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lunedì 2 gennaio 2017

"GIORNI DI UN FUTURO PASSATO", da LincMagazine, Dicembre 2015

Un anno fa si è conclusa la mia collaborazione con Manpower Group, azienda con la quale ho avuto modo di lavorre con gioia, e con la loro rivista Linc Magazine, per la quale tenevo la rubrica di storie di speranza sul mondo del lavoro "Io sto con Giorgio!". Questo fu l'ultimo articolo, in chiusura 2015 e in chiusura di un evento come EXPO, diventato famoso più per le polemiche che per le prospettive che si riprometteva di aprire. A un anno da allora, l'augurio che contiene mi sembra ancora attuale e valido per questo 2017. Il futuro che ci aspetta infatti affonda le radici nel nostro passato. Che le vostre radici siano sempre salde e profonde per permettere alle vostre fronde di stendersi lontano. 
***
La storia che vi racconto oggi è avvenuta un anno fa, durante uno dei miei soliti incontri casuali-volontari, e già allora mi colpì parecchio.

Mi trovavo sulla navetta per l’aeroporto di Linate e avevo appena ricevuto le bozze definitive della copertina del mio romanzo, Io sto con Marta!. Preso dall’entusiasmo, e un po’ dalla preoccupazione, senza pensarci su (difetto che ho spesso, quando parlo) mi voltai verso la mia vicina di sedile, una donna giovane, con un bimbo in braccio e brandendo il mio cellulare a un centimetro dal suo naso le chiesi: “Lei lo comprerebbe un libro con questa copertina?”

La malcapitata, pur stringendo un pelo più a sé il bambino, per fortuna ebbe la gentilezza di non alzarsi e scappare a gambe levate e mi rispose, dopo averci pensato un po’ su, che sì, le piaceva e l’avrebbe comprato.

Poco da dire: dopo un secondo ci stavamo raccontando le rispettive vite. E sentite cosa scoprii: la ragazza stava fuggendo dalla Germania per tornare nella sua terra, la Puglia. Tranquilli, niente che evocasse scenari da Seconda Guerra Mondiale.

Però no, non avete capito male: un’italiana, per di più meridionale, stava fuggendo dall’economia più florida del vecchio continente (o almeno così si dice) per tornarsene nella profonda terronia (sono terrone anche io, mi è concesso chiamarla così!).

Con il marito avevano deciso di sfruttare un’occasione propizia e aprirsi un negozio a Berlino un anno prima. E come lo avevano aperto, ora lo stavano chiudendo in tutta fretta per tornare a gestire quello di famiglia nel loro paese.

Perché, direte voi? È quello che le ho chiesto anch'io.

Semplice: quella non era l’Italia. La cultura, il tempo, il modo di stare assieme… tutto era diverso. E tutto questo non valeva i vantaggi economici e gli sgravi fiscali. Loro non volevano un futuro lì. Certamente lei e il marito erano più fortunati di altri ad avere una vera opportunità di scelta, ciononostante questa storia non mi ha lasciato indifferente. Il motivo per cui ve la ripropongo oggi, dopo un anno, è proprio legato al futuro che vogliamo.

EXPO è finita da poco: le code, i disagi e le polemiche sono a un tratto alle nostre spalle, insieme agli spettacoli, agli sponsor, alle luci e i giochi d’acqua e al sogno di un mondo che dia “energia per la vita”.

E adesso? Qual è il futuro che ci aspetta? Cosa resterà di questa immensa vetrina mondiale?

Se una cosa da questo evento ho imparato è che il nostro pianeta è composto di una varietà infinita di risorse naturali e culturali che vanno rispettate e preservate, poiché dalla diversità nasce la ricchezza. In tutti i sensi possibili.

Se però a questa diversità volteremo le spalle, forzati dalle circostanze a un’omologazione economica quanto culturale, saremo come alberi che protesi verso un corso d’acqua  finiscono sradicati dal terreno buono nel quale sono cresciuti, rischiando di morire.

Ecco, io credo che la storia della mia malcapitata compagna di viaggio ricordi a tutti proprio questo: le nostre radici ci dicono chi siamo, e senza di esse non possiamo vivere. E i Pugliesi, con i loro olivi secolari, lo sanno bene.

Se una speranza deve lasciarci EXPO è che nel futuro ognuno di noi possa “nutrire il pianeta”, dal piccolo frammento che ne occupa, in cui è nato è cresciuto, lì dove affondano le sue radici. Che chi parte, lo faccia perché vuole, come è capitato a me, e non perché deve. Che più che a una pianta che si sradica, sia simile a un rampicante, che arriva lontano continuando a nutrirsi della terra che lo ha generato. E che il lavoro, come l’economia, tornino a essere “energia per la vita” delle persone, e non la vita delle persone energia (o combustibile) per il lavoro.

Natale è vicino e a tutti è concessa una preghiera. La mia per voi, per noi tutti, sarà questa: che il nostro futuro non rinneghi il nostro passato.

A tutti, chi ce l’ha e chi ancora no,

Buon Lavoro!

giovedì 15 dicembre 2016

LE PICCOLE GRANDI DIFFERENZE. Da LinC Magazine, Settembre 2015


In questi giorni sta facendo molto scalpore la notizia della nomina di un ministro dell'istruzione senza laurea, che già in passato aveva cercato di inserire la teoria del Gender nelle scuole: l'ideologia secondo la quale chiunque può scegliere la propria "natura" in modo del tutto arbitrario e scollegato dal proprio corpo, secondo la sua percezione soggettiva e senza tenere conto di qualsiasi dato di realtà. Per fare questo bisogna ovviamente partire dal presupposto che nessuna differenza sia rilevante, perché chiunque possa essere ciò che vuole in base a come si sente, maschio, femmina o "varie ed eventuali" (per chi volesse saperne di più, rimando al numero di "Alzati e Cammina" della Comunità Bethel uscito qualche tempo fa, dal titolo "Gender D-Istruzione", interamente dedicato al tema, e nel quale c'è anche una mia lunga intervista in merito). Posto che la teoria del Gender è già ovunque, a prescindere da quale sia il ministro in carica, ed essa è spesso mascherata e confusa dietro a programmi e attività antidiscriminazione sessuale, pubblico qui di seguito la storia di un ragazzo speciale che conobbi un anno fa durante una gita con i miei ragazzi: qualcuno che con le differenze e con il limite ad esse connesso doveva farci i conti tutti i giorni. E che sapeva bene che non c'è natura e identità che prescinda dal nostro corpo.

***

Quest’estate accompagnando dei miei alunni in vacanza-studio in Inghilterra, abbiamo avuto la possibilità di imbatterci in un gruppo di spagnoli con cui condividevamo il campus. Fin qui nulla di straordinario, se non fosse che uno di loro era affetto da nanismo. Lo chiameremo Juan.

Ora, sarà capitato anche a voi, di fronte a persone che hanno una disabilità evidente, di provare quel senso di imbarazzo che oscilla tra il desiderio di fare sentire la persona a suo agio e la paura di eccedere in attenzioni che finiscano col farla sentire commiserata. Il tutto spesso unito a quel vergognoso pensiero che nessuno ammette mai, ma che automaticamente si staglia nella nostra mente: poverino.

Bene, di fronte al “piccolo” quattordicenne anche io mi sono ritrovato ad assumere questo atteggiamento.

È bastato un pomeriggio però, perché Juan mi facesse rimangiare la mia carità pelosa.

Alla prima partita di calcio organizzata dal campus, mentre io venivo guardato male dall’organizzatore per due miei ragazzi che fingendo un malore avevano deciso di ritirarsi, Juan sconvolgeva tutti i presenti col suo gioco da semiprofessionista. Il piccoletto, sfruttando la taglia minuta, riusciva a svicolare tra le gambe degli avversari arrivando facilmente a segnare. Persino io che di calcio non ne capisco niente sono rimasto affascinato. Ed è così che abbiamo scoperto che Juan praticava con successo una certa quantità di sport fra cui basket, nuoto, surf, biking e dio solo sa cos’altro. In un attimo è diventato il leader del campus.

Insomma, poverino un corno.

Questa storia ha a che fare ovviamente con la Diversity, tema di attualità sul palcoscenico internazionale. Tuttavia non si può parlare di diversità senza parlare di limite, concetto cui essa è legata a filo doppio e che però fa storcere il naso a molti.

Perché vedete, osservando questo ragazzo nano mi sono reso conto che ciò lo rendeva straordinario non era il fatto di considerarsi uguale a tutti gli altri, ma proprio la coscienza di essere diverso, e in quanto diverso, limitato. Era il limite ad avvicinarlo agli altri, non il contrario.

Ciò che infatti rende diverso ciascuno di noi, se da un lato ci offre delle opportunità, dall’altro inevitabilmente ce ne preclude altre. Il punto non è battere i piedi per ciò che non possiamo fare, ma valorizzare al massimo quello che ci è possibile.

Juan, insomma, ha capito che diverso non significa peggiore, e questo gli ha permesso di trasformare ciò che agli occhi del mondo appariva una debolezza, nel suo punto di forza. Tanto da non sentirsi umiliato quando qualcuno dei suoi amici all’occorrenza gli prestava le proprie gambe portandolo in spalla come un bambino.

Ora, agli sgoccioli di Expo, rappresentazione in piccolo di un pianeta variegato e interconnesso, l’augurio che possiamo farci e che la stessa consapevolezza di Juan possa essere un’eredità di questa esperienza: le diversità, biologiche quanto culturali, arricchiscono nel momento in cui sono rispettate e non ignorate. E questo è vero su molti fronti. 

Prova ne sia il fatto che anche in un mondo del lavoro che tende a uniformare le competenze perché ogni dipendente sia sostituibile, le aziende che valorizzano di più le peculiarità dei singoli sono anche quelle che rendono di più, perché sfruttano al meglio le risorse che hanno.

D’altra parte sapere di essere stati scelti perché siamo noi, con i nostri limiti, ma soprattutto con i nostri pregi, costituisce un grande motivo di gratificazione e di gratitudine per qualsiasi dipendente.

E un dipendente gratificato, si sa, è un dipendente che lavora bene. “Piccolo” o grande che sia.

A tutti, chi ce l’ha e chi ancora no,

Buon Lavoro!

martedì 15 novembre 2016

CHI "ROMPE" GUADAGNA! E DI COCCI NON NE HA. Da Linc Magazine, Marzo 2015





Ogni volta che scendo in Sicilia mi chiedo cos'altro troverò di chiuso. Perché se la crisi si sente ovunque, è vero che da noi si sente di più.

E così se percorri Via Ruggero Settimo, la strada che in un’altra epoca era stata il Salotto Buono di Palermo, ti può capitare di passeggiare fra le macerie di quel mondo antico; macerie invisibili e per questo peggiori di quelle della Seconda Guerra Mondiale, perché presenti solo nel ricordo di chi quel mondo l’ha vissuto o almeno ne ha assaporato gli ultimi respiri, e quindi destinate a sparire con lui.

Passi davanti ai resti della vecchia Libreria Flaccovio, per decenni l’ultimo baluardo dell’antica editoria palermitana, e scopri che al suo posto c’è un negozio di abbigliamento, di quelli che fa i vestiti in Cina o chissà dove; prosegui rattristato e ti ritrovi davanti al ventre vuoto di Mazzara, il caffè che per cento anni ha nutrito i Palermitani di dolci e prodotti fragranti, dove Tomasi Di Lampedusa, sotto gli occhi di mio nonno, scriveva a un tavolino il suo Gattopardo, e dove ora giace un locale buio e senz’anima. Torni indietro, più giù, in cerca di qualcosa che ti ricordi la città in cui hai vissuto e i tuoi piedi ti portano davanti Carieri&Carieri: generazioni di uomini palermitani hanno comprato qui i loro abiti di alta sartoria. Di padre in figlio, la tradizione di chi voleva un completo che durasse una vita, veniva consacrata in questo luogo.

Chiuso anche lui. Le prove della sue esistenza si impolverano nel mio armadio.

Mi guardo intorno, e scopro che al posto dei luoghi che davano un’anima a questa città è tutto un brulicare di marchi stranieri. A un tratto passeggiare qui, o in Corso Vittorio Emanuele a Milano, o in Via del Corso a Roma è esattamente la stessa cosa.

Tutto perduto.

O forse no...

Quando sono sul punto di credere che questo nostro mercato globale abbia ucciso la bellezza delle produzioni locali, mi infilo in una stradina sconosciuta ed eccolo lì, un baluardo di speranza.

Nascosto agli occhi del grande pubblico un negozietto con un’insegna divertente attiva i miei ricordi: “Le rompiscatole”. Qui, da tredici anni, un paio di donne hanno messo su una realtà artigianale che sopravvive in barba a tutti i trend del momento: in un posto grande quanto la mia camera da letto le proprietarie realizzano e mettono in vendita oggetti di arredo decorati a mano. Pezzi unici, deliziosi, allegri. Di quelle cose considerate assolutamente inutili e che costano pure un po'. Quando hanno aperto, non c’era ancora la crisi di oggi, eppure io avevo predetto (con molta poca lungimiranza): “Bello. Un anno e chiuderà”.

Oggi le rompiscatole sono ancora lì, a smentirmi, premiate dal loro talento e da quell’esser artigiane e un po' artiste in un'epoca in cui le nuove tecnologie sembrano l'unica frontiera possibile per il mercato: una generazione di passaggio tra un mondo che non esiste più e uno che non esiste ancora, a ricordarci che ciò che ha reso l'Italia (e la Sicilia) apprezzate nel mondo sono proprio la creatività e l’abilità fondate su un valore irriproducibile in serie: la mano umana, che fa diversa ogni cosa, e proprio per questo rende ogni cosa unica.

Entro, facendo tintinnare la campanella, e vengo subito accolto dal sorriso gentile delle due ragazze. Lo stesso che resta immutato da tredici anni.

Lo stesso che fa sorridere anche me.
Sospiro sollevato. Forse non tutto è perduto.


A tutti, chi ce l’ha e chi ancora no,

Buon Lavoro!

giovedì 10 novembre 2016

GENERAZIONE GIOVANI. NON TUTTI I "BROCCOLI" FANNO BENE ALLA SALUTE. Da Linc Magazine Dic-Gen-Feb 2015


A Dicembre di due anni fa, per la mia rubrica sui temi del lavoro "Io sto con Giorgio!" pubblicata sulla rivista LincMagazine, mi fu chiesto un pezzo in preparazione alla sempre più prossima Esposizione Universale di Milano.

A quei tempi insegnavo ancora religione in una scuola media estremamente politicizzata e mi capitò di essere vittima di un episodio di discriminazione che si giocò sulla pelle dei ragazzi e mi fornì lo spunto ideale per parlare dei giovani e di ciò che ci aspettiamo da loro.

Qui di seguito l'articolo che ne venne fuori.

***

Dato il tema della vicina EXPO 2015, l’alimentazione, oggi vorrei parlarvi di quella che ho personalmente ribattezzato la ‘Generazione Broccoli’: quella massa di persone tirate su per forza d’inerzia, senza che in loro si sviluppi un sistema nervoso autonomo che gli permetta di scoprirsi ‘esseri umani’, mettere le gambe, e uscire dal proprio campo.

In una parola, oggi parliamo di Giovani.

Sì, perché si dà il caso che in una delle circa settanta vite che conduco in contemporanea, io abbia anche la fortuna di fare parte dell’esteso esercito di insegnanti precari della scuola statale. Perciò, avendo la possibilità di ‘studiarli’ da vicino, mi sono chiesto cosa ci sia di vero dietro lo stereotipo che vuole i giovani senza aspirazioni, né sogni, né forza d’animo.

È tutto vero? Forse. A volte.

Ammettiamo che sia vero per molti, la domanda da porsi sarebbe, perché?

Capita ad esempio che nella scuola media in cui lavoro sette ragazzi, dopo avere assistito per caso a una mia lezione, facciano richiesta di potere seguire la mia materia (eh sì, avete capito bene, io insegno l’unica disciplina opzionale della scuola dell’obbligo, la Cenerentola delle materie: Religione); capita, dicevo, che questi ragazzi facciano richiesta per seguirla, nonostante avessero già l’autorizzazione per entrare a scuola un’ora dopo, o uscire prima, o fare altro. No, "udite udite!", loro vogliono fare qualcosa in più. Di loro spontanea volontà.

Genitori entusiasti, docenti pure, si fa richiesta, convinti che l’entusiasmo sia condiviso anche dalla dirigenza che deve dare l’autorizzazione.

E invece no: “La normativa non permette cambi ad inizio d’anno”.

Va bene, il rispetto delle norme in una società civile è tutto. Ma si sa, ogni legge ha le sue clausole: la normativa prevede anche che i ragazzi possano seguire da uditori, se c’è l’approvazione congiunta di famiglie e preside.

Picche di nuovo.
Motivazione: “troppo complicato da gestire”.

Ora, non voglio aprire qui una disquisizione sul valore culturale e umano per cui lo Stato Italiano (e non solo) garantisce la possibilità a scuola di studiare la religione cristiana a confronto con le altre, né mi permetto di entrare nel merito della fatica di una dirigente che deve gestire una scuola proveniente da trascorsi infelici.

Ma ciò che mi chiedo è: cosa è stato insegnato oggi a questi ragazzi?

Che la norma prevale sulla persona; che se una cosa è difficile è meglio rinunciarvi; che non devi mai fare più di quanto ti sia richiesto, nemmeno se lo vuoi fare, nemmeno per passione. In breve, gli abbiamo insegnato ad essere quei giovani di cui ci lamentiamo tanto.

Broccoli, appunto.

Ora, se queste generazioni sono il nutrimento del mondo che verrà, forse varrebbe la pena di porsi qualche domanda sul perché di questo mondo ci si lamenti così tanto. In fondo si sa: noi siamo quello che mangiamo.

Forse con l’EXPO 2015 alle porte, oltre a discutere di quale cibo possa fare bene al loro corpo, potremmo anche chiederci quale cibo stiamo dando alla loro anima e alla loro mente.

Perché sì, i broccoli fanno bene alla salute, ma non in questo caso.

Non se quei broccoli sono chiamati ad essere uomini e donne di domani.


A tutti, chi ce l’ha e a chi ancora no,
buon lavoro!

mercoledì 2 novembre 2016

"CRESCI BENE CHE RIPASSO". COME VINCERE LA CRESCITA E VIVERE FELICI Da LinC Magazine Set-Ott-Nov 2014

L'uscita online tre anni fa di "Io sto con Marta!" e la successiva scalata di Amazon, ha innescato un circolo virtuoso di opportunità e collaborazioni che hanno permesso a Marta e ad altre storie di Speranza di circolare liberamente nella rete e non solo.

Tra le tante, la più importante è stata di certo quella con Manpower Group, un'agenzia interinale che  a livello globale si occupa da decenni di unire le persone giuste al lavoro giusto.

Per i temi trattati, l'affinità tra Marta e questa azienda fu immediata e istintiva, nonché decisamente proficua per entrambi. Infatti, prima ancora che Marta diventasse un libro Mondadori, Manpower mi permise di organizzare la mia prima presentazione come autore selfpublisher nella loro sede centrale a Milano, adottandomi da quel momento per due anni.

Con loro andai al salone del Libro di Torino e la prenotazione in anteprima di 300 copie da regalare ai loro maggiori clienti per Natale, spinse Mondadori ad anticipare l'uscita del romanzo di due mesi. Ciò di cui però vado maggiormente fiero fu la rubrica di Story Teller "Io sto con Giorgio!" che Manpower mi affidò sul proprio magazine  trimestrale LinC (Lavori in Corso) in allegato con il Corriere, e del quale pubblico qui di seguito il primo articolo: uno spazio dal quale raccontare storie vere controcorrente, in un mondo del lavoro che non rispetta più la persona umana.

Una cosa di cui vado fiero è sempre stata la capacità di dimostrarmi riconoscente per il bene che mi è stato fatto, persino quando mi è capitato di finire in conflitto con chi si era fatto strumento di quel bene (non è questo il caso, ovviamente). Sono convinto infatti che il Bene vada sempre raccontato, perché questo ricorda a tutti noi che chiunque è capace di compierlo, anche quando nella vita ha commesso azione che buone non erano.

Ringrazio perciò questa azienda cui devo molto, nella quale ho potuto riscontrare una grande libertà di pensiero e un'attenzione alle persone che raramente ho trovato altrove. Almeno nella mia esperienza. Per ciò che ho visto, Manpower sa che il suo lavoro non è solo collegare una "risorsa" a una professione, ma dare a un uomo o a una donna la possibilità di compiere la sua storia personale, anche attraverso ciò che le dà da vivere.

Qui di seguito pubblico il primo di sei articoli che per un anno e mezzo hanno dato una voce a molti che quella voce la stavano chiedendo e la chiedono tuttora: mostrando che vivere in maniera diversa sì può, anche quando tutti sembrano dirti il contrario.

E ora l'articolo...


CRESCI BENE CHE RIPASSO

Quando mi è stato proposto di seguire una rubrica sul tema del lavoro, ho subito pensato: scusate, perché io? Meglio un economista, un giuslavorista, un sindacalista, no?

No. Meglio io, pare.

Intendiamoci, non perché io abbia degli studi in merito, ma perché con tutti i lavori che ho fatto in questi anni, cercando di capire il sistema e giocare alle sue regole, ho un’esperienza sul campo che forse, qualcuno ha ritenuto, è migliore di molti libri e paroloni. Perciò quello che vorrei portare qui oggi e nei prossimi numeri è la vita della gente che incontro quotidianamente e che, come tutti al momento, si arrabatta per capirci qualcosa.

Ma veniamo alla storia di oggi.

Ero in una nota gelateria di Milano e mi è capitato per caso (sì, fa per dire) di ascoltare la conversazione tra un giovane cliente e degli altrettanto giovani addetti al bancone. Il ragazzo, in gamba, proprietario di tre locali di successo nel Pavese, voleva sapere se la gelateria fosse di proprietà o in franchising e, nel qual caso, come facesse il proprietario del marchio a controllare tutti i suoi negozi senza impazzire. Infatti, non contento degli ingenti carichi di stress cui era sottoposto e che lo stavano sfinendo (per sua stessa ammissione), il tipo voleva aprirsi un quarto locale con annessa gelateria, per la cui gestione non avrebbe disdegnato qualche aiuto soprannaturale.

Non ho più potuto stare zitto.

Il punto è che non riuscivo davvero a capire di cosa sentisse il bisogno quel ragazzo. Qual era il movente che lo spingeva a usare la propria libertà di imprenditore autonomo, per imprigionarsi come il peggiore dei dipendenti sfruttati?

Gliel’ho chiesto. E lui, il gelato già semisciolto in mano, ha battuto le palpebre un paio di volte per poi rispondermi: “Se non mi ingrandisco io, lo farà qualcun altro”.

Ecco la risposta.

Bisogna ingrandirsi, prendere tutto lo spazio, mangiare ciò che si può. Anche ciò di cui non si ha bisogno, anche ciò di cui magari potrebbe avere bisogno un altro.

In una parola: crescere.

Crescere a qualsiasi costo. Se non cresci, non sei okay.

Sia chiaro, io non sono uno che insegue sogni utopistici in cui ognuno si coltiva il suo orto e tutti viviamo pascolando caprette e lavandoci nei torrenti. L’economia serve, e serve chi abbia grandi sogni e progetti. Il punto è: a quali regole crescere, e soprattutto per cosa?

Ho conosciuto store-manager che per l’ossessione della crescita cui li sottoponeva la loro azienda si sono beccati un esaurimento nervoso, portandosi dietro la moglie, i figli e i loro dipendenti. Chi ha potuto godere di quella crescita?

Allora, senza darmi per vinto ho deciso di parlare al ragazzo di Oscar.

C’è un noto ristorante di Milano, Da Oscar (se per il “peccatore” val bene l’anonimato, per l’uomo virtuoso il nome è d’obbligo) per il quale le regole vigenti del mercato mondiale sembrano non avere alcun valore. Da almeno trent’anni, infatti, l’omonimo proprietario viaggia sulla cresta dell’onda con un posticino di sì e no cinquanta metri quadri, che non ha mai avuto bisogno, né forse desiderio, di ingrandire. Per mangiare da lui bisogna sempre prenotare, ed è uno dei pochi locali a Milano che si concede il lusso di chiudere di domenica. Si gode la sua clientela, Oscar: esce dalla cucina, scambia battute, vive di ciò che ha e che probabilmente è proprio ciò sognava di avere quando ha scelto di darsi alla ristorazione. Senza pretendere di più, senza accontentarsi di meno.

Oscar non si preoccupa di rubare clienti alla concorrenza, perché sa che per vincere la concorrenza basta essere onesti, non tradire chi si affida ai propri servizi. Soprattutto sa che, nel mercato, di clienti ce n’è per tutti.

Non vuole avere di più, Oscar. Vuole avere il Meglio.

Così eccoci al punto di partenza. Il ragazzo finisce il suo gelato in silenzio, mi stringe la mano ringraziandomi per la chiacchierata “illuminante” (parole sue, giuro!) e si avvia per la strada con fare incerto.

Non so se alla fine aprirà o meno quel quarto locale, ma almeno so che si porrà il problema di farlo. E in un’epoca in cui, in nome della fretta, subappaltiamo fin troppo spesso le nostre decisioni agli altri, l’idea che qualcuno si fermi a pensare se quelle decisioni corrispondano o meno ai propri desideri reali, sarebbe già un grande risultato.

A tutti, chi ce l’ha e chi ancora no, buon lavoro.