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mercoledì 27 ottobre 2021

QUATTRO ANZIANI DUE CANI E UNA PROSTITUTA - Dopo 7 anni da "Io sto con Marta!" una nuova storia di speranza su come non sia mai troppo tardi per dare una svolta alla propria vita!

Una farmacista single ex sessantottina, un pensionato che parla con la moglie morta, un settantenne latin lover ossessionato dalla sua pancia, e una perfetta 
sciura di chiesa con inconfessabili fantasie sessuali e un’ironia dissacrante, si ritrovano ad essere i protagonisti della più rocambolesca avventura che abbia mai visto coinvolti quattro pensionati.

Per aiutare la ragazza a pagare il suo debito con la malavita, i quattro dovranno affrontare boss, improvvisarsi ladri e soprattutto riuscire nella sfida più grande di tutte: imparare ad andare d’accordo! La Congiura dei Pensionati è il primo capitolo di una commedia brillante che vi farà ridere e commuovere, riflettere e restare col fiato sospeso. Una storia sulle risorse che si nascondono in ognuno di noi e sul diritto di esistere di tutti quelli che il mondo vorrebbe dimenticare. 

Perché in fondo non è mai troppo tardi per cambiare la propria vita. 

Anche a settant’anni!

Dopo 7 anni da "Io sto con Marta!" (Mondadori), esce il mio nuovo romanzo comico in parti: "Quattro Anziani due Cani e una Prostituta". Una nuova storia di speranza sulla terza età, sull'amicizia e sul valore che hanno tutte le esistenze.
Anche quelle che il mondo vorrebbe dimenticare.

Potete ordinarlo in cartaceo o in formato digitale a questo link (dove trovate anche gli altri miei romanzi).

Se vi piacerà, condividete, commentate, recensite e fate stories con il libro! Aiutatemi a farlo salire in classifica come nel 2015 avete fatto con "Io sto con Marta!".

Senza di voi non si può fare!

PER QUALSIASI INFORMAZIONE SU COME ACQUISTARE IL PRIMO ATTO DEL ROMANZO O SU COME PRENOTARE IL SECONDO ATTO GUARDA IL VIDEO DI PRESENTAZIONE QUI SOTTO!
 

lunedì 2 gennaio 2017

"GIORNI DI UN FUTURO PASSATO", da LincMagazine, Dicembre 2015

Un anno fa si è conclusa la mia collaborazione con Manpower Group, azienda con la quale ho avuto modo di lavorre con gioia, e con la loro rivista Linc Magazine, per la quale tenevo la rubrica di storie di speranza sul mondo del lavoro "Io sto con Giorgio!". Questo fu l'ultimo articolo, in chiusura 2015 e in chiusura di un evento come EXPO, diventato famoso più per le polemiche che per le prospettive che si riprometteva di aprire. A un anno da allora, l'augurio che contiene mi sembra ancora attuale e valido per questo 2017. Il futuro che ci aspetta infatti affonda le radici nel nostro passato. Che le vostre radici siano sempre salde e profonde per permettere alle vostre fronde di stendersi lontano. 
***
La storia che vi racconto oggi è avvenuta un anno fa, durante uno dei miei soliti incontri casuali-volontari, e già allora mi colpì parecchio.

Mi trovavo sulla navetta per l’aeroporto di Linate e avevo appena ricevuto le bozze definitive della copertina del mio romanzo, Io sto con Marta!. Preso dall’entusiasmo, e un po’ dalla preoccupazione, senza pensarci su (difetto che ho spesso, quando parlo) mi voltai verso la mia vicina di sedile, una donna giovane, con un bimbo in braccio e brandendo il mio cellulare a un centimetro dal suo naso le chiesi: “Lei lo comprerebbe un libro con questa copertina?”

La malcapitata, pur stringendo un pelo più a sé il bambino, per fortuna ebbe la gentilezza di non alzarsi e scappare a gambe levate e mi rispose, dopo averci pensato un po’ su, che sì, le piaceva e l’avrebbe comprato.

Poco da dire: dopo un secondo ci stavamo raccontando le rispettive vite. E sentite cosa scoprii: la ragazza stava fuggendo dalla Germania per tornare nella sua terra, la Puglia. Tranquilli, niente che evocasse scenari da Seconda Guerra Mondiale.

Però no, non avete capito male: un’italiana, per di più meridionale, stava fuggendo dall’economia più florida del vecchio continente (o almeno così si dice) per tornarsene nella profonda terronia (sono terrone anche io, mi è concesso chiamarla così!).

Con il marito avevano deciso di sfruttare un’occasione propizia e aprirsi un negozio a Berlino un anno prima. E come lo avevano aperto, ora lo stavano chiudendo in tutta fretta per tornare a gestire quello di famiglia nel loro paese.

Perché, direte voi? È quello che le ho chiesto anch'io.

Semplice: quella non era l’Italia. La cultura, il tempo, il modo di stare assieme… tutto era diverso. E tutto questo non valeva i vantaggi economici e gli sgravi fiscali. Loro non volevano un futuro lì. Certamente lei e il marito erano più fortunati di altri ad avere una vera opportunità di scelta, ciononostante questa storia non mi ha lasciato indifferente. Il motivo per cui ve la ripropongo oggi, dopo un anno, è proprio legato al futuro che vogliamo.

EXPO è finita da poco: le code, i disagi e le polemiche sono a un tratto alle nostre spalle, insieme agli spettacoli, agli sponsor, alle luci e i giochi d’acqua e al sogno di un mondo che dia “energia per la vita”.

E adesso? Qual è il futuro che ci aspetta? Cosa resterà di questa immensa vetrina mondiale?

Se una cosa da questo evento ho imparato è che il nostro pianeta è composto di una varietà infinita di risorse naturali e culturali che vanno rispettate e preservate, poiché dalla diversità nasce la ricchezza. In tutti i sensi possibili.

Se però a questa diversità volteremo le spalle, forzati dalle circostanze a un’omologazione economica quanto culturale, saremo come alberi che protesi verso un corso d’acqua  finiscono sradicati dal terreno buono nel quale sono cresciuti, rischiando di morire.

Ecco, io credo che la storia della mia malcapitata compagna di viaggio ricordi a tutti proprio questo: le nostre radici ci dicono chi siamo, e senza di esse non possiamo vivere. E i Pugliesi, con i loro olivi secolari, lo sanno bene.

Se una speranza deve lasciarci EXPO è che nel futuro ognuno di noi possa “nutrire il pianeta”, dal piccolo frammento che ne occupa, in cui è nato è cresciuto, lì dove affondano le sue radici. Che chi parte, lo faccia perché vuole, come è capitato a me, e non perché deve. Che più che a una pianta che si sradica, sia simile a un rampicante, che arriva lontano continuando a nutrirsi della terra che lo ha generato. E che il lavoro, come l’economia, tornino a essere “energia per la vita” delle persone, e non la vita delle persone energia (o combustibile) per il lavoro.

Natale è vicino e a tutti è concessa una preghiera. La mia per voi, per noi tutti, sarà questa: che il nostro futuro non rinneghi il nostro passato.

A tutti, chi ce l’ha e chi ancora no,

Buon Lavoro!

martedì 15 novembre 2016

CHI "ROMPE" GUADAGNA! E DI COCCI NON NE HA. Da Linc Magazine, Marzo 2015





Ogni volta che scendo in Sicilia mi chiedo cos'altro troverò di chiuso. Perché se la crisi si sente ovunque, è vero che da noi si sente di più.

E così se percorri Via Ruggero Settimo, la strada che in un’altra epoca era stata il Salotto Buono di Palermo, ti può capitare di passeggiare fra le macerie di quel mondo antico; macerie invisibili e per questo peggiori di quelle della Seconda Guerra Mondiale, perché presenti solo nel ricordo di chi quel mondo l’ha vissuto o almeno ne ha assaporato gli ultimi respiri, e quindi destinate a sparire con lui.

Passi davanti ai resti della vecchia Libreria Flaccovio, per decenni l’ultimo baluardo dell’antica editoria palermitana, e scopri che al suo posto c’è un negozio di abbigliamento, di quelli che fa i vestiti in Cina o chissà dove; prosegui rattristato e ti ritrovi davanti al ventre vuoto di Mazzara, il caffè che per cento anni ha nutrito i Palermitani di dolci e prodotti fragranti, dove Tomasi Di Lampedusa, sotto gli occhi di mio nonno, scriveva a un tavolino il suo Gattopardo, e dove ora giace un locale buio e senz’anima. Torni indietro, più giù, in cerca di qualcosa che ti ricordi la città in cui hai vissuto e i tuoi piedi ti portano davanti Carieri&Carieri: generazioni di uomini palermitani hanno comprato qui i loro abiti di alta sartoria. Di padre in figlio, la tradizione di chi voleva un completo che durasse una vita, veniva consacrata in questo luogo.

Chiuso anche lui. Le prove della sue esistenza si impolverano nel mio armadio.

Mi guardo intorno, e scopro che al posto dei luoghi che davano un’anima a questa città è tutto un brulicare di marchi stranieri. A un tratto passeggiare qui, o in Corso Vittorio Emanuele a Milano, o in Via del Corso a Roma è esattamente la stessa cosa.

Tutto perduto.

O forse no...

Quando sono sul punto di credere che questo nostro mercato globale abbia ucciso la bellezza delle produzioni locali, mi infilo in una stradina sconosciuta ed eccolo lì, un baluardo di speranza.

Nascosto agli occhi del grande pubblico un negozietto con un’insegna divertente attiva i miei ricordi: “Le rompiscatole”. Qui, da tredici anni, un paio di donne hanno messo su una realtà artigianale che sopravvive in barba a tutti i trend del momento: in un posto grande quanto la mia camera da letto le proprietarie realizzano e mettono in vendita oggetti di arredo decorati a mano. Pezzi unici, deliziosi, allegri. Di quelle cose considerate assolutamente inutili e che costano pure un po'. Quando hanno aperto, non c’era ancora la crisi di oggi, eppure io avevo predetto (con molta poca lungimiranza): “Bello. Un anno e chiuderà”.

Oggi le rompiscatole sono ancora lì, a smentirmi, premiate dal loro talento e da quell’esser artigiane e un po' artiste in un'epoca in cui le nuove tecnologie sembrano l'unica frontiera possibile per il mercato: una generazione di passaggio tra un mondo che non esiste più e uno che non esiste ancora, a ricordarci che ciò che ha reso l'Italia (e la Sicilia) apprezzate nel mondo sono proprio la creatività e l’abilità fondate su un valore irriproducibile in serie: la mano umana, che fa diversa ogni cosa, e proprio per questo rende ogni cosa unica.

Entro, facendo tintinnare la campanella, e vengo subito accolto dal sorriso gentile delle due ragazze. Lo stesso che resta immutato da tredici anni.

Lo stesso che fa sorridere anche me.
Sospiro sollevato. Forse non tutto è perduto.


A tutti, chi ce l’ha e chi ancora no,

Buon Lavoro!

giovedì 10 novembre 2016

GENERAZIONE GIOVANI. NON TUTTI I "BROCCOLI" FANNO BENE ALLA SALUTE. Da Linc Magazine Dic-Gen-Feb 2015


A Dicembre di due anni fa, per la mia rubrica sui temi del lavoro "Io sto con Giorgio!" pubblicata sulla rivista LincMagazine, mi fu chiesto un pezzo in preparazione alla sempre più prossima Esposizione Universale di Milano.

A quei tempi insegnavo ancora religione in una scuola media estremamente politicizzata e mi capitò di essere vittima di un episodio di discriminazione che si giocò sulla pelle dei ragazzi e mi fornì lo spunto ideale per parlare dei giovani e di ciò che ci aspettiamo da loro.

Qui di seguito l'articolo che ne venne fuori.

***

Dato il tema della vicina EXPO 2015, l’alimentazione, oggi vorrei parlarvi di quella che ho personalmente ribattezzato la ‘Generazione Broccoli’: quella massa di persone tirate su per forza d’inerzia, senza che in loro si sviluppi un sistema nervoso autonomo che gli permetta di scoprirsi ‘esseri umani’, mettere le gambe, e uscire dal proprio campo.

In una parola, oggi parliamo di Giovani.

Sì, perché si dà il caso che in una delle circa settanta vite che conduco in contemporanea, io abbia anche la fortuna di fare parte dell’esteso esercito di insegnanti precari della scuola statale. Perciò, avendo la possibilità di ‘studiarli’ da vicino, mi sono chiesto cosa ci sia di vero dietro lo stereotipo che vuole i giovani senza aspirazioni, né sogni, né forza d’animo.

È tutto vero? Forse. A volte.

Ammettiamo che sia vero per molti, la domanda da porsi sarebbe, perché?

Capita ad esempio che nella scuola media in cui lavoro sette ragazzi, dopo avere assistito per caso a una mia lezione, facciano richiesta di potere seguire la mia materia (eh sì, avete capito bene, io insegno l’unica disciplina opzionale della scuola dell’obbligo, la Cenerentola delle materie: Religione); capita, dicevo, che questi ragazzi facciano richiesta per seguirla, nonostante avessero già l’autorizzazione per entrare a scuola un’ora dopo, o uscire prima, o fare altro. No, "udite udite!", loro vogliono fare qualcosa in più. Di loro spontanea volontà.

Genitori entusiasti, docenti pure, si fa richiesta, convinti che l’entusiasmo sia condiviso anche dalla dirigenza che deve dare l’autorizzazione.

E invece no: “La normativa non permette cambi ad inizio d’anno”.

Va bene, il rispetto delle norme in una società civile è tutto. Ma si sa, ogni legge ha le sue clausole: la normativa prevede anche che i ragazzi possano seguire da uditori, se c’è l’approvazione congiunta di famiglie e preside.

Picche di nuovo.
Motivazione: “troppo complicato da gestire”.

Ora, non voglio aprire qui una disquisizione sul valore culturale e umano per cui lo Stato Italiano (e non solo) garantisce la possibilità a scuola di studiare la religione cristiana a confronto con le altre, né mi permetto di entrare nel merito della fatica di una dirigente che deve gestire una scuola proveniente da trascorsi infelici.

Ma ciò che mi chiedo è: cosa è stato insegnato oggi a questi ragazzi?

Che la norma prevale sulla persona; che se una cosa è difficile è meglio rinunciarvi; che non devi mai fare più di quanto ti sia richiesto, nemmeno se lo vuoi fare, nemmeno per passione. In breve, gli abbiamo insegnato ad essere quei giovani di cui ci lamentiamo tanto.

Broccoli, appunto.

Ora, se queste generazioni sono il nutrimento del mondo che verrà, forse varrebbe la pena di porsi qualche domanda sul perché di questo mondo ci si lamenti così tanto. In fondo si sa: noi siamo quello che mangiamo.

Forse con l’EXPO 2015 alle porte, oltre a discutere di quale cibo possa fare bene al loro corpo, potremmo anche chiederci quale cibo stiamo dando alla loro anima e alla loro mente.

Perché sì, i broccoli fanno bene alla salute, ma non in questo caso.

Non se quei broccoli sono chiamati ad essere uomini e donne di domani.


A tutti, chi ce l’ha e a chi ancora no,
buon lavoro!

mercoledì 2 novembre 2016

"CRESCI BENE CHE RIPASSO". COME VINCERE LA CRESCITA E VIVERE FELICI Da LinC Magazine Set-Ott-Nov 2014

L'uscita online tre anni fa di "Io sto con Marta!" e la successiva scalata di Amazon, ha innescato un circolo virtuoso di opportunità e collaborazioni che hanno permesso a Marta e ad altre storie di Speranza di circolare liberamente nella rete e non solo.

Tra le tante, la più importante è stata di certo quella con Manpower Group, un'agenzia interinale che  a livello globale si occupa da decenni di unire le persone giuste al lavoro giusto.

Per i temi trattati, l'affinità tra Marta e questa azienda fu immediata e istintiva, nonché decisamente proficua per entrambi. Infatti, prima ancora che Marta diventasse un libro Mondadori, Manpower mi permise di organizzare la mia prima presentazione come autore selfpublisher nella loro sede centrale a Milano, adottandomi da quel momento per due anni.

Con loro andai al salone del Libro di Torino e la prenotazione in anteprima di 300 copie da regalare ai loro maggiori clienti per Natale, spinse Mondadori ad anticipare l'uscita del romanzo di due mesi. Ciò di cui però vado maggiormente fiero fu la rubrica di Story Teller "Io sto con Giorgio!" che Manpower mi affidò sul proprio magazine  trimestrale LinC (Lavori in Corso) in allegato con il Corriere, e del quale pubblico qui di seguito il primo articolo: uno spazio dal quale raccontare storie vere controcorrente, in un mondo del lavoro che non rispetta più la persona umana.

Una cosa di cui vado fiero è sempre stata la capacità di dimostrarmi riconoscente per il bene che mi è stato fatto, persino quando mi è capitato di finire in conflitto con chi si era fatto strumento di quel bene (non è questo il caso, ovviamente). Sono convinto infatti che il Bene vada sempre raccontato, perché questo ricorda a tutti noi che chiunque è capace di compierlo, anche quando nella vita ha commesso azione che buone non erano.

Ringrazio perciò questa azienda cui devo molto, nella quale ho potuto riscontrare una grande libertà di pensiero e un'attenzione alle persone che raramente ho trovato altrove. Almeno nella mia esperienza. Per ciò che ho visto, Manpower sa che il suo lavoro non è solo collegare una "risorsa" a una professione, ma dare a un uomo o a una donna la possibilità di compiere la sua storia personale, anche attraverso ciò che le dà da vivere.

Qui di seguito pubblico il primo di sei articoli che per un anno e mezzo hanno dato una voce a molti che quella voce la stavano chiedendo e la chiedono tuttora: mostrando che vivere in maniera diversa sì può, anche quando tutti sembrano dirti il contrario.

E ora l'articolo...


CRESCI BENE CHE RIPASSO

Quando mi è stato proposto di seguire una rubrica sul tema del lavoro, ho subito pensato: scusate, perché io? Meglio un economista, un giuslavorista, un sindacalista, no?

No. Meglio io, pare.

Intendiamoci, non perché io abbia degli studi in merito, ma perché con tutti i lavori che ho fatto in questi anni, cercando di capire il sistema e giocare alle sue regole, ho un’esperienza sul campo che forse, qualcuno ha ritenuto, è migliore di molti libri e paroloni. Perciò quello che vorrei portare qui oggi e nei prossimi numeri è la vita della gente che incontro quotidianamente e che, come tutti al momento, si arrabatta per capirci qualcosa.

Ma veniamo alla storia di oggi.

Ero in una nota gelateria di Milano e mi è capitato per caso (sì, fa per dire) di ascoltare la conversazione tra un giovane cliente e degli altrettanto giovani addetti al bancone. Il ragazzo, in gamba, proprietario di tre locali di successo nel Pavese, voleva sapere se la gelateria fosse di proprietà o in franchising e, nel qual caso, come facesse il proprietario del marchio a controllare tutti i suoi negozi senza impazzire. Infatti, non contento degli ingenti carichi di stress cui era sottoposto e che lo stavano sfinendo (per sua stessa ammissione), il tipo voleva aprirsi un quarto locale con annessa gelateria, per la cui gestione non avrebbe disdegnato qualche aiuto soprannaturale.

Non ho più potuto stare zitto.

Il punto è che non riuscivo davvero a capire di cosa sentisse il bisogno quel ragazzo. Qual era il movente che lo spingeva a usare la propria libertà di imprenditore autonomo, per imprigionarsi come il peggiore dei dipendenti sfruttati?

Gliel’ho chiesto. E lui, il gelato già semisciolto in mano, ha battuto le palpebre un paio di volte per poi rispondermi: “Se non mi ingrandisco io, lo farà qualcun altro”.

Ecco la risposta.

Bisogna ingrandirsi, prendere tutto lo spazio, mangiare ciò che si può. Anche ciò di cui non si ha bisogno, anche ciò di cui magari potrebbe avere bisogno un altro.

In una parola: crescere.

Crescere a qualsiasi costo. Se non cresci, non sei okay.

Sia chiaro, io non sono uno che insegue sogni utopistici in cui ognuno si coltiva il suo orto e tutti viviamo pascolando caprette e lavandoci nei torrenti. L’economia serve, e serve chi abbia grandi sogni e progetti. Il punto è: a quali regole crescere, e soprattutto per cosa?

Ho conosciuto store-manager che per l’ossessione della crescita cui li sottoponeva la loro azienda si sono beccati un esaurimento nervoso, portandosi dietro la moglie, i figli e i loro dipendenti. Chi ha potuto godere di quella crescita?

Allora, senza darmi per vinto ho deciso di parlare al ragazzo di Oscar.

C’è un noto ristorante di Milano, Da Oscar (se per il “peccatore” val bene l’anonimato, per l’uomo virtuoso il nome è d’obbligo) per il quale le regole vigenti del mercato mondiale sembrano non avere alcun valore. Da almeno trent’anni, infatti, l’omonimo proprietario viaggia sulla cresta dell’onda con un posticino di sì e no cinquanta metri quadri, che non ha mai avuto bisogno, né forse desiderio, di ingrandire. Per mangiare da lui bisogna sempre prenotare, ed è uno dei pochi locali a Milano che si concede il lusso di chiudere di domenica. Si gode la sua clientela, Oscar: esce dalla cucina, scambia battute, vive di ciò che ha e che probabilmente è proprio ciò sognava di avere quando ha scelto di darsi alla ristorazione. Senza pretendere di più, senza accontentarsi di meno.

Oscar non si preoccupa di rubare clienti alla concorrenza, perché sa che per vincere la concorrenza basta essere onesti, non tradire chi si affida ai propri servizi. Soprattutto sa che, nel mercato, di clienti ce n’è per tutti.

Non vuole avere di più, Oscar. Vuole avere il Meglio.

Così eccoci al punto di partenza. Il ragazzo finisce il suo gelato in silenzio, mi stringe la mano ringraziandomi per la chiacchierata “illuminante” (parole sue, giuro!) e si avvia per la strada con fare incerto.

Non so se alla fine aprirà o meno quel quarto locale, ma almeno so che si porrà il problema di farlo. E in un’epoca in cui, in nome della fretta, subappaltiamo fin troppo spesso le nostre decisioni agli altri, l’idea che qualcuno si fermi a pensare se quelle decisioni corrispondano o meno ai propri desideri reali, sarebbe già un grande risultato.

A tutti, chi ce l’ha e chi ancora no, buon lavoro.








venerdì 28 ottobre 2016

IO STO CON MARTA! QUANDO TUTTO EBBE INIZIO...















Come ho spiegato nel post di presentazione, questo blog vuole essere un luogo dove raccontare la Speranza in tutte le sue forme, ma anche un punto di raccolta di tutto quello che mi riguarda è che è stato scritto su di me e da me.

Perciò mi sembrava giusto ripubblicare qui la prima intervista su "Io sto con Marta!" per la rivista online ZeroAssoluto, quando ancora ero un autore Self Publisher e di Mondadori nemmeno si parlava (per chi fosse interessato al self publishing, clicchi qui) .

Se di Speranza dobbiamo parlare infatti, "Io sto con Marta!" ha rappresentato per me uno dei segni più grandi del fatto che quando cerchi la tua strada, la strada si apre, anche laddove tutti ti dicono il contrario. Uno dei più grandi miracoli di cui sia stato testimone.

Rifiutato da Mondadori perché a metà fra due generi, per quattro anni Marta è passata di mano in mano per almeno otto diverse case editrici, quattro agenti e miriadi di editor, prima che, pubblicato online, scalasse la classifica di Amazon e la prima casa editrice italiana tornasse a chiederne i diritti (solo gli stupidi non cambiano mai idea, no?).

Devo ciò che sono oggi a questo romanzo. Senza Marta e il suo piccolo successo, nulla sarebbe stato possibile di quello che è accaduto dopo. E senza le persone che hanno sostenuto me negli anni, nulla sarebbe stato possibile del successo di Marta.

Oggi questa rivista online non esiste più, ma la persona che si offrì di farmi pubblicità allora sì, eccome. Si chiama Simonetta Lorusso, ed era una mia collega di Master che ai tempi non vedevo da tre anni.

Questo post lo dedico a lei e a tutte le Simonette del mondo, che mentre lottano per conquistare il proprio posto al sole, non si dimenticano di quelli che stanno lottando accanto a loro.

Come Marta.




“Mi chiamo Marta Barbieri, sono siciliana e ho un talento naturale per incasinarmi la vita”. Se potesse dire la verità, sarebbe così che Marta, quasi-trentenne disoccupata di Palermo, si presenterebbe al colloquio con l’editore milanese da cui si aspetta di essere assunta. Ma dopo aver scoperto che la sua “grande occasione” è in realtà una bufala di dimensioni ciclopiche, Marta per non deludere i suoi, decide di non dire niente e di cercarsi un lavoro qualsiasi, in attesa di una nuova grande occasione. Da correttrice di bozze, a cameriera in un pub gay, a gelataia schiava del cono perfetto, Marta si ritrova, dopo sei mesi di bugie, a precipitare in una serie di eventi catastrofici quanto esilaranti, da cui sembrerà impossibile tirarsi fuori. A meno di non chiedere aiuto a un certo Santo… Io sto con Marta! è una comune storia speciale: quella di uomini e donne che si ostinano a lottare per il loro posto nel mondo. Marta li cerca, li trova e lotta con loro. Non smette di credere. E vince.

Giorgio Ponte è nato a Palermo nel 1984. Si è trasferito nel 2009 a Milano per realizzare il suo sogno di diventare scrittore. Io sto con Marta! è il suo primo lavoro. Abbiamo incontrato Giorgio e gli abbiamo rivolto alcune domande.

CHI E' GIORGIO PONTE?
Una specie di folle che ha attraversato l’Italia, dal profondo sud al profondo nord, alla ricerca della sua strada. E alla fine l’ha trovata.

QUAL ERA?
Come spesso capita, la prima che avevo desiderato: raccontare storie. Ho avuto bisogno di lasciare questa strada per sette anni, per capire che la mia occasione di felicità era sempre stata lì.

DA DOVE NASCE L'IDEA DI "IO STO CON MARTA!"?
Ho scritto Io sto con Marta! per due ragioni. Una era raccontare quello che avevo vissuto in quel primo anno a Milano. Ho provato sulla mia pelle come certe aziende campino sullo sfruttamento sistematico dei dipendenti, mentre fuori alimentano un’immagine pubblica da “Paradiso del lavoro”. Quando a Luglio mi ero licenziato dalla gelateria in cui lavoravo, giurai vendetta! Gran parte delle vicende che capitano a Marta sono accadute a me. La cosa divertente è che spesso sono le scene più assurde quelle in cui non ho dovuto aggiungere nulla. Il colloquio con l’editore, per esempio è una di queste.

E LA SECONDA RAGIONE?
Raccontare Milano. Quando sono arrivato qui ero un ragazzo del sud come molti, pieno di pregiudizi nei confronti di una città che da noi in Sicilia viene dipinta come grigia, triste e fredda. L’antitesi di tutta la nostra ‘sicilianità’. Ma la verità è che Milano è una signora che mostra la sua bellezza solo a chi ha la pazienza di scoprirla. E alla fine ti conquista perdutamente.

QUANTO C'E' DI TE IN MARTA?
Tutto. A parte il fatto che è una donna, naturalmente. Marta sono io, e io sono Marta. Scrivere come donna mi ha aiutato a staccarmi dalle mie esperienze, guardarle dal di fuori, metterle a servizio della storia. La cosa che più mi lusinga è il fatto che le donne che hanno letto il libro, il più delle volte non credano che sia stato scritto da un uomo. Merito delle molte donne della mia vita, immagino. Eppure in lei qualcosa di mascolino dev’essere rimasto, perché anche gli uomini la capiscono. Marta ama come una donna e lotta come un uomo.

QUAL E' IL MESSAGGIO PIU' IMPORTANTE CHE SI CELA DIETRO QUESTA DIVERTENTE STORIA?
Mai arrendersi. Solo chi ha la perseveranza, l’arroganza di credere che la vita può essere meravigliosa al di là di tutto quello che ci viene raccontato, ce la può fare. Meglio: può persino riderne. Ho voluto fare questo con Marta, ridere della situazione del lavoro, ma senza amarezza. Il concetto è: il mondo del lavoro fa schifo? Okay, cosa si può fare per sopravvivere?

QUAL è IL TUO NARRATORE PREFERITO?
Tanti e tutti diversi. Se restiamo sul genere commedia la Kinsella e la Bertola non le batte nessuno.

TANTE PERSONE TI HANNO SOSTENUTO IN QUESTO PERCORSO. LO SCRITTORE PAOLO DI PAOLO E' UNA DI QUESTE
Questa è una delle meraviglie della mia vita e uno dei miracoli che vengono fuori anche dalla storia di Marta: se si cerca il bene, troverai sempre qualcuno desideroso di sostenerti. I ringraziamenti nel libro sono infiniti, perché infinite sono le persone che mi hanno aiutato. Paolo è stato il primo serio professionista a credere nella mia scrittura, uno di quelli che oggi posso chiamare amico. Ma non l’unico. Mattia Signorini, Marco Missiroli e altri: persone oneste ed entusiaste che nonostante i successi non hanno dimenticato le difficoltà che incontra un autore esordiente.

SEI ANCHE INSEGNANTE. CHE RAPPORTO C'E' TRA INSEGNAMENTO E' SCRITTURA?
Enorme. Insegnare è come raccontare delle storie. Devi trovare il linguaggio giusto, l’ordine adeguato delle cose da dire. Se sbagli il momento, se sbagli la successione dei concetti o il modo in cui li esponi, rischi di perdere un pezzo. Qualsiasi sia la tua materia, per affascinare i ragazzi devi essere capace di raccontarla bene.

IL TUO DESIDERIO PIU' GRANDE?
Vedere Io sto con Marta! in una libreria vera. Toccarlo, tenerlo in mano, sfogliarne le pagine. Sapere che la mia storia, e il suo messaggio di speranza vanno dove io non potrò mai raggiungerli. E avere il tempo di raccontare tutte le altre storie che stanno aspettando nella mia mente.

SALUTA I LETTORI DI ZEROASSOLUTO
Grazie per il vostro tempo. Spero che leggiate Marta e che la sua storia vi conquisti come ha conquistato me. Che la vostra vita sia sempre la storia più bella che avrete da raccontare!

martedì 25 ottobre 2016

LIBERI DI AMARE: UN BLOG PER RACCONTARE LA SPERANZA



Da quando mi sono esposto col primo articolo su “Tempi” come omosessuale cattolico fra le Sentinelle in Piedi (chi mi conosce sa quanto non ami questa etichetta, come nessuna etichetta in generale, ma per capirci…), quasi istantaneamente ho smesso di parlare in pubblico di temi a me molto cari, come il lavoro, il precariato e la ricerca del proprio posto nel mondo in questo tempo di crisi. Temi che avevo affrontato col mio romanzo “Io sto con Marta!” e che fino a quel momento erano stati parte integrante della missione che sentivo mi era stata affidata: aiutare le persone a credere nella speranza in un tempo in cui essa viene quotidianamente coperta o ignorata.

All’inizio, contrariamente a quanto alcuni hanno creduto, la cosa un po’ mi ha addolorato. Il miracolo editoriale di Marta, da prodotto del selfpublishing a libro Mondadori, era significato molto per me e per tanti. Amavo girare nelle scuole per incitare i ragazzi a credere nei loro sogni, a cercare il progetto iscritto nella loro vita, a non accontentarsi di soluzioni facili. E invece a un tratto, l’unica cosa di cui sembrava si potesse parlare era l’omosessualità: da dove viene, che senso ha, come la si può vivere da cristiano.

Poi ho capito che le due esperienze, come scrittore e come “testimone”, non erano in contrapposizione. Infatti, la ragione che mi aveva spinto a scrivere Marta era la stessa che mi spingeva a raccontare la mia storia personale: aiutare le persone a credere in quella Speranza che aveva dato senso alla mia vita. Qualcosa che non può essere simulato: la gioia di una vita che valga la pena, pur con tutte le sue fatiche, brutture e meschinità.

So che qualcuno la considererà una visione limitata, ma sono sempre stato convinto che uno scrittore, soprattutto se si dice Cristiano, abbia la responsabilità di raccontare questa Speranza nelle diverse forme in cui egli stesso l’ha sperimentata, perché altri la possano vivere attraverso le sue parole, e cercarla nelle pieghe della loro esistenza, lì dove si nasconde. Essa può quindi essere raccontata in molti modi, anche quando scrittori non lo si è affatto.

La racconti da uomo, quando provi ad asciugare le lacrime dei fratelli che piangono le tue stesse ferite, mostrando loro quanta vita quelle ferite hanno generato in te; o da insegnante, quando inciti una classe di ragazzini a riconoscere la meraviglia che portano dentro e di cui ancora non sono consapevoli; la racconti mentre vendi borse, alle tue colleghe sfruttate cui qualcuno vuole negare di essere vive; la racconti persino mentre riempi coni gelato insieme a ragazzi cui nessuno ricorda che sono degni di una vita al di là del bancone dietro al quale lavorano.

La tua vita stessa può diventare la storia che meglio racconta la Speranza: gesti, parole… tutto. Per la Speranza infatti non ci sono luoghi inadeguati ad accoglierla o uditori troppo piccoli per ascoltarla. Il gruppetto giovani di una parrocchia sarà adatto quanto la piazza di una manifestazione nazionale; un cinema pieno di persone, quanto una serata di confidenze con un singolo amico. Si adatta a tutto, si trova ovunque, ed è riconoscibile da ogni uomo che abbia l’onestà di cercarla.

Persino quando ti perdi, al fondo della tua miseria, quando vendi te stesso per un abbraccio o una carezza o semplicemente per un attimo di piacere; quando tutto finisce, e torni in te, consapevole di avere smarrito ancora una volta la strada, e al tempo stesso di non essere stati smarriti da Chi è la Strada, persino allora capita che Dio ti dia un’occasione per raccontarla, la Speranza. La stessa che avevi dimenticato fino a un attimo prima, e che ora ti porta ad accorgerti della persona che hai accanto, smarrita come te, e che per qualche ora avevi smesso di guardare come tale.

Per tutto questo, nasce Liberi di Amare.

Negli ultimi tre anni, dalla prima uscita online di “Io sto con Marta!”, molte cose sono state pubblicate su di me, molte delle quali, scritte di mio pugno. Sulla mia esperienza come persona di fede con tendenze omosessuali, ma non solo. Da qui l’esigenza di uno spazio unico, che metta insieme tutto, e al tempo stesso che diventi un luogo virtuale dal quale poter raccontare la Speranza di questa Vita nelle sue diverse forme; in ogni modo in cui è possibile raccontarlo, con ogni testimone che vorrà rendersi disponibile a farlo.

Liberi di Amare è un titolo che vuole essere un augurio e un programma, per chi legge, come per chi vi sta scrivendo. Ciò che voglio raccontare attraverso questa pagina, così come attraverso i libri, gli articoli, e ogni singolo giorno della mia esistenza: il sogno di Dio per ciascuno di noi di poter vivere il dono di un amore che libera e che aiuta altri ad essere liberi. Un amore che sia autentico: quello che “dà la vita per i propri amici”. Senza scoraggiarsi per il fatto di non esserne mai pienamente all’altezza. Perché un dono, quando è vero, è gratis. Non bisogna esserne all’altezza. Solo occuparsi di viverlo appieno.

A chi ci crede e a chi ancora no, non smettete di cercare la Speranza nella vostra vita.

Voi siete meravigliosi.