberieomosessuali #restiamoliberi

martedì 16 giugno 2020

LETTERA DI UN OMOSESSUALE PER LA LIBERTÀ - Agli onorevoli deputati, contro il DDL sull'omofobia: "non privateci della dignità di esseri umani".



Agli Onorevoli Deputati,

mi chiamo Giorgio Ponte, ho 36 anni, sono uno scrittore, un insegnante e sono anche una persona con attrazione omosessuale.

Non sono un giurista, e tuttavia ho deciso di dare il mio contributo sul DDL Scalfarotto/Zan per il reato di omofobia, essendo direttamente coinvolto dal suo contenuto. Ho creduto infatti che ascoltare la storia di una persona che questa condizione la vive, potesse aiutarvi nel decidere se tale norma custodisca un reale bene, non solo per le persone omosessuali, ma per la società intera. Poiché, ve lo anticipo, per l’esperienza mia e di molti come me, essa rischierebbe di essere più un danno che una tutela. Tuttavia prima di decidere se quanto dico abbia senso, vi prego di avere la pazienza di arrivare fino in fondo a questa lettera e alla mia storia, per capirne le ragioni.

Sono nato in una famiglia del sud, ultimo di quattro figli molto più grandi di me. I miei genitori hanno amato sia me che i miei fratelli di un amore totale e incondizionato, e tuttavia nel farlo non hanno potuto prescindere dalle ferite che loro stessi si portavano dietro e dai molti contraccolpi che la vita aveva loro inferto.

Il desiderio disperato di figure maschili con cui identificarmi e che mi dessero un’attenzione che non trovavo in casa per come avrei voluto, mi fece presto sviluppare una confusione sul mio genere di appartenenza, seguita poi da una forte attrazione per gli uomini. Ero un bambino molto solo e perennemente insicuro: abituato a stare con adulti, avevo imparato a parlare come loro, rendendomi un alieno rispetto ai miei coetanei. 

Qualcuno oggi direbbe che fui vittima di omofobia. La verità è che appartenevo solo all’immensa schiera di ragazzini fragili che da sempre a scuola vengono bullizzati da altri più fragili di loro: ciccione, secchione, con gli occhiali, l’apparecchio, scarso nello sport… la mia storia non è diversa da quella di tanti altri che mi hanno preceduto e seguito. E come molti di loro, era solo questione di tempo prima che qualcuno fuori di casa si approfittasse di tutto questo.

Dagli undici ai quattordici anni fui vittima di abusi da parte di uomini più grandi, molto più grandi di me, per diverse volte e su diversi mezzi che mi portavano a scuola.  Per anni ho portato il peso di quegli episodi, dei quali mi sentivo corresponsabile per la mia attrazione omosessuale. Una cosa che ho poi scoperto essere comune in molte storie di abusi.

Se vi racconto queste cose non è per suscitare in voi sentimenti di commiserazione o pietà, ma solo per dirvi che io so cosa sono violenza, dolore e prevaricazione. Ed è proprio perché so che tipo di meccanismi generino, che non credo che una legge contro l’omofobia faccia il bene di chi le ha subite. Ma per capire il perché, vi prego ancora di sospendere il giudizio e continuare a leggere.

All’inizio la tentazione fu di riversare la mia rabbia su tutti, usandoli a mio piacimento, solo in virtù del fatto che io avevo sofferto più di loro (così pensavo), e questo mi rendeva diverso. In un certo senso mi rendeva persino migliore.

Un sentimento questo che riconosco amplificato e moltiplicato nei movimenti gay, dove le ferite dei singoli si sommano diventando ferite di una collettività, e tutti ci si muove alla ricerca di un capro espiatorio che paghi per il male che qualcuno ci ha fatto quando eravamo bambini o adolescenti, e che non appaga mai quel desiderio di riscatto che alla lunga diventa desiderio di vendetta, poiché la ferita da cui esso è generato rimane scoperta e sanguinante.

Anche io vivevo così: io, e io solo, avevo il diritto di pretendere, di arrabbiarmi, di lamentarmi. E soprattutto il diritto di arrendermi.

Diventai egoista e prevaricatore. Ma ciò che era peggio, avevo fatto di me un fallito.  Continuavo senza accorgermene ad autosabotarmi in tutto ciò che facevo per confermare quell'immagine di bambino abusato, solo e triste, vittima della vita e per questo autorizzato a non vivere. Come se non bastasse, quei primi abusi subiti, innestandosi sul mio bisogno di amore, mi avevano inconsciamente “insegnato” che se volevo ricevere attenzione e affetto da un uomo, il sesso era l’unica modalità per averli.

Non conoscevo l’amicizia. Soprattutto non sapevo cosa fosse l’amicizia con gli altri uomini, terrorizzato com’ero da loro, per quelle prime esperienze subite e per il ricordo dei miei compagni di quand’ero bambino, mai abbastanza maturi per accorgersi di me e del mio dolore. 

Mi stavo destinando all’infelicità, permettendo così ai miei carnefici di continuare a condizionare la mia vita, anche molti anni dopo che essi non c’erano più.

Finché a un certo punto qualcuno si accorse di quel dolore e seppe prendersene cura. Ed è a causa di questo evento che oggi io vi chiedo di non approvare una legge sull’omofobia. Ciò che allora accadde a me infatti, se una legge simile passasse, adesso non sarebbe più possibile per altri.

In un’epoca in cui, seppur a fatica, si potevano ascoltare pluralità di voci diverse su questi temi e non era ancora di moda dire che ogni cosa che si prova va assecondata, qualcuno invece di imprigionarmi dietro a un pietoso “poverino”, ha provato a entrare con me nel mio dolore, nella mia storia e si è chiesto perché provassi ciò che provavo, partendo dal presupposto che nessun desiderio è in sé una colpa, ma esso è importante perché dice qualcosa su di noi.

Quel qualcuno è stato la Chiesa. Attraverso uomini e donne che hanno avuto per me sufficiente amore da non permettermi di piangermi addosso, reputandomi all’altezza dell’esistenza e scuotendomi dal mio vittimismo. La Chiesa mi ha reso un uomo, nel senso più profondo del termine: non perché eterosessuale, ma perché di nuovo protagonista della mia vita.

Io ero degno di attenzione e rispetto quanto gli altri, ma non di più.

Quella tanto auspicata “uguaglianza” di cui i movimenti LGBT si erano sempre fatti sostenitori a parole, io la stavo vivendo grazie alla prima Istituzione che ai loro occhi avrebbe dovuto odiarmi. Non ci furono forzature, né richieste di “cambiamento” (dell’orientamento, s’intende. Perché l’atteggiamento nei confronti della vita, quello sì doveva cambiare, se volevo essere felice!); non ci furono nemmeno buonismi e facilitazioni: io ero uomo come gli altri e ciò che era chiesto a me era ciò che è chiesto ad ogni singolo uomo sulla faccia della terra, dalla sua Chiesa, come dalla vita.

E così faticosamente ricominciai a vivere, a sperare, a gioire, a godere delle cose. Mi fu restituito ciò che pensavo fosse perduto: il rapporto con mio padre, amici maschi che mi amassero in profondità, la consapevolezza dalla mia forza. E sopra ogni cosa la responsabilità della mia vita.

Non diverso da com’ero, ma al meglio di ciò che potevo essere, perché cosciente del significato che aveva la mia omosessualità nella mia storia: non un’identità, ma una piccola parte di me; il segno di una ferita che parlava di un bisogno legittimo del mio cuore.

Desideravo essere riconosciuto e amato dagli altri uomini, non più attraverso il sesso, ma nella libertà che non cerca di possedere l’altro. E finalmente qualcuno mi stava permettendo di fare esperienza di quell’amore.

Bene, direte voi, buon per te, ma cosa ha a che fare questo con la legge sulle discriminazioni contro le persone omosessuali? Molto in effetti.

Perché vedete, onorevoli deputati, se una legge contro il reato di omofobia dovesse passare, da domani tutto questo non sarebbe più possibile né raccontarlo, né tantomeno viverlo. Per nessuno. Poiché per intraprendere un cammino del genere, io sono dovuto partire dalla consapevolezza che la mia omosessualità non fosse innata, e questo è uno di quei concetti che sempre più vengono messi al bando a livello mondiale, bollati come omofobi, appunto, dalle comunità LGBT, persino quando a sostenerli sono centinaia di migliaia di persone omosessuali in tutto il mondo, anche non credenti.

E ciò che è capitato a me da quando ho deciso di raccontare la mia esperienza, ne è la conferma: cinque anni fa infatti, ho scelto di espormi nel dibattito pubblico per permettere ad altri di sapere quelle cose che a me era costato anni di lacrime e sangue scoprire.

Da quel momento insulti e minacce sono piovute su di me, sui miei cari, su chiunque mi sostenesse. “Ucciditi”; “Tua madre avrebbe dovuto abortire”; “Ma perché non ti tagli le vene?” sono solo alcuni, tra quelli che il contesto di una simile lettera mi permetta di riferirvi. Ciò che mi ha fatto più male però e che simili parole non siano arrivate dai “cattolici oltranzisti e omofobi”, ma da fratelli attivisti dell’associazionismo gay: cioè da chi oggi vorrebbe far passare una legge che dovrebbe impedire l’odio contro le persone omosessuali.

Quando una simile legge passerà, chi mi difenderà da questa violenza? In quanto persona con attrazione omosessuale, sarà omofobo colpirmi o sarò io l’omofobo? E nel caso, in base a quale criterio oggettivo un giudice potrà stabilirlo?

Badate, non cascherò anche io nella logica della vittima che ha bisogno di tutele speciali: sapevo cosa mi aspettava quando ho scelto di espormi, e me ne sono assunto i rischi. Inoltre a fronte di tutto quel male, ho potuto aiutare tantissimi fratelli di ogni età e condizione, a trovare le risposte che qualcuno aveva loro consapevolmente nascosto, e questo valeva il prezzo di ogni singola offesa.

Non temo chi mi insulta e paradossalmente qui difendo anche la sua libertà di farlo.

Oggi non scrivo infatti per difendere la mia fede, ma la democrazia stessa. Se credete che questo sia un problema che riguarda solo gli omosessuali cattolici, vi sbagliate: in questi giorni le lesbiche sono state attaccate per aver rivendicato il loro essere donne rispetto alle trans, che donne lo “diventano”. L’effetto è stato che gay maschi e trans vorrebbe togliere la “L” di lesbica dalla sigla LGBT.

Ditemi, onorevoli deputati, se una legge così passasse, anche le lesbiche saranno accusate di omofobia? E cosa faranno a quel punto le femministe? Accuseranno i gay di sessismo diventando anche loro omofobe o difenderanno le trans, diventando lesbofobe?

Quale reato sarà peggiore, quale “categoria umana” più meritevole di protezione?

Non è retorica, è già realtà: questo è il mondo che ci attende se una norma così verrà approvata; un mondo dove per tutelare tutti, nessuno sarà più libero di dire nulla.

È ovvio che nessuno può tollerare che una persona sia picchiata, vessata, o licenziata per il suo orientamento sessuale o per qualsiasi altra scelta personale. Ma un simile comportamento è già punito dal nostro ordinamento per chiunque ne sia l’esecutore, mentre fare una norma apposita, in questo modo peraltro, rischia di considerare violenza anche ciò che è solo un’opinione contraria, partendo dal presupposto che, contrastare con l’opinione di qualcuno, sia in sé un sintomo di odio verso di lui, mentre il più delle volte è solo segno di libertà interiore e talvolta anche di amore.

Onorevoli deputati io qui non vi chiedo di condividere i miei valori o le mie convinzioni: io vi chiedo di permettere a persone come me, omosessuali tanto quanto quelli che la legge l’hanno proposta, di poter continuare a raccontare le loro storie, senza rischiare il paradosso di finire incriminati per il reato di omofobia, o di “fautore dell’odio” come questa legge permetterebbe di fare.

Io vi chiedo che non sia negata la pluralità di voci e informazioni che uno stato democratico dovrebbe garantire ai suoi cittadini, e che a me in altri tempi ha salvato la vita.

Io vi chiedo di non approvare una legge che nella sostanza compia la più grave discriminazione che gli stessi attivisti LGBT per anni si sono battuti per eliminare: sottolineare la diversità degli omosessuali rispetto a qualsiasi altro essere umano.

Infatti dal giorno dopo in cui essa sarà approvata essere picchiati o insultati o isolati perché grassi, magri, brutti, ingenui, stupidi… sarà meno importante di quanto non lo sia subire ciascuna di queste terribili cose perché ti piace una persona del tuo stesso sesso.

È giustizia questa? È equità? È uguaglianza?

Mi rivolgo a chi tra voi è omosessuale: davvero vogliamo questo? Essere considerati un’umanità a parte, solo per le nostre preferenze sessuali? Non sarà forse questa legge una ragione in più per attirare addosso a chi ha attrazione omosessuale odio e desiderio di vendetta per una simile prevaricazione? Non ci isolerà ancora di più impedendoci di essere pienamente noi stessi, uomini integrati nella società, che non hanno bisogno di ghetti e riserve protette?

Se questa legge passerà, oltre a privare l’intera società della libertà di espressione, voi contribuirete a cambiare la percezione che le future generazioni avranno di sé stesse, privandole del diritto fondamentale di riconoscersi come uomini e donne, riducendoli alla loro attrazione sessuale, omo e non, e dicendo loro nella sostanza che c’è un mondo che li odia dal quale non avranno mai la forza di difendersi se non tappandogli la bocca.

Alcuni che erano amici si troveranno ad essere nemici, ci saranno nuove vittime e nuovi carnefici e la spirale dell’odio non si fermerà. Perché la chiave della risoluzione dei conflitti non sta nel tappare la bocca al nostro avversario, ma nel permettere che il conflitto stesso esista, poiché esso è il fondamento di un sistema libero, sapendo che un avversario non sempre è un nemico.

Non siate coloro che per tutelare il supposto bene di qualcuno, hanno ucciso la libertà di tutti, finendo col colpire persino coloro che pensavano di proteggere.

Vi imploro non da persona con attrazione omosessuale, ma da uomo, da cittadino che parla ai suoi rappresentanti, siate per i vostri figli ciò che la Chiesa fu per me; siate quegli uomini e quelle donne coraggiose nei quali i nostri figli un giorno possano desiderare di identificarsi.

Fate una cosa coraggiosa.

Fate la cosa giusta, perché tutti possiamo essere davvero liberi.



sabato 20 luglio 2019

"UN UOMO A META'" racconto pubblicato per la rivista Il Timone. Luglio 2019


La rivista "Il Timone" ha chiesto a me e ad alcuni altri autori un racconto breve che parlasse di Vita e celebrasse il cinquantesimo dell'Allunaggio. Ripubblico qui per voi il contenuto del racconto che è stato pubblicato sull'edizione online lo scorso 16 Luglio.


1962. Sera. Circolo degli Ufficiali.

“Vieni?”
La donna fissa la mano protesa verso di lei con schifo, senza alzare gli occhi. Tiene le braccia conserte sotto il seno, fasciate nei lunghi guanti di seta. Poi volge lo sguardo oltre la pista da ballo, su nel cielo. L’orchestra sta per attaccare un altro pezzo.
“Amore…” insiste lui. “Ti prego”.
Non cede. Sa che non può. Sa che se lo guarderà finirà col perdonarlo ancora. E lei non vuole.
Vittorio non la biasima. Se fosse un uomo tutto d’un pezzo la lascerebbe andare a qualcuno di migliore.
Ma lui non è un uomo tutto d’un pezzo.
Qualcosa in lui è rimasto spezzato, a metà. Come quella luna che brilla nel cielo nero. L’uomo segue lo sguardo della moglie e la vede.
In guerra la fissava spesso, pensando a lei.
Quando è tornato, Susanna è stata il suo respiro, dopo quei cinque anni in cui aveva trattenuto il fiato. Un respiro che lui aveva sporcato col puzzo d’alcool e con l’odore di altre donne. Eppure sa di amarla. Anche adesso che l’ha tradita di nuovo.
Glielo ha detto ora che è sobrio, per evitare una scenata. Non sopporta quando lei grida: lo fa ammattire e poi perde il controllo. E non vuole farle male di nuovo.
Così glielo ha detto e ora la invita a ballare, come se niente fosse.
Un uomo a metà. Un mezzo uomo. Questo è.
“Sono incinta”.
Le parole arrivano come uno schiaffo. Si volta di scatto e prima che abbia il tempo di capire, lei ha afferrato la sua mano e ora stanno già ballando. Guancia a guancia, ognuno guarda dritto oltre le spalle dell’altro: vicini e distanti a un tempo.
Mentre il corpo di Vittorio si muove da solo, tutto il suo universo si concentra in quei pochi centimetri di seta, taffetà e carne che sente premere contro il suo addome: lì avvolto in uno scrigno, il suo bimbo vive già.
Un miracolo che non merita.
“Prometto” sussurra. “È l’ultima volta”.
Lei si asciuga in fretta una lacrima. “Dovrà esserlo” dice. “Domani andiamo dal medico”.
L’uomo guarda lo spicchio che si riflette sul nero del mare. “Prometto” ripete.
Il medico non è per il bambino.


1969. Notte. Casa di Vittorio e Susanna.

Mentre corre a piedi scalzi verso il salotto, sente la canottiera appiccicata al corpicino della figlia. Quest’anno il caldo li ha raggiunti fino in montagna, dove si rifugiano da quando sono sposati.
Susanna è seduta sul divano, solo in camicia da notte. Il suo profilo è una silhouette di luce nel riverbero del televisore. “Era sveglia?” chiede voltandosi.
“Quasi” dice lui con un sorriso, affondando nei cuscini vecchi.
“A che punto sono?” mugola la piccola.
“Stanno per aprire il portello” dice la madre.
La bambina solleva la testa dalla spalla di lui e si volta a guardare. “Ma è proprio tutto vero, papà?”
“Sì, tesoro”.
“Quindi è così che è fatta? Quello che non si vede?”
“Pare di sì”.
Nessuno parla più per un po’, mentre assistono ipnotizzati.
“È bellissima” dice a un tratto la piccola. Il commento più appropriato. 
Per la prima volta un essere umano sta camminando sulla Luna.
Vittorio guarda la figlia, ora sveglia e ritta come un fuso in mezzo a loro, che fissa lo schermo. Poi guarda sua moglie.
“Sì, lo è” dice, commosso.
Susanna si volta e gli sorride, mentre il traduttore riporta la frase dell’astronauta a centinaia di migliaia di chilometri sopra le loro teste: “Un piccolo passo per l’uomo, ma un grande passo per l’umanità”.
Vittorio capisce: sì, anche per loro è stato così.
Stress post traumatico, aveva detto il medico. Le prescrivo delle gocce, tutti i giorni.
Poche gocce: una piccola cosa, un piccolo passo, e tutto era cambiato.
Gli incubi si erano fermati, i ricordi non lo tormentavano più. Niente più alcool, o sesso per stordirsi, per fuggire. Ancora una volta lei lo aveva salvato.
Vittorio prende la mano di lei e insieme la poggiano sulla schiena della piccola. La moglie sospira tornando a guardare lo schermo.
Era per quello che lei lo perdonava sempre. Lei sapeva.
La finestra è aperta. L’uomo vede fuori quel disco spezzato in cielo e per la prima volta ne distingue i contorni in ombra, persi nel buio.
Anche lui non era davvero spezzato, anche lui aveva perso nel buio una parte di sé. Susanna era stata l’unica a riuscire a guardare in quel buio, per riportarlo alla luce
L’unica ad aver camminato lì dove nessun altro era mai arrivato. Lì dove nessun altro poteva arrivare.


venerdì 7 dicembre 2018

YOKABE. "Tutti siamo in debito con qualuno". Dopo LEVI e GIAIRO il capitolo finale di Sotto il Cielo della Palestina



Quando scrivevo la prima storia di Sotto il Cielo della Palestina, nella mia vecchia stanza di Palermo (un bugigattolo che ha visto i natali anche di Io sto con Marta!, più simile allo sgabuzzino di Harry Potter che a una camera da letto) stavo solo cercando di capire se dopo sette anni durante i quali mi ero permesso di seguire altre strade, fossi ancora capace di scrivere una storia dall'inizio alla fine. Certamente non potevo pensare che dieci anni dopo quei personaggi che avevo immaginato nell'intimo della mia mente, ascoltando a ripetizione le musiche del Principe D'Egitto e di American Beauty, sarebbero entrati a far parte della vita di tante persone, toccandone il cuore in modi che non avrei mai creduto possibili.

Quella prima storia era Yokabe, in una versione molto più leziosa, ridotta e abbozzata di quanto non sia la storia che oggi vede per ultima la luce. Allora Yokabe era "solo" la storia di una ragazzina divenuta donna, che doveva lottare contro un contesto sociale che la rifiutava e il dolore di un marchio d'infamia che non poteva togliersi di dosso. Oggi questo romanzo è diventato qualcosa di più. E' la storia di una coppia, di un amore, di due esistenze che si intrecciano in una e di quanto le ferite familiari dell'uno e dell'altra si trovino a pesare su entrambi. E' una storia di peccato e di redenzione. La storia di una donna e di un uomo e del loro cammino per ritornare a vivere.

Ma più di tutto questo, Yokabe è stata a suo tempo la portavoce del mio senso di rinascita, in un momento in cui non potevo raccontare esplicitamente ciò che Dio aveva fatto per me. A lei affidai la Speranza e la gratitudine che il mio cuore voleva cantare al mondo, e che il mio pudore mi impediva di fare liberamente.

Allora non mi rendevo conto delle tante immaturità e ingenuità del testo (per fortuna o lo scoraggiamento mi avrebbe impedito di proseguire nell’impresa!), tuttavia ciò che avevo provato nell’affidare a quel personaggio il mio messaggio segreto e il modo in cui esso passava, nonostante tutto, in chi leggeva, mi convinsero che valeva la pena di ampliare quel progetto trasformandolo in una trittico di racconti.

Avevo pensato di scriverne molti di più, ma più scrivevo, più mi accorgevo che quei personaggi, che nella Storia sono esistiti davvero, mi chiedevano più spazio e tempo per essere mostrati di quanto non pensassi. Dopo un anno mi ritrovai tra le mani due romanzi brevi e un racconto, e capii che non sarei stato in pace finché non avessi trovato il modo di rendere quelle storie disponibili per chiunque avesse avuto la voglia di leggerle. Ci sono voluti dieci anni, infiniti lavori, un corso all’Università Cattolica e un altro romanzo benedetto da un inaspettato successo, perché quel desiderio trovasse compimento.

Oggi mi rendo conto che è stato un bene. Dieci anni di esperienza in più, non solo di mestiere, ma soprattutto di vita, hanno donato a queste tre storie uno spessore che il ragazzo che ero allora non avrebbe mai potuto dare loro. Proprio come capita con i figli infatti, che per quanto pensi di conoscerli, più passa il tempo e più scopri cose nuove di loro, oggi rileggendo le vicende di questi figli di "carta", li ho compresi molto più di quanto non avessi fatto quando li ho concepiti.

Con l’uscita di YOKABE questo cammino durato anni si conclude. Considerato che il motivo per cui sono salito a Milano è stato proprio riuscire a pubblicare questa raccolta, posso dire senza esagerare che a questo racconto devo quello che sono oggi. Poiché quello che sono non esisterebbe senza tutto quello che mi ha donato questa città. 

L'affido a voi, nella speranza che ancora una volta, passando di mano in mano tramite coloro che spero l’ameranno, questa storia possa girare al di là dei circuiti più noti, raggiungendo coloro ai quali può fare bene leggerla. 

Con l'augurio che qualcosa di essa vi tocchi, cambiando la vostra vita, come ha cambiato la mia.


YOKABE è al momento è acquistabile in formato digitale e cartaceo su Amazon, Kobo e su tutti gli store online.






domenica 3 dicembre 2017

L'ESERCITO DI UOMINI SOLI - I sacerdoti e la periferia esistenziale.



Ho visto un esercito di uomini soli combattere contro nemici più grandi di loro. Li ho visti arrancare, lottare, ribellarsi e gridare con la sensazione di non avere nessuno al mondo oltre la loro fede. Li ho visti camminare ciechi, incoscienti del fatto di avere al loro fianco fratelli fragili come loro, ma che per loro potrebbero essere forza. Li ho visti incapaci di chiedere aiuto, mentre affondavano nelle trincee dell’esistenza aspettando, difendendo i figli che erano stati loro affidati, senza più forza nemmeno per reggere in mano le loro armi, mentre si prendevano i colpi dell’artiglieria, sostenendo coloro che avevano alle spalle, incoraggiandoli ad andare avanti a vivere una vita di gioia, mentre loro non potevano contare sulla consolazione di nessuno. Li ho visti convincersi che questo era dovuto, e che l’angoscia e la solitudine nella quale vivevano fossero lo scotto da pagare per avere una vita santa.

Li ho visti, esistono.

È l’esercito dei sacerdoti.

Uomini soli, periferia dell’esistenza, ignorata più di altre perché sconosciuta. Di essi non si conosce il dolore perché non se ne conosce l’intimità, e quando qualcosa di quell’universo viene fuori, è solo nelle componenti più aberranti e distorte: come un tumore che, lasciato crescere indisturbato sotto la pelle, diventa visibile all’esterno solo quando è ormai impazzito, fuori controllo, e fa ribrezzo a chiunque lo vede.

Troppo agiati per generare la compassione riservata ai poveri, troppo in salute per avere quella dei malati, troppo (ancora) rilevanti socialmente di un drogato, perché se ne giustifichino allo stesso modo le debolezze.

Da anni ho la grazia di vedere quel mondo al di là del velo delle apparenze e dei giudizi: montagne di parole che tendono a classificare l’uno come santo e l’altro come dannato, ma mai nessuno come umano. Di essi esaltiamo le doti o sottolineiamo i difetti, ma mai tolleriamo che gli uni e gli altri siano presenti nella stessa persona. Troppo asceti per essere umani, troppo peccatori per essere santi.

L’illusione è che il sacramento che portano impresso nella loro anima li trasformi in qualcosa che non sono, quasi per una specie di magia che a un tratto li renda immuni dalle difficoltà, e a motivo della quale ci scandalizziamo se non è così.

Ma fratelli, è ora che lo capiamo, non è così

PANE ABBANDONATO
Come il pane consacrato se bagnato e lasciato all’aperto non eviterà la muffa solo per essere Corpo di Cristo, né il vino che né diventa il Sangue eviterebbe di inacidirsi se lasciato all’aria, così l’uomo che diventa sacerdote non sarà immune alla “muffa” dell’esistenza, o “all’acidità” delle incombenze quotidiane se esposto a pericoli e non trattato con cura. Le leggi che lo governano sono le stesse di qualsiasi altro uomo, anche se in sé ha una presenza di Dio diversa da ogni altro.

Perciò della sua fragilità non dovremmo scandalizzarci, nemmeno quando essa arriva a toccare l’abominio, più di quanto non dovremmo fare della muffa su una particola dimenticata a marcire sotto un tappeto.

Ci fa ribrezzo? Sì.

Ci addolora? Moltissimo.

Ma la domanda è: cosa abbiamo fatto noi per evitare che quella “particola” cadesse e finisse dimenticata? Perché se abbiamo cura di riporre l’eucaristia al sicuro nel tabernacolo, dobbiamo avere la stessa attenzione e cura nel riporre i nostri sacerdoti nel “tabernacolo” della nostra comunità: perché sia un luogo sicuro, accogliente e pulito dove farli stare bene, perché tutti possano “mangiarne”.

Chi si occupa di coloro che si occupano di tutti?

Ve lo dico io: nessuno. Il più delle volte, almeno.

Badate, non sono qui né a giustificare per partito preso un clero malato di cui ho visto negli anni le molte aberrazioni segrete, né a sostenere banalità come che “per risolvere il problema della solitudine dei preti bisogna farli sposare”. Il mio discorso non è per coloro che fin da principio hanno scelto di ingannare, sé stessi, la Chiesa e (illusi!) Dio, entrando in seminario per assecondare il loro desiderio di dominio, o per avere uno stipendio fisso che gli permettesse di seguire indisturbati le proprie passioni e interessi, passando la vita dietro una scrivania a disquisire di teologia e di esegesi, o sollazzandosi in una vita mondana intervallata da qualche messa, mentre fuori il mondo muore.

Chi mi conosce sa che non ho mai avuto paura di mettermi contro né preti, né vescovi, ogni qualvolta di essi abbia visto la sostanziale cattiva fede e disonestà.

No, io sono qui per difendere tutti gli altri. Quelli che lottano, cadono e si rialzano, come tutti, ma senza il conforto che dovrebbe essere dato a tutti: qualcuno al proprio fianco che ti sostenga mentre cammini. Non da superiore o da sottoposto. Ma da pari.

NESSUNO SI LAVA I PIEDI DA SOLO
Nella nostra società fatta di isole incapaci di comunicare, i sacerdoti sono le isole più lontane, quelle che non formano arcipelaghi con nessuno e per raggiungere le quali devi affrontare le imprevedibili tempeste dell’oceano del loro cuore: barriere immense che loro stessi hanno messo su nel corso di anni, per proteggersi. Poiché, spesso fin dal seminario, gli è stato detto che la loro solitudine è necessaria alla loro vocazione, e che non può essere altrimenti.

Ma io mi chiedo: è davvero così?

Gesù ha forse mai elogiato la solitudine, tranne quando si trattava di pregare col Padre? Quando ha detto che “alcuni non si sposano per servire meglio il regno di Dio” (Mt 19,12), ha anche detto che non avrebbero mai dovuto avere amici, o vivere soli per sempre? E perché allora avrebbe individuato nella vita data per l’amicizia, la forma più grande di amore (Gv 15,13)? Non ha forse Egli stesso condiviso la sua vita con dodici amici durante tutti gli anni del suo ministero? E persino nel momento dell’abbandono, non ha beneficiato del sostegno di quell’unico amico, Giovanni, che non fuggì di fronte al suo dolore, rimanendo con sua Madre sotto la Croce? Non era forse Gesù che li mandava nel mondo “a due a due” (Lc 10, 1)? E non era ancora Lui che la notte in cui ebbe inizio la sua Passione, si preoccupò di lasciar loro detto che si lavassero i piedi “gli uni gli altri”(Gv 13,14)?

Tutto questo dice con certezza, mi pare, che nessun uomo è fatto per stare solo, sacerdoti compresi. Infatti, come si possono lavare i piedi a qualcuno che li lavi a te, se non hai nessun fratello con cui condividere la vita? Il comando è chiaro e vicendevole: “gli uni gli altri”. Cioè: c’è un tempo in cui devi servire, e uno in cui lasciarti servire; uno in cui lavare tu e uno in cui avere l’umiltà di lasciare che altri vedano la tua sporcizia, per lavarla via. Perché ci vuole più umiltà a mostrare il proprio fango sui piedi, che a togliere quello altrui. E questo è un comando impartito agli apostoli, i primi “vescovi” della storia, coloro che hanno la pienezza del sacramento sacerdotale. Perché nessuno può “lavarsi i piedi” da solo, come nessuno può solo servire. Nemmeno un vescovo, fosse anche quello di Roma.

Figuratevi i sacerdoti, quelli veri. Quelli che lottano in questo esercito silenzioso, morendo ogni giorno un po’ di più, dall’altro dei nostri pulpiti, nelle nostre parrocchie, in silenzio, col sorriso sulle labbra, mentre nessuno se ne accorge. Quelli che cadono, indeboliti da ferite mai curate seriamente, ma che nulla tolgono all’autenticità della loro vocazione. Uomini che si sono convinti che “dare la vita per gli altri”, significhi “togliersela”, la vita, come in un suicidio spirituale che nulla ha a che vedere con l’amore.

Perché quando non ami più il tuo prossimo come te stesso, ma di più, di fatto stai smettendo di amare te.

E chi non si ama davvero, non è in grado di amare fino in fondo.

Sono questi uomini che desidero difendere. Soprattutto da loro stessi, e dalla loro incapacità di lasciare che qualcuno prenda le loro difese.

Qualcuno dirà: “ci sono i vescovi! Ci pensino loro”. Ma noi non possiamo ragionare così. Perché se ci è stato detto di amare il nostro prossimo, senza distinzione su chi egli sia, il sacerdote ci è prossimo, come noi siamo prossimi a lui. Non puoi aspettare che qualcun altro lo faccia per te. Se ci sei tu lì, tu sei chiamato ad essere quella presenza di Dio. E come lui si occupa di noi, noi abbiamo la responsabilità di occuparci di lui.

Sia chiaro, non in un modo banale e passato in uso da secoli, dove il laico fa da aiutante o da servitore, da volontario per il catechismo o da uomo delle pulizie. Non in un rapporto di sudditanza, ma di fratellanza. Perché fratelli loro lo sono, come noi. Prendersene cura non vuol dire diventare delle specie di badanti. Non siamo chiamati a imboccarli o fare loro le pulizie, più di quanto non sia necessario per un qualsiasi medico che si spende senza orari, avere una donna pagata che lo faccia. Certo, averli a cuore può significare anche questo. Ma ciò che abbiamo da fare, il nutrimento che abbiamo da offrire loro è lo stesso di cui abbiamo bisogno noi. E non può essere pagato.

Si chiama Amore.

E se è vero che anche la moglie che cucina per la famiglia sta dimostrando con quel gesto il proprio amore per i figli, è vero anche che se questo restasse l’unico modo di amare, esso non produrrebbe altro che figli grassi e frustrati. Noi non viviamo solo di cucina, ma anche di intimità, di calore, dell’avere qualcuno di fronte al quale essere pienamente noi stessi e pienamente amati, con tutte le nostre fragilità.

In una parola, abbiamo bisogno di Umanità.  Qualcosa senza la quale l’amore non può esistere, e di cui nessun uomo può fare a meno, anche quando ha talmente disimparato a viverla da temerla o persino rifiutarla.

IL BAMBINO DIMENTICATO
I sacerdoti soffrono sì. E tanto. Ma spesso quel dolore non è raccolto da nessuno, non solo perché nessuno si aspetta che un sacerdote lo provi, ma anche perché la maggior parte di loro è stata formata e addestrata a non chiedere mai aiuto se non al padre spirituale, e quindi resa incapace affettivamente proprio di quella umanità che rendeva Gesù così straordinariamente Dio.

Perciò non stupitevi se offrendovi di farvi loro vicino, essi fuggiranno o vi distanzieranno. È normale. La maggior parte di loro non sa come si fa, come si esce dal ruolo. O meglio, come si unisce il ruolo alla vita, senza che da esso siano escluse parti di sé stessi. E quando non è l’incapacità, è la paura a frenarli, loro che sono sempre esposti al giudizio del mondo: troppo spesso visti come dispensatori di servizi, la gente dimentica che non sono macchine, ma persone (quante volte di fronte al parroco che si rivolge male a un’osservazione, ci chiediamo se lo fa perché essa è la centesima che riceve in un giorno? Io stesso, che pure dovrei vedere al di là, me ne dimentico, e non capisco mai la misura giusta nel mediare tra ciò che può essere giusto far notare e ciò che l’altro è in grado di sopportare).

So che non è facile. Ma nulla di quello che vale la pena è mai facile.

Spesso questi uomini sono stati educati in seminario a rispettare (spesso sopportare) un’autorità, imposta, anaffettiva, e a volte ottusa, che sta all’autorevolezza fondata sull’amore, più o meno come il padre padrone e paternalista sta al padre che si preoccupa di spiegare con dolcezza ai figli il Bene che un divieto custodisce.

Così quando sono loro a diventare rappresentanti di quell’autorità, finiscono col trincerarsi dietro ad essa per difendere sé stessi, proprio come il figlio che ha ricevuto durezza da un padre ferito, nonostante ne abbia sofferto, rischia inconsciamente di replicare quella durezza una volta diventato padre.

Ma voi non mollate, non fatevi scoraggiare. Non abbiate paura dei loro sguardi torvi, dei loro silenzi prolungati, dei loro modi freddi, dei loro abiti austeri, delle risposte secche e nervose, né accontentatevi delle parole di Luce che dal pulpito vi donano, per giustificarli in tutte queste cose: dietro tutto questo essi sono come noi. In ciascuno di questi uomini c’è un bambino bastonato che ha bisogno di essere ascoltato, ma che spesso ha ricevuto troppi schiaffi emotivi per potersi fidare. Un bambino sul cui sonno nessuno veglia; la cui testa non è mai stata accarezzata; il cui riposo è quasi considerato alla stregua di un peccato: da vivere di nascosto, temendo di essere giudicati; un bambino che a volte ha bisogno di piangere e può farlo solo in silenzio, nel segreto della sua stanza, senza qualcuno che lo abbracci quando non ce la fa più a sopportare il peso di tutto il dolore che gli si riversa addosso; che ha bisogno di sentirsi dire “va bene così, hai fatto il possibile. Ora lascia andare”.

Amateli così, come bambini. Come andrebbero amati tutti.

Come vorreste essere amati voi.

Non mollate, vi dico! Amateli di più. In ogni modo, con ogni mezzo. Anche la durezza, quando serve a riportarli sulla terra, ma senza mai dimenticare l’amore, e uno sguardo di Bene che è l’unico che salva.

Altrimenti quel bambino si sentirà colpito nuovamente e si chiuderà ancora di più dietro a quel ruolo che per molti è l’unica difesa.

E lo avrete perso. E con esso avrete perso un’occasione in più di amare davvero.

A me è successo, so cosa vuol dire avere la grazia di ricevere l’intimità di un sacerdote, e perderla per una mancanza d’amore, una durezza eccessiva, una mancanza di pazienza. Se vi capita di ricevere un dono così grande non lo sprecate. Vuol dire che Dio vi sta ritenendo degni di un grande compito.

Perché i sacerdoti non hanno bisogno (solo) del loro Vescovo o delle loro guide spirituali per essere aiutati, esattamente come un figlio non può crescere bene solo col sostegno del padre. Gesù non ha detto “amatevi come padri e figli”, ma come fratelli. Chi non ha fratelli, sperimenta la sofferenza di non avere compagni di strada, e il peso di una vita che grava solo sulle proprie spalle. Noi abbiamo bisogno di fratelli che ci siano pari.

Tutti noi. Soprattutto quando ci ritroviamo ad essere padri per qualcun altro.

UOMINI FRA GLI UOMINI
I Sacerdoti hanno bisogno di noi per sentire l’amore di Dio nella loro vita, come noi abbiamo bisogno di loro per averne la Presenza. Hanno bisogno di potersi mostrare fragili, perché in quella fragilità si manifesti tutta la potenza di Dio. Hanno bisogno di qualcuno che non li tema, per poterli amare.
E quanto è bello, quando questo accade! Che dono grande è vedere quella fragilità: l’uomo nascosto in quell’abito sacro, sacro egli stesso nel suo essere uomo!

Lo ripeto: non sprecate mai questo dono!
Quando scendono dal pulpito e scherzano, quando si permettono di donare e ricevere affetto, e persino quando si abbandonano a qualche scurrilità o leggerezza! Quanto è bello ridere con loro, parlando di cose normali, scoprirli normali e pieni di difetti come noi: quanto è liberante sapere che Dio sceglie uomini normali, per fare cose straordinarie, perché essi diventino le Sue mani. Quanto è commovente quando qualcuno di loro vi ritiene tanto degni di stima da mostrarsi bisognoso di aiuto, lui che magari tante volte è stato aiuto per voi. Quanto infonde rispetto vederli mettersi in discussione. E quanto rappacifica scoprire che tutto questo non li priva di alcuna autorevolezza, poiché nessuno di noi è degno del messaggio che porta, come l’asino che condusse Gesù all’ingresso di Gerusalemme non aveva in sé nessuna nobiltà che non venisse dal fatto di adempiere a quel compito per il Figlio di Dio, così com’era.


L’AMICIZIA, TABERNACOLO D’AMORE
Perciò oggi parlo e imploro voi che leggete e che amate la Chiesa, di guardare con occhi nuovi a questi uomini che la Chiesa sono stati chiamati a guidarla. soprattutto quelli che vi fanno arrabbiare. Vi è concesso arrabbiarvi, ma se dovete criticarli non fatelo solo perché essi non rispondono alle vostre aspettative. Fatelo se non rispondono al Vangelo, magari troppo stanchi per vedere qualcosa che a voi pare evidente; fatelo per mostrare loro il Bene che voi sapete che possono essere e che forse anche loro hanno dimenticato, o non hanno mai saputo. Fatelo senza avere la presunzione di avere ragione, perché ci sono molte cose che noi non sappiamo dietro a ogni loro scelta; fatelo con l’umiltà di sapere che alla fine, dopo che avete parlato, comunque noi siamo chiamati ad accettare quella scelta, per quanto sia nostro diritto chiederne le ragioni. Perché di quelle scelte, giuste o sbagliate che siano, essi sono gli unici che portano l’onere della responsabilità. E questo è un peso che nessuno può comprendere, se non lo vive.

Fate che essi vedano la sporcizia dei loro piedi solo perché voi siete già lì, in ginocchio, a lavarla via con amore. Fate che vedano che li amate così come sono oggi, perché quell’amore li aiuti ad essere migliori domani.

Questa è la Chiesa: siamo noi il tabernacolo d’amore nel quale questo esercito silente ha bisogno di essere custodito. È questa la strada perché ciascuno di loro alzi la testa e veda di non essere solo nella battaglia dell’esistenza, ma parte di un popolo destinato alla vittoria, perché forte ciascuno della forza degli altri, e tutti insieme di quella di Dio. E quando essi lo sperimenteranno da voi, forse saranno in grado di vivere questo con i loro confratelli: i primi che sono loro prossimi, e che più degli altri sarebbero autorizzati a porsi con loro alla pari, ma che troppo spesso tendono a non vedere come amici, ma come antagonisti da temere e schivare.

Fatelo: amateli per amore dell’umanità. Perché per ogni sacerdote che aiuterete a rialzarsi, aiuterete tutte le migliaia di uomini e donne che a lui si affidano e che da lui imparano. In quel meraviglioso gioco dell’esistenza per cui ogni nostra azione ricade in modi misteriosi su tutta la Storia, e che in termini cristiani si chiama Comunione dei Santi.

In questo tempo di crisi delle vocazioni e di grandi eresie, voi potete mostrare al mondo che essere sacerdoti non deve significare per forza vivere nella solitudine e senza legami, ma piuttosto vivere ancora di più ciò che Dio ci ha chiesto, “dare la vita per i propri amici”. Perché noi non ci muoviamo per privazione, ma solo attratti da una Bellezza e un bene maggiore: voi potete essere quella Bellezza, voi potete essere il legame che li tiene uniti a Dio.

Siate amici che danno la vita per loro, perché loro abbiano amici per cui dare la vita.


mercoledì 15 novembre 2017

NON SONO PSICOLOGO, E PER QUESTO PARLO - Quando la vita fa la differenza



Oggi vorrei rispondere alla seconda accusa che i miei detrattori mi fanno per screditare la mia competenza quando parlo di omosessualità fuori dai soliti schemi: io non sono laureato in psicologia (sulla prima: io sono cattolico, ho già parlato nel mio post precedente).

Comincio col dire che sì, è vero. Mea culpa: io non sono uno psicologo, né uno psicoterapeuta né uno psichiatra. Ma basta questo a dire che non posso parlare?

Prendiamo un esempio concreto: forse qualcuno di voi ricorda il film “L’olio di Lorenzo”, nel quale vengono raccontate le vicende (vere!) di Lorenzo Odone, un bambino di cinque anni affetto da Adrenoleucodistrofia, una malattia degenerativa del sistema nervoso per la quale gli vengono pronosticati due anni di vita. I genitori, un’economista e una casalinga, animati dal desiderio di salvare il figlio, e di fronte all’assenza di interesse per la ricerca su questo disturbo raro, decidono di fare l’impossibile: iniziano a studiare i testi di medicina per elaborare loro una cura in modo empirico. E ci riescono. Una cura che blocca la degenerazione della malattia, ma non ripara i danni già conseguiti. E tuttavia un miracolo i cui effetti ricadranno su migliaia di bambini. Lorenzo morirà nel 2008 a trent’anni.

Ed ecco l’esempio tipico: due persone qualsiasi, senza una laurea in medicina, in chimica, biologia o farmacologia, senza alcuna competenza in materia, insomma, o nulla che la attesti ufficialmente, fanno quello che non erano riusciti a fare migliaia di ricercatori competenti prima di loro. Chi potrebbe dire loro oggi che non sono abilitati a parlare?

Ora, lungi da me ergermi a tanto (e per favore Gayburg & Company, adesso non andate in giro dicendo che “Giorgio Ponte paragona l’omosessualità a una malattia neurologica”: sarebbe offensivo della vostra intelligenza), io non sono qui per “guarire” nessuno, poiché ritengo che la vera guarigione non sia dall’attrazione per lo stesso sesso, ma da una visione distorta e incompleta di sé stessi che impedisce la vita molto più del semplice sintomo superficiale della pulsione. Chi ha tendenze omosessuali spesso ha molti più problemi a livello relazionale, emotivo, e di approccio alla vita di quelli che potrebbe avere sul piano unicamente sessuale. E non perché “il mondo ci discrimina perché siamo omosessuali” e quindi soffriamo. Il problema è precedente all’omosessualità, ed è insito in noi, nella nostra storia. Ma di questo parleremo ancora.

Ciò che conta è che il caso dei Signori Odone lascia spazio almeno a un legittimo dubbio: può l’esperienza personale e la competenza acquisita “sul campo” abilitare in qualche misura a parlare su un dato tema?

Io dico di sì. Fatto salvo che, chi la pensa diversamente, non è certo obbligato ad ascoltarmi o continuare a leggermi.

Ed ecco qual è la mia esperienza diretta, da “paziente”, e da persona che si fa domande e che ha sperimentato su di sé e visto negli altri ciò che propone; quella in virtù della quale mi sento in diritto di parlare.

E scusatemi se sarò lungo.

La prima terapia che feci attorno agli otto anni, quando faticavo a percepirmi come maschio (sintomo abbastanza diffuso nei bambini che hanno tendenze pre-omosessuali), fu con una psicologa che, per quanto molto preparata sul piano teorico (ha scritto fior fiori di libri sull’affettività), non aveva in sé nessuna capacità empatica. Dopo due anni l’esperienza risultò fallimentare. Di essa non ricordo nulla degno di nota. Tuttavia a undici anni, quando già l’attrazione per lo stesso sesso si era manifestata, mi ritrovai a scrivere un tema sull’argomento, nel quale già allora collegavo in maniera chiara le pulsioni omosessuali a un problema di relazione con la figura paterna. Era una visione parziale della questione (oggi so che ci sono anche altri fattori), tuttavia mi ha sempre stupito nel tempo la lucidità con cui già allora avessi messo in relazione le due cose, in un momento in cui, per ciò che ricordo, non avevo ancora mai parlato esplicitamente di questo con nessuno, psicologa compresa.

Dopo aver cercato disperatamente per tutti gli anni delle medie qualcuno che mi desse delle risposte, la Provvidenza mi mandò al liceo una suora laureata in psicologia che per oltre dieci anni fu la mia guida spirituale, e che fu la prima con la quale parlai apertamente di omosessualità. La suora, pur non avendo competenze specifiche sul tema, ma dotata di estremo buon senso ed esperienza, mi aiutò a uscire dal mio vittimismo e da una certa passività (caratteristiche, anche queste, abbastanza tipiche di chi ha tendenze omosessuali), senza mai darmi tregua o permettermi di adagiarmi. Lei insegnò a me a ai miei amici a crescere sul piano umano e relazionale prima ancora che spirituale, lavorando su aspetti, oggi mi rendo conto, che erano anche psicologici e legati alla mia ferita dell’identità. Certo non la si poteva considerare una terapia vera e propria, sebbene l’essere quotidianamente immersi in questo stile di vita ebbe una pervasività che credo nessuna terapia avrebbe mai potuto avere. Quello che feci lì, mi diede l’impostazione e le basi sulle quali ho poi costruito tutto il mio cammino di liberazione, non tanto dall’omosessualità, quanto dalla schiavitù di una esistenza vissuta per inerzia e con passività di fronte alle cose di cui avevo paura o che mi sembravano impossibili da affrontare.

Gli ultimi due anni di liceo feci invece la prima terapia vera e propria, di nascosto ai miei genitori, che mi aiutò ad elaborare le esperienze degli abusi subiti fra i dodici e tredici anni, ai quali allora attribuivo tutta la responsabilità del mio orientamento, ma che scoprii in realtà ne erano stati solo un’aggravante. Fu con un noto psicanalista di Palermo, che aveva un approccio integrato e non di psicanalisi pura.

Anche se ero andato per la mia omosessualità, quell’uomo non cercò mai di farmi cambiare orientamento (non ritendendolo peraltro possibile per tutti), né mai si oppose però a questa possibilità. Con grande equilibrio cercò di capire la mia situazione e le mie esigenze, dandomi gli strumenti per leggere quanto mi capitava e decidere io come affrontarlo. Fu il primo a dirmi che la mia mente funzionava in un modo talmente logico e sano, che nel corso del tempo avrei sempre trovato da solo le soluzioni per me stesso, senza una vera necessità di sostegni terapeutici.

Tuttavia, sapendo che a restare soli con i propri pensieri, per quanto logici, si rischia di perdersi e di giustificarsi, all’università per quattro anni ho seguito una terapia di impostazione analitico-transazionale che mi ha aiutato più di ogni altra ad imparare certe tecniche pratiche per smontare i modi in cui auto-sabotavo la mia vita, impedendomi di portare a termine qualsiasi cosa nella quale mi mettessi.

Questo approccio è in assoluto quello che mi ha aiutato di più, essendo concentrato in modo equilibrato, tanto sul passato, quanto sul presente; tanto sulla comprensione, quanto sulla pratica. Ciò che del passato interessa è tanto quanto basta a capire in modo concreto come cambiare ciò che del presente vogliamo sia diverso. Ancora oggi in alcune situazioni difficili mi pare di sentire la voce della mia psicoterapeuta che mi dice: “Bene, lei finora ha fatto così perché le risultava utile per alcune ragioni. Ora deve decidere se vuole continuare così o se vuole fare qualcosa di diverso. Cosa potrebbe cambiare, oggi?”. Ecco il grande merito di questo approccio: dopo la mia guida spirituale, veniva qualcun altro a ridarmi la responsabilità della mia vita, mostrandomi come potessi ragionare fuori dagli schemi, anche quelli che io stesso mi ero imposto, cambiando sempre, in modo nuovo e costane, rispetto alle cose che mi facevano soffrire.

Se stiamo male non tutto dipende da noi, ma noi possiamo fare sempre qualcosa per provare a cambiare il sistema che ci conduce a quel malessere. Non si tratta di decidere di non stare male, né solo di capire perché stai male: si tratta di decidere di fare qualcosa di diverso al di là del malessere che proviamo. Perché se cambi il tuo pezzo del sistema, di fatto cambi il sistema intero.

Pur non lavorando direttamente sull’omosessualità, oggi mi rendo conto che quella terapia mi fece lavorare su molti aspetti legati alla ferita da cui essa traeva origine. Mi insegnò a rispettare quello che provavo e desideravo, senza essere schiavo delle mie emozioni, ma senza ignorarle, imparando ad ascoltarle per capire cosa mi dicevano in profondità. Mi aiutò a recuperare autorità su me stesso, e quindi a ritrovare un atteggiamento maschile di fronte alle situazioni contingenti, diventando capace di dire sempre le cose che pensavo, e di tenere fede a un impegno nonostante le difficoltà. Quella donna in qualche modo mi restituì le redini della mia vita, rendendomene di nuovo protagonista. Senza di lei probabilmente non sarei mai riuscito nemmeno a finire il mio primo libro. Né a costruire mai una relazione autentica, libera e profonda di amicizia.

Dopo l’università e l’anno di pausa a Palermo nel quale ripresi a scrivere, mi trasferii a Milano per diventare scrittore. Lì, quando ormai vivevo alla luce del sole la mia omosessualità, mi innamorai spontaneamente di una donna senza che lo avessi cercato. Decisi perciò di fare il seminario di Luca di Tolve sulle ferite dell’affettività, per capire come potevo amarla di più. Fu Luca a farmi scoprire (finalmente!) Nicolosi. Compresi così il valore terapeutico di molte cose che, per caso o Provvidenza, mi ero ritrovato a vivere fino ad allora, e per le quali mi ero spontaneamente innamorato di quella donna, proprio quando ormai avevo smesso di contrastare la mia omosessualità.

Successivamente sono stato seguito in un percorso di psicanalisi pura con Giancarlo Ricci, psicanalista di grande competenza e professionalità di cui ho già parlato in passato. Allora avevo un pregiudizio molto positivo nei confronti della psicanalisi (per i cattolici di solito è il contrario): la ritenevo l’unica terapia in grado di sanare le ferite più profonde di una persona.  Oggi so che questo è vero solo in parte, e che in realtà non esiste un approccio che sia in grado da solo di rispondere a tutte le esigenze di qualcuno. Nello specifico mi resi conto che la psicanalisi, col suo approccio molto mentale, rischiava di rendermi solipsistico: per una persona già molto abituata a ragionare su se stessa, il rischio è di perdersi nei propri pensieri e, come si dice, di “cantarsela e suonarsela”. Mi resi conto che non era così che sarei arrivato più a fondo di quanto già non avessi fatto. Io avevo bisogno di essere aiutato a vedere oltre i miei pensieri, e non a stare lì dove ero abituato a stare da solo. E in effetti, non solo in terapia, per tutta la mia vita non ho fatto altro che cercare persone dallo sguardo ampio che mi aiutassero a vedere quello che io non vedevo. Per questo lasciai la psicanalisi dopo un anno e mezzo e andai alla ricerca di nuovi approcci più efficaci (e veloci) per me.

Questo per quanto riguarda le mie esperienze dirette.

Ad esse vanno poi aggiunte tutte le esperienze apprese dalla conoscenza di centinaia o forse migliaia di persone, in anni di incontri occasionali. Capisco che questo non è certamente un “metodo di formazione” ortodosso, o moralmente edificante, ma tant’è: fin dal liceo ho voluto sempre conoscere le storie di quelli che incontravo anche solo per un’ora, a prescindere dal fatto che poi ci finissi davvero a letto o no, e questo mi ha fornito uno spaccato vastissimo sul mondo dell’omosessualità dal quale ho appreso molte cose.

Ascoltandoli mi accorgevo di alcune dinamiche interiori e psico-familiari ricorrenti e che andavano a coinvolgere comportamenti in ambiti ben diversi da quelli strettamente connessi alla sessualità: l’assertività, la capacità di assumersi responsabilità, il confronto alla pari col mondo maschile, la capacità di reggere i conflitti in modo costruttivo, l’essere attivi rispetto alle situazioni, una visione equilibrata e amorevole di sé, la consapevolezza della propria forza, la stabilità dell’umore… tutte cose in cui zoppica chiunque abbia problemi con la propria identità maschile, con tendenze omosessuali o meno (con le dovute differenze e sfumature). L’incontro con la Terapia Riparativa e i suoi esponenti, non fece altro che riordinare tutte queste cose che avevo intuito e dedotto per osservazione.

Un altro tassello della mia formazione sui generis infatti è stato, negli ultimi anni, la lettura degli autori che hanno affrontato il tema dell’omosessualità come un sintomo di una ferita profonda dell’identità e non come una variante della sessualità.

Dopo Nicolosi (clicca qui per i suoi libri) ho potuto conoscere anche Cohen, Van Den Aardweg, Comiskey, e dai loro studi ho individuato degli elementi terapeutici comuni, la cui efficacia ho verificato nella vita di moltissime persone. Nonostante ciascuno di questi studiosi (alcuni dei quali hanno vissuto sulla loro pelle ciò di cui parlano) abbia concentrato il proprio approccio su un aspetto piuttosto che su un altro della problematica, tutti senza eccezione dimostrano come una dimensione pratico-esperienziale e relazionale della terapia, oltre che di comprensione, è fondamentale per aiutare chi ha problemi di identità sessuale. Per questo, immagino, l’analisi transazionale mi fu così utile rispetto agli altri approcci: era un capire per fare.

In generale infatti, ciò che ho visto anche per altre problematiche, è che molti approcci terapeutici aiutano solo a capire perché si sta male, ma non sostengono per fare qualcosa di diverso che ti aiuti a stare meglio. Invece per tutti gli autori che hanno lavorato attivamente sul fenomeno dell’omosessualità, e con risultati, è chiaro che capire non è sufficiente. Conta molto di più fare esperienza, di ciò che si è capito.

Anzi, l’esperienza sanante è talmente efficace che potrebbe essere sufficiente a portare un beneficio, anche senza aver compreso del tutto perché questo accada. È dalle esperienze negative del passato che noi abbiamo maturato quelle convinzioni che ci impediscono la vita. E quindi solo delle esperienze contrarie e positive, possono smentire quelle convinzioni, mostrandocene la falsità.

Per fare un esempio concreto: di solito tutti quelli che hanno delle fobie sanno, razionalmente, che esse non sono reali. Tuttavia questa consapevolezza non impedisce loro di provare paura. Chi ha maturato una fobia per i cani magari è perché è stato morso da uno o più di loro. Ma è solo quando affronterà quella paura istintiva accarezzandone uno, magari piccolino, e facendo esperienza del fatto che non lo morde, che inconsciamente inizierà a credere, e non più solo a sapere, che non tutti i cani mordono. E più lo farà, più l’esperienza positiva e la convinzione nuova che ne deriva soppianteranno quelle negative.

Ora, chi ha attrazione per lo stesso sesso è un po’ come se avesse una fobia nei confronti di coloro che appartengono al proprio mondo, uomini verso gli uomini e donne verso le donne, perché per diverse ragioni non è mai riuscito a entrare in relazione autentica e profonda con quel mondo (e quindi con sé stesso), a causa di esperienze negative passate. Perciò per spezzare quella paura, che poi porta all’erotizzazione, deve fare esperienze nuove proprio di ciò che più teme, in modo da maturare una nuova convinzione su quel mondo che prima lo spaventava.

Questo è il motivo per cui molte persone cambiano orientamento o sviluppano nuove capacità al di là di una terapia: perché la vita le porta a fare delle esperienze terapeutiche, senza che se ne rendano conto.

Negli ultimissimi anni sono anche entrato in contatto con diverse realtà che aiutano dentro e fuori la Chiesa chi ha attrazione per lo stesso sesso, alcune più utili di altre. E vedendo quello che “il mercato” offriva, ho capito che forse potevo dare io qualcosa di diverso agli altri, che non fosse solo la testimonianza di ciò che Dio aveva fatto per me, ma anche una prospettiva nuova e concreta non tanto per “diventare eterosessuali”, quanto per diventare sempre di più uomini liberi. Con la coscienza che nessun cammino di questo tipo è mai concluso.

Così, negli ultimi due anni la mia esperienza si è arricchita ulteriormente nel provare a dare aiuto a chi me lo chiedeva. Vedere stare meglio uomini dalle più variegate esperienze ed età, a partire da quei pochi consigli pratici che io avevo verificato nella mia vita, mi ha dato conferma che quanto avevo sperimentato e appreso non è stato solo frutto del caso e che quello che “i Nicolosi” del caso teorizzavano era vero. Gente che non aveva ottenuto niente dopo anni di terapia, ha iniziato a stare bene improvvisamente solo per avere fatto qualcosa di nuovo, e non più solo per aver capito qualcosa di “vecchio”.

In conclusione (mi scuso se oggi sono risultato un po’ lungo) certamente io non sono laureato in psicologia, ma mi rendo conto che su questo tema spesso, per quanto in maniera disordinata, ho più esperienza di quella di tanti che formalmente dovrebbero saperne più di me. E non crediate che non ne abbia cercati.

Negli ultimi mesi ho scoperto che persino alcuni luminari del mondo della psicologia in ambito cristiano, esperti di affettività, che hanno scritto libri sui temi della famiglia, persino dell’amicizia, e creato opere in grado di sostenere molte persone… di omosessualità, in questi termini, non sanno nulla. Qualcuno non aveva mai sentito parlare di Nicolosi, qualcun altro non aveva mai voluto leggerlo, dando per vera l’informazione negativa che ne veniva data dai suoi detrattori a livello mondiale, in modo manipolatorio.

Questo, se da un lato mi ha sconfortato, per il disinteresse o la mancanza di serietà, dall’altro mi ha fatto capire ancora di più la necessità che c’è di mettere a servizio tutto quello che so, per potere provare a dare io, quello che in generale oggi è difficile trovare da altri.  So di non essere infallibile, ma non è una laurea che mi renderebbe certo tale, però di certo non parlo per sentito dire, e non mi ritengo competente solo per aver letto qualche libro. Né tuttavia sono un matto autarchico: ogni volta che posso cerco di verificare che ciò che faccio non sia folle, e con quei pochi eroi che da psicologi hanno ancora il coraggio di guardare all’omosessualità per ciò che è, resto in confronto perché mi aiutino a comprendere sempre di più come sostenere chi ha bisogno. Sono sempre alla ricerca di nuove conoscenze che aiutino prima me stesso e poi coloro che a me si rivolgono.

Ciò di cui parlo è ciò che ho visto vero, in me stesso e in tantissimi altri, e mi dice che quanto faccio e dico ha un senso e un’efficacia.

In questo mi ha molto rassicurato il parere, alcuni mesi fa, di uno psicoterapeuta con più di sessant’anni di esperienza alle spalle nel campo (di cui non faccio il nome per evitargli problemi), che mi ha detto che la mia non-formazione specifica poteva darmi una libertà maggiore per leggere le situazioni ed aiutare altri, rispetto a di chi si era formato appositamente per farlo. Oltre ad avere riconosciuto come vere, sul piano teorico, molte delle cose che dico.

A volte potrò risultare semplicistico, ma vedete, la verità è che molte delle cose che ci fanno bene sono in effetti semplici, seppure non per questo facili per chi non le ha mai vissute. Spesso basta davvero poco per aiutare una persona con questo tipo di fragilità.

A patto, ovviamente che si fidi.

Come l’olio di Lorenzo, che è nato dalla mescolanza di due semplici oli alimentari: l’olio d’oliva e l’olio di colza. A volte la soluzione è lì a portata di mano, e tutto quello di cui abbiamo bisogno è di un amico che ci incoraggi a fare quello che ci spaventa. Ad ascoltare quel dolore, a perdonare quel male. Con la fermezza di chi ti ama, e sa guardare in te quello che tu non hai ancor mai visto. Duro quando serve, e altrettanto capace di dolcezza.

A volte non abbiamo bisogno di un laureato in psicologia, ma solo di qualcuno che ci ami davvero e in virtù di questo amore ci sproni a non accontentarci di una vita a metà. Che ci ami oggi per aiutarci ad essere migliori un domani. Che ci ridoni la Speranza che noi abbiamo perduto, in una vita piena, dove il nostro cuore non giaccia inascoltato al fondo di noi stessi. Qualcuno che sia al nostro fianco mentre affrontiamo le cose che abbiamo paura di affrontare, che ci tenga la mano mentre accarezziamo il “cane” della nostra intimità che non conosciamo e di cui abbiamo timore.

E per far questo non serve una laurea, ma solo un cuore che non si stanchi di amare, in nome di Colui che sempre ci ha amati per primo.

E scusate se è poco.