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martedì 5 luglio 2022

UOMINI FRA GLI UOMINI: LA PASTORALE CHE VORREI - Terza parte dell'intervista mai pubblicata di Gionata, sul sinodo tedesco e le proposte di accompagnamento delle persone omosessuali



Dopo la prima parte sulla morale sessuale nella Chiesa, e la seconda sulla visione dell'omosessualità, pubblichiamo oggi la risposta a una domanda di attualità: un commento sulle conclusioni raggiunte dal sinodo in Germania, in aperto contrasto con Roma. Con una proposta alternativa a tutte le possibili "pastorali omosessuali". 

Come giudichi le conclusioni a cui è giunto il percorso sinodale tedesco?

Il motivo per cui i vescovi tedeschi siano da sempre così “accalorati” , per così dire, nel difendere una morale sessuale meno “rigida” in tema di omosessualità (e non solo) posso solo immaginarli a partire dall’esperienza che ho della Chiesa italiana: in genere chi è di questo avviso o è ingenuo e non sa di che parla, o è in cattiva fede. I primi avendo visto nel tempo molti omosessuali soffrire per la loro condizione, e non avendo strumenti per capire di cosa l’attrazione omosessuale sia segno, si sono convinti che tale sofferenza sarebbe venuta meno semplicemente privando questi figli della bellezza di una chiamata alla castità. Quasi come se, in quanto “diversi”, non fossero in grado di rispondere alla chiamata d’Amore autentico che Dio fa ad ogni uomo o donna sulla terra.

I secondi… be’ direi che è già tristemente chiaro: esiste un sommerso (e nemmeno così tanto sommerso) di sacerdoti e vescovi che hanno iniziato il loro percorso all’interno della Chiesa mal guidati, o che fin da principio ambivano solo a fare carriera per comodità e opportunismo. Tali persone spesso conducono una doppia vita in maniera più o meno palese, non solo per debolezza, come chiunque sarebbe in grado di capire (ogni sacerdote è prima di tutto un uomo e in quanto tale soggetto a cadute), ma per scelta consapevole. Scelta alla quale cercano di portare quante più persone possibili, insegnando una dottrina diversa da quella del Magistero, dove la castità non è contemplata e i rapporti omosessuali sono equivalenti a quelli fra uomo e donna vissuti secondo natura. Il loro desiderio è normalizzare una situazione che in questo modo renderebbe meno grave il loro costante tradimento della promessa che hanno formalmente fatto davanti a Dio.

Diverso è il caso di quei tanti sacerdoti feriti che non avendo mai potuto trovare un sostengo valido nei loro superiori o nei confratelli, sono diventati vittime della propria fragilità e ricadono regolarmente nel sesso compulsivo, con uomini o donne, restando tuttavia coscienti del fatto che questo sia un male. Questi combattono la loro personale battaglia per la santità nel silenzio e con fatica, e non smettono di annunciare la Verità a tutti quelli che sono loro affidati, anche se loro stessi non sono sempre in grado di vivere quelle Verità.

Tuttavia, nel caso specifico della Chiesa Tedesca le conclusioni a cui il sinodo è giunto fanno purtroppo optare più per la seconda opzione che per la prima. Basti pensare che nel documento finale si sostiene che, fra le cause che avrebbero portato a un aumento dei casi di abusi sui minori, ci sarebbe proprio la stessa morale sessuale cattolica, che in quanto “troppo rigida” e castrante favorirebbe comportamenti disordinati “di rigetto”, per così dire. Quindi, si deduce, che la soluzione dovrebbe essere un ammorbidimento di tale morale.

Be’, pensare che rendere la morale sessuale più “permissiva”, possa fare diminuire gli abusi, è come pensare di combattere l’aumento degli omicidi passionali depenalizzando le pene previste per le violenze domestiche: un non-senso.

 

Inoltre la tesi secondo cui sarebbe la repressione sessuale (o presunta tale) che genera la pedofilia, viene ampiamente disconfermata dal fatto che statisticamente il maggior numero di abusi sui minori avvengano in famiglia, ad opera di uomini sposati che pertanto non hanno certo i supposti problemi di “repressione” a giustificarne il comportamento.

Sulla questione mi permetto di citare un articolo che ho trovato molto interessante di Michael Galster, presidente dell’Associazione Genitori e Amici Persone Omosessuali (AGAPO), in cui viene commentato l’impianto argomentativo del documento e il fatto che venga citato a sostegno di questa strampalata teoria il filosofo Michel Foucalt, aperto sostenitore dei rapporti sessuali fra bambini e adulti:


Nel Position paper [del sinodo] il complesso tematico della sessualità e delle relazioni di potere, così come il relativo lavoro del filosofo francese Michel Foucault, giocano un ruolo centrale; di quest’ultimo il sistema di pensiero viene ampiamente citato come buon esempio nella cultura attuale.

 

In tutto ciò, però, sfugge agli autori il fatto che lo stesso Foucault dagli anni ’60 fino agli anni ’80 e ’90 considerava ineccepibili sul piano scientifico gli atti sessuali tra adulti e bambini. Inoltre, a livello politico, insieme alla maggior parte degli intellettuali d’avanguardia di quell’epoca in Francia (Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Gilles Deleuze, Jacque Langue e altri), propugnava l’abbassamento dell’età del consenso agli atti sessuali a 12 anni. Come può accadere una simile cosa? Si tratta solamente di una svista da parte degli Addetti alla prevenzione della Conferenza episcopale tedesca? 

(Il resto dell’articolo qui)

 

Ecco, se chi dovrebbe parlare di una pastorale per le persone omosessuali ha simili riferimenti, direi che questo è sufficiente a stabilire la credibilità della Chiesa tedesca e la natura pretestuosa dei suoi ragionamenti “acrobatici”, per giustificare qualcosa che evidentemente non trova alcun appiglio teologico o antropologico per essere giustificato. Inoltre chi bazzica gli ambienti clericali sa perfettamente che la conferenza episcopale tedesca è estremamente potente all’interno della Chiesa in forza della sua ricchezza, e che per questo da anni minaccia uno scisma da Roma su queste questioni, facendo leva sul suo peso “economico”.

 

Ma grazie a Dio, noi crediamo che la Verità non dipenda né dagli appoggi politici, né dalla maggioranza di chi la riconosce: essa esiste in Cristo, al di là di noi, e resterebbe tale, anche se tutto il mondo la rinnegasse.

 

In ogni caso, al di là delle discutibili riflessioni della Chiesa tedesca, a mio parere il problema di fondo di chi, anche in buona fede, affronta la questione della pastorale per le persone omosessuali, sta proprio nel fatto di considerare queste persone bisognose di una pastorale ad hoc. Come se fossero diverse dalle altre e quindi bisognose di cure o attenzioni speciali.

 

Perché io dovrei avere bisogno di una pastorale a parte? Non sono io forse un uomo come gli altri? Non ho la stessa chiamata alla santità, la stessa immagine di Dio in me, la stessa chiamata alla paternità e complementarietà di qualsiasi altro uomo non sposato? E allora perché per me bisognerebbe valutare delle “regole” diverse, come se diversa fosse la mia chiamata all’amore? È un po’ come se mi dicessero: “Dio chiede a tutti di imparare ad amare senza possedere, anche nella sessualità, ma tu non ce la puoi fare. Quindi per te facciamo così: basta che non fai troppo sesso in giro e lo fai solo con una persona alla volta, in una relazione il più stabile possibile, finché dura”.

 

Come è possibile che nessuno si renda conto di quanto sia svilente questa visione della persona? Manca lo scopo, manca la prospettiva, manca lo sguardo alto di Dio che chiama a fare cose grandi. Manca una reale visione dell’essere umano.

 

Lo scopo di una pastorale vera non dovrebbe essere quello di trovare un modo per farci passare il tempo su questa terra senza fare troppo male a nessuno, ma dovrebbe essere quello di avvicinarci a Cristo, per imparare da Lui come fare il Bene, quello vero: dare la vita su questa terra per le cose che sono del Cielo.

 

Questa visione della pastorale omosessuale differenziata svilisce chi vive queste pulsioni perché priva le persone con attrazione omosessuale della possibilità di diventare uomini e donne adulti, togliendo loro la responsabilità della propria vita. Come farebbe una mamma troppo apprensiva che permette che il figlio non vada più a scuola perché “lì lo trattano male”, impedendogli così di affrontare la fatica del conflitto e di scoprire le proprie risorse, e rendendolo per sempre bisognoso di qualcuno che prenda le sue difese per lui.

 

Non avendo per decenni mai parlato adeguatamente di omosessualità nella Chiesa e nelle singole comunità – per i motivi di cui abbiamo già detto – anche chi avrebbe voluto interessarsi della questione, oggi non ha a disposizione nessun’altra lettura se non quella che il mondo grida da tutte le parti. E cioè che noi nasciamo così. Da qui l’equivoco: se gli omosessuali nascono omosessuali, vuol dire che essi sono così “di natura”, e una natura diversa deve prevedere regole diverse. E così abbiamo permesso a una moda di diventare più importante della parola di Dio.

 

Ma questo, piaccia o no è falso. Biologicamente nessun uomo o donna omosessuale e distinguibile da un altro uomo o donna eterosessuale. Perciò anche chi ha attrazione per lo stesso sesso, deve rientrare nel medesimo ordine naturale raccontato dalla Genesi. Io non sono “un omosessuale”: sono solo un uomo ferito nella sua identità maschile che ha sviluppato un’attrazione omosessuale per riparare a quella ferita. Un tentativo paragonabile a quello di chi usa il sesso con le donne per fare esperienza di una forza che non sa usare in altro modo, o a chi non sa vivere senza una fidanzata-mamma che gli tenga la mano in ogni circostanza, salvo poi non riuscire mai a contrapporsi alle sue decisioni; o a chi ha bisogno di masturbarsi tutti i giorni per avere la sensazione di tenere il controllo su qualcosa in una vita di frustrazioni; o a chi deve passare le ore in palestra per corrispondere a un’immagine idealizzata di sé dal momento che non ha un rapporto sereno con il proprio corpo; o a chi sa urlare e sbraitare solo con i più deboli, perché di fronte a chi gli è pari si sente come un bambino, ecc. Ecc.

 

L’omosessualità è solo uno di tutti questi sintomi possibili che sono segno di una ferita dell’identità maschile (ma la cosa vale specularmente per quella femminile) che oggi è condivisa dal novanta per cento degli uomini in circolazione.

 

Continuare a chiedersi perciò come e quanto ammettere o no rapporti sessuali omosessuali più o meno fedeli (se andiamo al nocciolo, la questione della pastorale omosessuale il più delle volte si riduce a questo), significa perdere infinite energie dietro a un problema che non è un problema, allontanando chi ha attrazione omosessuale dal cuore della questione: la ricerca di quel mondo a cui guarda con mistero e paura, il mondo da cui proviene e che non conosce. quello degli uomini per gli uomini, e quello delle donne, per le donne.

 

Io sogno il momento in cui qualcuno capirà che non serve una pastorale per le persone omosessuali, ma una pastorale per gli uomini e una per le donne. Una pastorale che restituisca uomo e donna a sé stessi, in un mondo occidentale in cui tutti noi siamo stati privati della nostra propria natura. Sogno una pastorale dove chi ha attrazione omosessuale cammini insieme a chi non ce l’ha, per fare esperienza di quella identità comune che non ha mai creduto di possedere: una pastorale dove attraverso l’amicizia fraterna, libera, profonda, e non erotizzata con persone del proprio sesso, ciascuno possa fare esperienza dell’unica verità che tutti noi cerchiamo da sempre: tu sei come me. Io sono come te. Insieme, forti dell’amicizia l’uno dell’altro, camminiamo verso Cristo.

 

Restituire la centralità di valore all’amicizia è, in effetti, ciò che risponde al bisogno vero del cuore di ogni persona, omosessuale e non. E non certo fornirle delle scappatoie ‘legal-teologiche’ per autorizzarla a fare sesso quando vuole e con chi vuole.

 

Ma di questo magari riparleremo.


(3 -  continua)


P.S.

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lunedì 27 giugno 2022

"Scegli la vita!" - Il MAGISTERO, LA NATURA E LA VERITA' DEL CORPO - La seconda parte dell'intervista "abortita" al gruppo LGBT 'cattolico' Gionata.


Continuiamo con la pubblicazione dell'intervista richiestami a febbraio da due membri del sito gay-'cattolico' Gionata, e poi da quello stesso sito censurata. Nella prima parte (che trovate a questo link) si è parlato in generale della morale sessuale proposta dalla Chiesa a tutti, cercando di spiegare la bellezza "nascosta" nella sempre troppo fraintesa proposta della castità. Oggi invece pubblichiamo la domanda/risposta riguardante più specificatamente le posizioni della Chiesa di fronte a chi compie atti omosessuali, e se ha senso aspettarsi mutamenti in futuro in ambito pastorale rispetto a queste posizioni. Buona lettura!


La Chiesa ha rinnovato continuamente il suo pensiero socio-psico-pedagogico ed antropologico, dalla Rerum Novarum a Fratelli Tutti tanto per fare alcuni esempi - per non parlare del concilio Vaticano II. Secondo te perché non potrebbe/dovrebbe sviluppare un punto di vista diverso rispetto all'omosessualità?

Prima bisogna capire cosa significhi davvero il termine rinnovamento nella storia della Chiesa. Infatti ciò che la Chiesa ha fatto nei secoli in termini di rinnovamento, non è mai stato una rivoluzione, cioè un azzeramento di quanto accadeva prima per ricostruire ex novo qualcosa di completamente diverso. Nemmeno Gesù si è mai posto così nei confronti della legge di Mosè (Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. Mt 5,17). Pertanto, a ben guardare, tutte le cose “nuove” che la Chiesa ha “scoperto” nei secoli, se così possiamo dire, quelli che noi abbiamo percepito come  erano sempre coerenti e logicamente conseguenziali con quelle precedenti, e mai potevano porsi in contrapposizione con quanto il vangelo aveva rivelato fino a quel momento.

I cambiamenti sono avvenuti lentamente nel tempo, più sul piano di sfumature e approfondimenti di significato, o su tale o talaltra pratica, ma non hanno mai contravvenuto alle Verità strutturali consegnateci dal vangelo (oltre che dalla realtà oggettiva), compresa la Verità iscritta biologicamente nel nostro corpo. Il concilio Vaticano II in particolare è stato proprio il concilio che meno in assoluto ha fatto questo, essendo l’unico della Storia ad avere avuto una natura puramente pastorale, senza mettere in discussione una sola verità di fede.

E in questo senso quindi nessuna direzione pastorale sulla cura delle persone omosessuali che nasca dalle riflessioni di qualsiasi concilio, può porsi in antitesi con la Verità fondamentale che la scrittura riconosce della natura umana. Citando letteralmente il testo, e non la traduzione corrente: “E dio creò l'uomo a sua immagine. A sua immagine lo creò. Maschio e femmina LO creò” (Gen 1,26-27). ‘Lo’: singolare. Cioè uno, un’unità. Perché l’unione naturale di uomo e donna è l’unica che esprima la completezza della natura umana, e quindi l’unica che riveli in modo compiuto l’immagine di Dio nascosta nell’uomo. Inoltre in nessun’altra unione le due persone possono diventare oggettivamente una sola carne, nella carne dei figli (che solo da questa unione possono nascere), e nel sacramento che cambia la sostanza dei due sposi facendoli “Uno” con Dio, anche quando i figli non ci sono. 

Va da sé perciò come qualsiasi pastorale che incoraggi unioni carnali di altro tipo, tra persone dello stesso sesso come tra persone di sesso opposto che ricorrano a pratiche simili fuori o dentro al matrimonio, si ponga in una posizione di per sé eretica, perché contrapposta a una Verità che è iscritta nella nostra stessa biologia, prima che nella Scrittura: il nostro corpo non è fisiologicamente fatto per essere usato così. 

Se volessi tradurre il messaggio del Magistero in merito, il senso è più o meno questo: il corpo ha delle funzioni naturali per cui è progettato e pensato (e questa è un’evidenza scientifica e biologica, non di fede), e chi pratica un sesso di tipo diverso da quello pensato per l’unione tra uomo e donna, sta forzando il proprio corpo per qualcosa che non gli è proprio, e questo certamente finirà col danneggiarlo. Infatti è questa l’unica finalità del vangelo, e quindi del magistero che da esso deriva: che l’uomo non si danneggi. È importante dirlo, perché a volte viene dimenticato: la Chiesa non ha alcun interesse a condannare chi vive diversamente, ma a evitare che si faccia male. Poiché chi fa il male, si condanna già da solo all’infelicità. “Ho posto davanti a te la Vita e la morte. Scegli la Vita” (Cfr Dt 30, 19).

È la Vita, cioè il Bene autentico della persona, che Dio desidera. Non la sua condanna.

Se il corpo infatti è stato creato da Dio con un ordine, andare contro quell’ordine ha in sé qualcosa di dannoso, perché pone la persona contro la sua stessa natura. E andare contro la nostra natura, non può mai essere un bene. Qualcuno potrebbe dire che nella propria percezione non sente naturale l’attrazione per l’altro sesso, tuttavia è importante capire che la nostra natura non è identificabile semplicemente con quanto noi percepiamo come inclinazione o desiderio, altrimenti il ladro che sente una pulsione istintiva verso il furto potrebbe giustificare un atto oggettivamente sbagliato sostenendo che quella sia “la sua natura”. E così non è. I desideri cambiano, così come le pulsioni, e fare dipendere da essi la nostra identità, la nostra “natura”, renderebbe ciò che siamo mutevole come i colori del cielo. Il concetto di Natura infatti è un concetto molto complesso per il quale servirebbe tutta una serie di approfondimenti impossibili da fare ora, ma mi limito a dire che esso è strettamente collegato alla realtà del corpo e alla finalità che in esso è iscritta, in modo simbolico, quanto concreto.

D’altra parte per una fede che ha al centro l’incarnazione del Verbo di Dio e la resurrezione della carne, non è concepibile su nessun piano una visione antropologica che stacchi l’uomo dalla realtà oggettiva della propria carne, cioè il proprio corpo, ponendolo su un piano puramente spirituale o mentale, di desiderio. E questo vale sempre: io posso anche desiderare essere alto due metri, ma in alcun modo questo cambierà la realtà oggettiva del mio essere alto un metro e settanta. Per questo non esiste modo, se non quello che sfoci nell’eresia (e direi nell’irrazionalità cognitiva), per vedere un atto omosessuale di qualsivoglia tipo come un atto che non sia disordinato e contro natura.

Infatti è molto importante sottolineare come tutto ciò che la Chiesa dica in merito, riguardi solo questo: l’atto sessuale. La Chiesa non si esprime mai sui sentimenti, sul cuore, sulle intenzioni delle persone con attrazione omosessuale, perché queste sono tutte cose che attengono all’intimo dell’uomo, e che solo Dio può conoscere. E in questo senso il suo è un messaggio coerente: dire che gli atti omosessuali sono contro natura, dice un’evidenza che resta tale anche quando gli stessi atti (sesso orale, anale, pratica masturbatoria, ecc) sono compiuti tra uomo e donna (cosa che a volte qualche solerte parrocchiano dimentica, nel puntare il dito contro chi ha attrazione omosessuale, dimenticando che magari con la propria moglie fa le medesime cose). Non c’è nessuna stigmatizzazione dell’attrazione omosessuale in sé. Se c'è essa non riguarda le posizioni ufficiali della Chiesa, ma il tale o il talaltro prete.

A ben guardare infatti ogni atto sessuale che non sia quello naturale tra uomo e donna si riduce in fondo a un atto masturbatorio portato alle estreme conseguenze, dove le due persone diventano strumenti di piacere reciproco. E nessun atto masturbatorio può essere espressione di un amore donativo. Il che è tanto oggettivo da non poter esser messo in discussione nemmeno dalle migliori intenzioni di chi lo compie.

Come abbiamo già detto infatti, non sono i desideri o le intenzioni a cambiare la realtà oggettiva delle cose. Uno scrittore americano, Philip K. Dick, diceva che “la realtà è quella cosa che esiste anche quando hai smesso di credervi”.  Per quanto non sempre sia facile discernere, una cosa resta buona o cattiva al di là dell’opinione che noi ne abbiamo. Persino un uomo che si fa saltare in aria per uccidere quelli che ritiene dei miscredenti, lo fa nella convinzione di stare facendo il bene. Tuttavia questo non renderebbe migliore il massacro di decine di persone in un attentato terroristico. Dinnanzi a Dio forse un terrorista potrebbe non essere giudicato colpevole, se è stato manipolato fin da quando era piccolo, se davvero gli è mancata la possibilità di comprendere ciò che stava facendo, se quindi gli è mancata una vera libertà di scelta, ma il suo omicidio resterebbe comunque male in sé, a prescindere dal fatto che lui ne fosse cosciente o no.

Questo è logico e conseguenziale e sebbene, (ed è ovvio) qui non si voglia dire che un atto sessuale contro natura sia paragonabile a una strage terroristica (pietà, ora non mettetemi in bocca cose che non ho detto!), il principio di fondo resta lo stesso: se una cosa è male, resta male, al di là della sincera buona fede di chi la compie.

Quindi, lo ribadisco, qualsiasi “pastore” manipoli la teologia e la Scrittura per giustificare teorie che non considerino la realtà oggettiva del corpo, 'spiritualizzando' l’essere umano e le sue azioni solo in funzione dei propri desideri, sta dicendo un’eresia (e purtroppo il più delle volte, al contrario del terrorista di cui sopra, ha gli strumenti culturali e cognitivi per esserne consapevole. Sui motivi per cui fior fiore di sacerdoti e teologi si siano impegnati in tal senso, ci sarebbe molto da dire, ma mi riservo di farlo successivamente).

In conclusione voglio solo ricordare ancora una volta come tutto ciò che ho detto non costituisca per me un giudizio morale su chi vive la sua sessualità e l’omosessualità diversamente. Ricordo che io ho fatto (e a volte mi può ancora capitare di fare) molti di quegli atti sessuali, sia promiscuamente, che in relazioni con uomini a cui volevo bene. Conosco le dinamiche che si instaurano tra persone dello stesso sesso e sono il primo a capire chi le vive e non riesce a fare a meno di viverle. Ma questo non mi ha mai tolto la capacità di chiamare le cose con il loro nome, al di là dell’amore che potevo o meno provare per coloro con i quali mi sono assunto la responsabilità di vivere quegli atti. 

Ed è proprio in virtù dell’esperienza che ho (e di quella di migliaia di altri fratelli che ho conosciuto, anche non credenti) che posso dire che i momenti in cui non avevo rapporti con quegli uomini che avevo cercato di amare, erano anche quelli in cui li stavo amando davvero.

(2 - continua)

P.S.

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giovedì 28 ottobre 2021

"NON SEDERTI, RIALZATI, NON RIMPIANGERE IL PASSATO". Ultimo omaggio a una pittrice che ha fatto della sua vita un'opera d'arte. ANNA MARIA BRUCATO SARZANA: mia nonna.


In questo articolo le immagini sono fra le pochissime esistenti online di alcune delle centinaia
di quadri su vetro che in vent'anni di carriera, fra il 1975 e il 2000,
mia nonna 
ha dipinto e venduto fra Palermo, Roma, Milano, Parigi e Londra.

Mia nonna non ha mai voluto sedersi in vita sua. Mai.

Ad ogni festa, cena, compleanno, ricorrenza dovevi implorarla per farla stare seduta. "Dopo, dopo. Sto bene così". Persino quando ha iniziato a trascorrere più tempo in casa, quando doveva dipendere da qualcuno che la portasse in giro con la macchina per avere una vita sociale (cui non ha mai rinunciato fino a due anni fa), anche allora non osava sedersi, passando le ore a camminare avanti e indietro per il salotto per "non fare atrofizzare i muscoli delle gambe".

"Altrimenti è un attimo", diceva, "e ti ritrovi come quelle vecchie che non riescono a muoversi più". 

Aveva ragione, naturalmente. Lei, "vecchia", non lo è stata mai. Per questo molti la invidiavano. 

Tutti quelli che non ne restavano incantati, naturalmente. E non era difficile che accadesse. 

Avanti e indietro, avanti e indietro... Ha continuato ad andare al mare fino a 94 anni, come a cucinare, a fare cene, a giocare a burraco e a seguire i concerti al Teatro Politeama. Persino a disegnare finché ha potuto. Avanti e indietro, avanti e indietro... nel salotto, come nella vita. E certo, con tutto quel correre era un attimo mettere un piede storto e cadere. 

E infatti mia nonna cadeva.

Eh sì: di faccia, di fianco, sui gomiti… è caduta talmente tante di quelle volte negli ultimi dieci anni che ad oggi avrebbero potuto nominarla campionessa mondiale di 'triplo tuffo carpiato sul pavimento'. L'hanno persino investita una volta, proprio davanti la nostra parrocchia: quella chiesa che l'ha vista nascere, battezzarsi, fidanzarsi, diventare madre, nonna, poi bisnonna e che infine martedì le ha dato l'ultimo saluto.

Be' quella chiesa l'ha vista anche cadere molte volte.

Eppure ciò che ha sempre colpito tutti noi non era quante volte cadesse, ma come ogni volta riuscisse a rialzarsi senza un graffio. Ogni volta. 

Io per uno scivolone di tre mesi fa ho dolori ancora adesso. 

Ma lei no: non un graffio, né un lamento. 

Perché mia nonna era anche una che non piangeva. 

"Io potevo fare la regina" diceva. "Perché una regina non piange mai" (su questo aveva una specie di competizione personale con Elisabetta di Inghilterra, della quale era più grande di un anno, ma tant'è... nonna, alla fine quella ha battuto anche te!).  

In compenso sapeva ridere. Di gusto, di tutto, sempre.

D'altra parte aveva ragione a pensare di poter competere con una regina. Anche lei infatti era nobile, e non solo perché baronessa, ma perché nobile di una nobiltà che non si insegna e non è data dai titoli. 

Lei era una vera signora. 

Diventata pittrice di successo a cinquant'anni, per sfida, inventrice di una tecnica di pittura su vetro mai tentata prima, mia nonna detestava la mancanza di decoro e la vigliaccheria. Era brillante, bellissima, di una intelligenza sopraffina e con un carattere di fronte al quale i prepotenti e i mafiosi fuggivano. O restavano innamorati.

Eppure nel suo matrimonio aveva saputo farsi debole quando serviva, almeno in apparenza, per amore di un uomo che l'ha amata fino all'ultimo istante di vita. Ha dato la vita rinunciando a volte al suo amor proprio, perché i suoi figli potessero avere ciò che lei riteneva più importante di sé stessa: una famiglia unita. E perché imparassero da lei la capacità di non arrendersi mai. 

Non a caso lei è la donna che ci ha insegnato uno dei segreti dell'amore: "tre parole: pazienza, pazienza, pazienza". E i frutti nel tempo le hanno dato ragione: mia madre, mio zio, e con lei tutti noi, i suoi nipoti, le sue gioie, abbiamo goduto di questo amore sopravvissuto alle tempeste e diventato per questo fonte solo di gioia. Lei e mio nonno sono stati una delle coppie più belle che io abbia mai conosciuto, ma hanno passato anni di grande fatica: il trauma della guerra, le ferite reciproche, la perdita di un figlio... 

La vita non ha risparmiato loro il suo carico di sofferenza. E di certo non è che mia nonna non abbia sofferto. Tuttavia, come ogni volta, anche nella vita mia nonna si è sempre rialzata come nulla fosse, più forte di prima, senza versare una lacrima. Quando penso a come lei e mio nonno hanno vissuto, capisco il senso di ciò che dice san Paolo: tutto concorre al bene di coloro che amano Dio (Rm 8, 28).

Tutto. Anche la morte. Non importa quanto dolore possa capitarti: non sederti, rialzati, non perdere tempo a piangere ciò che non c'è più. Perché Dio è buono, e il meglio deve ancora venire.

So che tutte queste cose potrebbero far pensare a una persona dura. Per qualcuno poteva a volte apparire superficiale: la sua era una fede semplice e concreta, come tutto ciò che faceva, ma certamente lei non era una donna semplice con cui avere a che fare, come tutti coloro che pretendono molto da sé stessi.

Forse chi non l'ha conosciuta dalle mie parole potrebbe persino pensare che fosse una di quegli anziani cinici, ossessionati dalla cura di sé, magari in fuga dalla vecchiaia. 

Ma non è così. 

La vecchiaia non l'ha mai raggiunta, semplicemente perché lei non la stava fuggendo. Direi che mia nonna ha danzato con lei per anni e anni, mostrando al mondo la bellezza di una vita piena, vissuta con ogni goccia di sé stessi, fino all'ultimo istante, senza mai permettere al dolore di avere l'ultima parola e celebrando la bellezza in tutte le sue forme, rughe e solitudine comprese. Figlia di un mondo che non esisteva più, con la sua presenza lei lo ha mantenuto in vita ricercandone gli ultimi barlumi di bellezza nel presente, senza mai rimpiangere i 'bei tempi andati', ma facendo del tempo che aveva da vivere il migliore possibile.

Fino alla fine.

Ed è per questo che oggi voglio dirti grazie, nonna: per avere mostrato a me, a noi fratelli, a nostra madre, a tutti quelli che ti hanno incrociata almeno una volta sul loro cammino,  come stare nella vita a testa alta. Lo hai detto a noi e lo hai mostrato a a chiunque abbia visto un tuo quadro, o solo per il tempo di un pranzo abbia goduto del tuo cibo come dei tuoi racconti. Ma soprattutto grazie per avermi indicato come gioire di ciò che si ha, finché il Signore ci dà la grazia di averlo.

Ho pianto tanto, sai? Io non sono come te. Ma non ho timore di piangere, so che tu lo capirai. È stupendo farlo con chi ti ha amato, ma soprattutto è stato amato da te, sapendo che in realtà nessuno di noi ha altro motivo per versare una lacrima che non sia la gratitudine nei confronti di Dio per il dono di così tanti anni di questa tua vita piena della Sua bellezza.

Vai nonna, e goditi il concerto dell’eternità; so che il nonno non aspettava altro che te per ballare ancora questo ultimo walzer.

E forse, dopo, finalmente ti siederai.






Mia nonna poco più che ventenne, con mia madre e mio zio. 


Una delle poche foto insieme. Pasqua 2017. Qui mia nonna aveva 'solo' 92 anni.

sabato 23 gennaio 2021

L'INCOERENZA E' LA VIRTU' DEI DEBOLI - Elogio di un "difetto" e della sua speranza nascosta


A volte capita che gli uomini, anche quelli di fede, facciano della coerenza una virtù in sé, unico metro per misurare quanto una persona sia corretta o meno rispetto a un dato modello di perfezione (generalmente astratto e irraggiungibile) che provoca la frustrazione e il dolore di molti, e in base al quale ci si permette di giudicare chi è meritevole di plauso e chi no.

A me ha sempre incuriosito invece come la coerenza non sia nominata in nessuno degli elenchi delle virtù evangeliche: né cardinali, né teologali, e nemmeno tra i doni o i frutti dello Spirito Santo.

Perché? Perché Dio sa bene come siamo fatti.

L'incoerenza è una componente costitutiva dell'essere umano, strettamente connessa a una delle sue capacità più fondamentali: quella di cambiare.

Noi la guardiamo sempre dal punto di vista di chi "predica bene, ma razzola male" e non ci soffermiamo mai sul fatto che si può anche "predicare male e razzolare bene", come nella parabola dei due figli, di Matteo. (Mt 21, 28-31)

Certo, forse sarebbe meglio fare bene entrambe le cose, predicare e "razzolare", ma dal momento che nella mia esperienza le persone che guardano alla coerenza come a una virtù, sono anche le stesse più crudeli nel giudicare la debolezza altrui, non è detto che dietro a tale "virtù" più spesso non si nasconda un desiderio di perfezionismo che puzza di orgoglio e che ricorda tanto un idolo.

La verità è che nella possibilità dell'uomo di essere incoerente sta anche la sua speranza di essere migliore. Perché, se fossimo sempre coerenti con noi stessi, dovremmo anche restare sempre coerenti col male che commettiamo. 

L'incoerenza infatti è il fondamento e l'unico presupposto che rende possibile la conversione. 

Se San Francesco fosse stato coerente, sarebbe rimasto a gestire l'azienda di famiglia, o forse sarebbe morto in guerra.

Se San Paolo fosse stato coerente sarebbe morto assassino.

Se San Pietro fosse stato coerente, la Chiesa non esisterebbe.

Nessuno fra coloro che hanno seguito Gesù ha mai brillato per coerenza nella propria vita.

In fondo Hitler è stato uno degli uomini più coerenti della Storia, eppure non mi pare che questo sia stato un bene per l'umanità.

L'unica coerenza cui (forse) possiamo aspirare umanamente è quella delle intenzioni: del riconoscere la Verità sempre, anche quando non riusciamo a viverla, senza smettere di chiamare il male, "male", e il Bene "Bene". Solo così il nostro parlare sarà "se sì, sì, se no no" (Mt 5, 37). Quanto all'agire, infatti, sarà Dio a fare ciò che noi non possiamo fare da soli.  Il resto, si sa, viene dal diavolo.

A noi non è chiesto di essere coerenti. A noi è chiesto di provare a fidarci dal fatto che Dio ci ama con tutta la nostra incoerenza. 

Quel "pace in terra agli uomini di buona volontà", che purtroppo non sentiremo più a messa, era di questo che parlava: pace in terra agli uomini che ci provano. 


Pace in terra a chi si fida di Cristo più che delle sue forze. 
Pace in terra chi oggi ce la fa e domani no.
Pace in terra a chi non si arrende per questo.
Pace in terra a chi ricomincia sempre.

E' il provarci che dà pace, non il fatto di riuscirci. Provare a credere che esista un Dio che non misura i risultati, e nonostante questo si fida della nostra possibilità di cambiare, scegliendo di lasciarci amare da Lui. Solo l'incoerenza infatti rende evidente la gratuità dell'amore di Chi ci ama sapendo che prima o poi Lo tradiremo di nuovo, e nonostante questo non resta mai deluso. 

In fondo, quando riceviamo il perdono, e proprio su questo che Cristo
conta: su quella incoerenza che ci ha fatto allontanare da Lui.

La stessa grazie alla quale ancora una volta a Lui potremo tornare.