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giovedì 30 marzo 2023

"NON ABBIATE PAURA DI DIRE LA VERITA''!" - Appello a tutte le guide nella Chiesa.

 


Ultimamente sto vedendo un equivoco molto diffuso anche in alcune realtà della Chiesa particolarmente ricche dal punto di vista dei doni dello Spirito, ma dove è passata l’idea di non parlare troppo di sessualità per non allontanare la gente. 

Perciò durante più di una notte travagliata in cui questo pensiero non mi lasciava dormire, ho sentito il bisogno di scrivere questo articolo per cercare di chiarire alcune cose che in pochi oggi dicono: una sessualità ordinata non è fare sesso solo con una persona alla volta e solo "quando c’è l’amore", a prescindere da che tipo di relazione si stia vivendo, dallo stato di vita o dal genere sessuale

Una sessualità ordinata significa fare esperienza del fatto che noi non abbiamo bisogno di fare sesso per amare; che il sesso dice l’amore solo in una scelta di donazione totale e per la vita all'altro che non esiste all'infuori del matrimonio, e che solo con la grazia di un sacramento si può sperare che esso non sia un modo per usare l’altro.

La castità non è una chiamata particolare per i preti e per gli omosessuali a cui è chiesto di “castrarsi” rinunciando a un “bisogno fisiologico come mangiare o bere”. La castità è una chiamata universale all’amore vero, libero, che non possiede. Ed è una chiamata che Dio fa a tutti! E per chi non è sposato, quale che sia il motivo (prete, religioso, omosessuale, separato, o semplicemente single), la castità significa anche continenza, cioè non avere rapporti sessuali. E se ve lo dice un sessodipendente con attrazione omosessuale potete crederci: c’è una chiamata alla libertà lì.

Perché voi che sapete non lo dite? Perché chi lo ha sperimentato rimane in silenzio?

Preti dove siete? Formatori, perché restate in silenzio, se sapete?

Perché vi state preoccupando solo di non rendere “troppo gravoso questo impegno”, anche voi che dovreste sapere quale dono di libertà ci sia dietro?  Vedo una Chiesa preoccupata di avvicinare e accogliere, dando mezze verità, per paura che la Verità tutta intera faccia scappare. E se questo va bene all’inizio di un percorso, non può essere la caratteristica costante in un cammino di crescita.

Vedo realtà che corrono a chiedere nullità di matrimonio, invece di preoccuparsi di fare sposare le persone solo quando davvero hanno fatto un incontro con Cristo e hanno capito che non è il matrimonio che darà senso alle loro vite, ma quanto sanno amare come Lui ancora prima di trovare qualcuno da sposare. 

Vedo preti che cercano scappatoie emotive per giustificare il sesso dei figli loro affidati purché “ci sia l’amore”. Ma come si educa all’amore se non sei in grado di stare con una persona senza che quella debba appagarti sessualmente?

Vedo preti che negano duemila anni di insegnamenti della Chiesa e del vangelo, perché loro in prima persona non hanno mai sperimentato la bellezza della castità e si sentono castrati.

Vedo realtà dove i formatori sono molto coscienti di cosa sia la castità, ma non formano nessuno sotto di loro perché “da fare sesso con chiunque a fare sesso solo con il fidanzato o la fidanzata va già bene”.

Certo che non tutto si può subito, certo che per chi faceva sesso tutti i giorni con mille persone diverse, arrivare a farlo solo con il fidanzato o la fidanzata è un passo in avanti. Ma qualcuno mi ha insegnato che nella vita spirituale bisogna sempre continuare ad avanzare, o si torna indietro. E se a chi ha scoperto il profumo della libertà, non facciamo gustare il suo sapore pieno… non stiamo facendo un servizio. Lo stiamo privando di qualcosa.

Perché non credete alla chiamata di grandezza che Dio ha fatto all’uomo? Perché non credete che Dio ci rende capaci di amare così? Mi sembra di sentire ancora la voce di Gesù che spiega ai discepoli come Mosè avesse scritto una legge “alternativa”, in cui si poteva ripudiare moglie e marito, per la durezza del cuore di quel popolo. Nonostante “in principio non fosse così”(Mt. 19, 8).

Quel popolo però, il popolo di Dio, non aveva la grazia dei sacramenti, la potenza di Dio che oggi abita in noi grazie allo Spirito. Ma insomma, ci credete che Dio è Dio o no? Che nulla è impossibile a Lui?

Perché non dite la Verità? Perché nelle vostre realtà di Chiesa lasciate che passi il pensiero che stare con una persona del proprio sesso o di un altro sia indifferente? Non è vero.

Perché dite ai fidanzati che se si vogliono bene possono vivere una sessualità che non li educa all’amore?

Non è vero.

Io non dico di imporla, questa Verità, di metterla come conditio sine qua non per potere camminare in un cammino di fede, non chiedo di subordinare l’amore ad essa. Non tutti possono capire o vivere queste cose subito, ma almeno mostrarne la bellezza e porla come una meta possibile, questo sì.

Perché Dio non ci chiede cose impossibili.

E se tu prete, tu suora, tu educatore, tu formatore, pensate che questo sia impossibile… allora forse vale la pena di chiedersi come state vivendo voi la vostra sessualità: e se non ci sia qualcosa di cui ancora non dobbiate chiedere a Dio di prendersi cura nel vostro cuore.

Com’è possibile che debba essere un laico, omosessuale e sessodipendente a ricordarvi la Sapienza della castità che vi è stata affidata? Conosco coppie omosessuali che hanno scoperto che la castità liberava il loro rapporto di coppia, rendendolo ciò che era chiamato ad essere, un’amicizia elettiva che ha dato tanto frutto nella loro vita; conosco separati che per anni hanno atteso che la Chiesa ratificasse che quel loro primo sacramento non era mai avvenuto, senza avere rapporti con la persona con cui stavano, pur desiderandola, fidandosi del fatto che se la chiamata alla castità era per tutti, forse voleva dire che lì c’era un bene anche per loro; conosco fidanzati che avevano rapporti e che hanno deciso di smettere di averne in attesa del matrimonio, riscoprendo una verginità da cui sono stati salvati nell’Amore; e conosco coppie sposate che hanno scoperto un piacere sessuale al di sopra di ogni immaginazione, solo per aver capito che il matrimonio non andava male perché non “sc*pavano bene”, ma non sc*pavano bene perché  fuori dal letto non sapevano amarsi davvero.

Vi prego… smettete di annacquare la ragioni della fede perché avete perso fiducia in Dio e quindi nell’uomo e nella sua chiamata alla grandezza. Chiamate chi vive queste cose a testimoniarle, affrontate il rischio di non essere amati per ciò che dite, e annunciate che Dio ci salva dalla lapidazione perché ci ama oggi così come siamo, ma per amore ci chiede anche di “andare e non peccare più” (Gv. 8,11).

E se voi siete i primi a non mostrare l’errore ai figli a voi affidati, non sarà a loro che sarà imputato questo errore, ma a voi. L’errore di migliaia di persone graverà sulle vostre spalle. Oltre ad avere privato questi figli di una ricchezza, che forse, solo perché a voi risultava preclusa, avete fatto in modo che nessuno dovesse avere.

Convertitevi. Convertiamoci. Non è troppo tardi. 

Possiamo ancora essere un segno di libertà in questo mondo che non sa più cosa vuol dire essere davvero liberi di amare.

martedì 12 luglio 2022

AMICI PER LA VITA: UNA COSA "DA DIO" - Ultima parte dell'intervista al gruppo LGBT "Cattolico" Gionata.

Quarta e ultima parte di un lavoro complesso che a partire da domande generiche ha cercato di indagare le ragioni di quella morale che da sempre la Chiesa ha insegnato a partire dal vangelo. In quest'ultima domanda ho cercato di andare al fondo di cosa significhi amare davvero per un cristiano (a prescindere dall'orientamento sessuale), dentro e fuori dal matrimonio e della grande possibilità d'amore che la società occidentale sembra avere dimenticato, ma che Gesù ha proposto come possibile per ogni uomo: l'amicizia.


L'amore è fatto di ben altro che della semplice attività genitale - che però ne è un componente. Perché la Chiesa ne fa, in alcuni casi (e non penso solo all'omosessualità) un peccato? Come si fa a respingere l'amore?

Prima di parlare di “respingere l’amore”, bisognerebbe capire cosa l’amore sia per un cristiano (e quindi per la Chiesa). Non c’è parola al mondo che sia stata più equivocata e abusata nella Storia, ieri come oggi. Dietro ad essa si nascondono infinite esperienze che con l’amore non hanno nulla a che vedere: possesso, gratificazione, abuso psicologico, dipendenza affettiva, piacevolezza della compagnia, sesso, scambio di favori, convenienza, paura di stare da soli...

Per i cristiani però non esiste amore che non abbia come riferimento l’amore di Cristo: dare la vita per i propri amici (Gv 15, 12-17)”. Gratuitamente. Perché gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date (Mt 10,8).  

L’amore di Cristo è un amore che dà senza condizioni, un amore libero che rende liberi, un amore che non possiede, ma esalta, gratifica e accresce. In ordine a questo non c’è Chiesa al mondo che possa definire l’amare così un peccato, che a viverlo siano un uomo e una donna o due uomini o due donne. Tutto ciò che invece non rientra in questo modo di amare, semplicemente non è amore.

Di tutto questo però “l’attività genitale” non è che un’infinitesima parte, peraltro non di certo la più importante. Essa è solo una espressione di una sola delle esperienze d’amore possibili tra due persone: l’amore sponsale. E anche in questo caso essa ha un senso solo in forza di tanto altro, che ha a che fare con la totalità di donazione esistenziale che solo nel matrimonio si può vivere. Come farei altrimenti a donarti la totalità del mio corpo (e quindi la totalità di me stesso, dal momento che io sono il mio corpo), se non ti ho donato la totalità della mia vita? Il rapporto sessuale infatti non ha senso se non a partire dalla verità di quella donazione, scritta nella promessa che gli sposi si fanno. Per tutta la vita, appunto.

È per questo che solo nel sacramento la genitalità diventa uno degli strumenti che rendono la coppia, anche nella sua unione carnale, immagine del Dio incarnato. Non a caso, questo è l’unico atto con cui l’uomo e la donna possono partecipare della creazione, generando nuova vita: una cosa che nessuna coppia omosessuale, per quanto fisicamente sana, potrà mai compiere. Per questo, per la Chiesa, l’atto sessuale tra uomo e donna nel matrimonio ha lo stesso valore sostanziale della consacrazione eucaristica sull’altare: l’unione sessuale, in comunione con Dio, trasforma la coppia in eucaristia, e il letto in altare. L’amore nuziale nel rapporto sessuale, diventa il dono di sé di Cristo alla Chiesa, il sacrificio che sconfigge la morte.

Capite quanto sia straordinario?! Mentre noi, anche tra uomo e donna, ci preoccupiamo di quanto ‘si può fare o non si può fare’, quanto toccarci, strusciarci, spogliarci, se ci si possa masturbare a patto di non venire; se il sesso orale possa essere un ‘gesto d’amore’; se il sesso anale sia un ‘dono di sé’; dopo quanto tempo possiamo sentirci autorizzati a fare cosa e con chi senza sentirci in colpa, ecc. ecc…, arriva qualcuno che alza il nostro sguardo da quello che ci succede in mezzo alle gambe e da tutte le scuse che cerchiamo per usare l’altro come strumento di piacere o gratificazione e ci chiede: “ma tu, sei in grado di amare davvero? Di amare come Cristo? Di diventare pane per gli altri? Di dare la vita? Di NON possedere? Di ricevere l’altro come dono, al di là del piacere che ti dà? Sì? E come lo sai se non sai stare con l’altro senza saperlo attendere, senza saper rinunciare al piacere che lui ti potrebbe dare? Dov’è la prova?”.

Ecco, di nuovo, se tutto questo passa come “tranchant” agli occhi del mondo… Be’ forse è perché a volte il mondo non ha molta voglia di sentirsi porre domande scomode sulle ragioni per cui vive le cose.

Capite come, al confronto con questo, qualsiasi altro modo di vivere la genitalità risulti una misera imitazione e uno svilimento di ciò per cui siamo fatti.

Tuttavia, il fatto di non potere vivere questo tipo di esperienza nell’unione sponsale, non solo perché persone con attrazione omosessuale, ma magari perché un marito o una moglie non ce l’abbiamo ancora (e forse non ce l’avremo mai), non deve rattristare, perché non preclude l’esperienza dell’amore autentico e donativo della vita. Infatti questa è un’esperienza che può fare chiunque a prescindere dallo stato di vita. Se così non fosse, se l’uomo potesse amare come Cristo solo nell’amare la propria moglie o il proprio marito, questo costituirebbe un’enorme ingiustizia nei confronti di tutti quelli che per un motivo o per un altro non hanno mai potuto vivere quel tipo di unione. Ma Dio non ha fatto l’uomo perché restasse solo (Gen 2,18), tuttavia non ha fatto tutti gli uomini perché fossero uniti in matrimonio. 

Per questo motivo quando Suo Figlio ha consegnato un insegnamento sull’amore ai suoi discepoli non ha parlato di amore sponsale, ma di amicizia. Questo significa che è nell’amicizia che si può vivere l’amore che Cristo ci ha chiamato a vivere per essere santi.  Perché l’amicizia può essere questo: un amore per la vita che dà la vita.

Il problema è che per molti di noi l’amicizia ha perso completamente il suo valore fondamentale e fondativo della persona: essa è considerata un riempitivo tra una relazione e l’altra, o un diversivo quando la nostra relazione non funziona. Invece l’amicizia è la prima forma di amore a cui siamo chiamati, l’unica che è possibile sempre, per tutti, ovunque.

Persino una coppia che non abbia amici, sarà destinata alla lunga a fare molta più fatica nella sua vita relazionale. La nostra società ha idolatrato l’amore di coppia svalutando quello dell’amicizia ed è questo che ci ha resi tutti più soli, in cerca di qualcuno che ci dia senso e che ci faccia sentire desiderati attraverso una relazione vissuta sessualmente, incapaci di accorgerci dei migliaia di potenziali fratelli attorno a noi che aspettano solo un amico con cui poter condividere la vita.

L’incremento di esperienze omosessuali tra i più giovani (e non solo) è in parte da attribuire anche a questo: siamo talmente poco abituati a fare l’esperienza dell’amicizia profonda che quando abbiamo un legame più stretto con un amico, invece di prenderlo per il dono che è, ci interroghiamo se esso non debba per forza nascondere “qualcosa di più”. Praticamente per sentirci autorizzati ad avere un desiderio preferenziale con qualcuno da amici, dobbiamo farlo diventare il nostro partner, mettendo di mezzo anche un aspetto genitale che non aggiunge niente a quel rapporto, ma anzi lo svilisce. Dimenticando che anche Cristo, pur essendosi donato a tutti totalmente, ha scelto alcuni in modo preferenziale su questa terra, perché lo accompagnassero in certi momenti importanti della sua missione pubblica, diversamente da altri. Mi riferisco a Pietro, Giacomo e Giovanni, scelti fra gli scelti. Eppure con nessuno di essi aveva rapporti sessuali.

Perciò va da sé che, se l’amore sponsale non è per tutti, anche la genitalità non è per tutti.

Ciò che invece è certamente per tutti è l’esperienza dell’Amore, quello vero, quello che libera, quello che ti apre all’altro senza possedere. Due uomini possono amarsi in questo modo, come ama Cristo, ma per farlo non serve che vivano la genitalità. Basta che siano amici, amici veri. Per la vita. Con un’intimità a cui il sesso non potrebbe aggiungere nulla. Poiché come abbiamo già detto in un’altra partedi questa intervista, la genitalità fra persone dello stesso sesso non ha alcuna possibilità di diventare segno donativo, ma anzi finisce col rendere l’altro un oggetto sessuale, volenti o nolenti, per tutti i motivi che abbiamo già spiegato, legati all’ordine inscritto nella nostra carne.

La Storia, anche quella della Chiesa, è piena di testimonianze di santi amici che hanno condiviso vita, progetti, passioni, e persino la morte, insieme, fianco a fianco fino alla fine.  E sfido chiunque a dire che quello non fosse amore o che valesse meno perché non c’era la dimensione genitale.

È difficile costruire amicizie così, lo so, ma d’altra parte anche trovare moglie e marito è molto più difficile di quanto il mondo porti a credere.

È amare che è difficile, quando lo si fa davvero. Di più: è da Dio.

Perché le nostre ferite ci rendono schiavi, e ci sono pulsioni dentro di noi che agiscono al di là delle intenzioni che avremmo, portandoci in certi momenti a usare l’altro al di là di ciò che vorremmo; un’esperienza di cui lo stesso San Paolo in primis ha fatto esperienza: Faccio il male che non voglio e non faccio il bene che voglio (Rm 7,19).

Tuttavia fare il Bene, amare davvero, è possibile. O Cristo non ce l’avrebbe chiesto.

Se smettessimo di sprecare tutte le nostre energie per trovare modi di manipolare Dio in modo da ‘fargli fare’ quello che noi abbiamo giudicato buono per noi e ci preoccupassimo di capire cosa Lui ha preparato di buono per noi, chiedendoGli di insegnarci ad amare così, forse quel senso di frustrazione e risentimento che molti sentono rispetto alla Chiesa verrebbe meno. E potremmo finalmente fare esperienza della gratitudine verso un Dio che ci ha fatti per gustare cose molto più grandi di quelle che la nostra piccola mente avrebbe mai potuto immaginare.

Un pezzo di paradiso già su questa terra.


P.S.

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martedì 5 luglio 2022

UOMINI FRA GLI UOMINI: LA PASTORALE CHE VORREI - Terza parte dell'intervista mai pubblicata di Gionata, sul sinodo tedesco e le proposte di accompagnamento delle persone omosessuali



Dopo la prima parte sulla morale sessuale nella Chiesa, e la seconda sulla visione dell'omosessualità, pubblichiamo oggi la risposta a una domanda di attualità: un commento sulle conclusioni raggiunte dal sinodo in Germania, in aperto contrasto con Roma. Con una proposta alternativa a tutte le possibili "pastorali omosessuali". 

Come giudichi le conclusioni a cui è giunto il percorso sinodale tedesco?

Il motivo per cui i vescovi tedeschi siano da sempre così “accalorati” , per così dire, nel difendere una morale sessuale meno “rigida” in tema di omosessualità (e non solo) posso solo immaginarli a partire dall’esperienza che ho della Chiesa italiana: in genere chi è di questo avviso o è ingenuo e non sa di che parla, o è in cattiva fede. I primi avendo visto nel tempo molti omosessuali soffrire per la loro condizione, e non avendo strumenti per capire di cosa l’attrazione omosessuale sia segno, si sono convinti che tale sofferenza sarebbe venuta meno semplicemente privando questi figli della bellezza di una chiamata alla castità. Quasi come se, in quanto “diversi”, non fossero in grado di rispondere alla chiamata d’Amore autentico che Dio fa ad ogni uomo o donna sulla terra.

I secondi… be’ direi che è già tristemente chiaro: esiste un sommerso (e nemmeno così tanto sommerso) di sacerdoti e vescovi che hanno iniziato il loro percorso all’interno della Chiesa mal guidati, o che fin da principio ambivano solo a fare carriera per comodità e opportunismo. Tali persone spesso conducono una doppia vita in maniera più o meno palese, non solo per debolezza, come chiunque sarebbe in grado di capire (ogni sacerdote è prima di tutto un uomo e in quanto tale soggetto a cadute), ma per scelta consapevole. Scelta alla quale cercano di portare quante più persone possibili, insegnando una dottrina diversa da quella del Magistero, dove la castità non è contemplata e i rapporti omosessuali sono equivalenti a quelli fra uomo e donna vissuti secondo natura. Il loro desiderio è normalizzare una situazione che in questo modo renderebbe meno grave il loro costante tradimento della promessa che hanno formalmente fatto davanti a Dio.

Diverso è il caso di quei tanti sacerdoti feriti che non avendo mai potuto trovare un sostengo valido nei loro superiori o nei confratelli, sono diventati vittime della propria fragilità e ricadono regolarmente nel sesso compulsivo, con uomini o donne, restando tuttavia coscienti del fatto che questo sia un male. Questi combattono la loro personale battaglia per la santità nel silenzio e con fatica, e non smettono di annunciare la Verità a tutti quelli che sono loro affidati, anche se loro stessi non sono sempre in grado di vivere quelle Verità.

Tuttavia, nel caso specifico della Chiesa Tedesca le conclusioni a cui il sinodo è giunto fanno purtroppo optare più per la seconda opzione che per la prima. Basti pensare che nel documento finale si sostiene che, fra le cause che avrebbero portato a un aumento dei casi di abusi sui minori, ci sarebbe proprio la stessa morale sessuale cattolica, che in quanto “troppo rigida” e castrante favorirebbe comportamenti disordinati “di rigetto”, per così dire. Quindi, si deduce, che la soluzione dovrebbe essere un ammorbidimento di tale morale.

Be’, pensare che rendere la morale sessuale più “permissiva”, possa fare diminuire gli abusi, è come pensare di combattere l’aumento degli omicidi passionali depenalizzando le pene previste per le violenze domestiche: un non-senso.

 

Inoltre la tesi secondo cui sarebbe la repressione sessuale (o presunta tale) che genera la pedofilia, viene ampiamente disconfermata dal fatto che statisticamente il maggior numero di abusi sui minori avvengano in famiglia, ad opera di uomini sposati che pertanto non hanno certo i supposti problemi di “repressione” a giustificarne il comportamento.

Sulla questione mi permetto di citare un articolo che ho trovato molto interessante di Michael Galster, presidente dell’Associazione Genitori e Amici Persone Omosessuali (AGAPO), in cui viene commentato l’impianto argomentativo del documento e il fatto che venga citato a sostegno di questa strampalata teoria il filosofo Michel Foucalt, aperto sostenitore dei rapporti sessuali fra bambini e adulti:


Nel Position paper [del sinodo] il complesso tematico della sessualità e delle relazioni di potere, così come il relativo lavoro del filosofo francese Michel Foucault, giocano un ruolo centrale; di quest’ultimo il sistema di pensiero viene ampiamente citato come buon esempio nella cultura attuale.

 

In tutto ciò, però, sfugge agli autori il fatto che lo stesso Foucault dagli anni ’60 fino agli anni ’80 e ’90 considerava ineccepibili sul piano scientifico gli atti sessuali tra adulti e bambini. Inoltre, a livello politico, insieme alla maggior parte degli intellettuali d’avanguardia di quell’epoca in Francia (Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Gilles Deleuze, Jacque Langue e altri), propugnava l’abbassamento dell’età del consenso agli atti sessuali a 12 anni. Come può accadere una simile cosa? Si tratta solamente di una svista da parte degli Addetti alla prevenzione della Conferenza episcopale tedesca? 

(Il resto dell’articolo qui)

 

Ecco, se chi dovrebbe parlare di una pastorale per le persone omosessuali ha simili riferimenti, direi che questo è sufficiente a stabilire la credibilità della Chiesa tedesca e la natura pretestuosa dei suoi ragionamenti “acrobatici”, per giustificare qualcosa che evidentemente non trova alcun appiglio teologico o antropologico per essere giustificato. Inoltre chi bazzica gli ambienti clericali sa perfettamente che la conferenza episcopale tedesca è estremamente potente all’interno della Chiesa in forza della sua ricchezza, e che per questo da anni minaccia uno scisma da Roma su queste questioni, facendo leva sul suo peso “economico”.

 

Ma grazie a Dio, noi crediamo che la Verità non dipenda né dagli appoggi politici, né dalla maggioranza di chi la riconosce: essa esiste in Cristo, al di là di noi, e resterebbe tale, anche se tutto il mondo la rinnegasse.

 

In ogni caso, al di là delle discutibili riflessioni della Chiesa tedesca, a mio parere il problema di fondo di chi, anche in buona fede, affronta la questione della pastorale per le persone omosessuali, sta proprio nel fatto di considerare queste persone bisognose di una pastorale ad hoc. Come se fossero diverse dalle altre e quindi bisognose di cure o attenzioni speciali.

 

Perché io dovrei avere bisogno di una pastorale a parte? Non sono io forse un uomo come gli altri? Non ho la stessa chiamata alla santità, la stessa immagine di Dio in me, la stessa chiamata alla paternità e complementarietà di qualsiasi altro uomo non sposato? E allora perché per me bisognerebbe valutare delle “regole” diverse, come se diversa fosse la mia chiamata all’amore? È un po’ come se mi dicessero: “Dio chiede a tutti di imparare ad amare senza possedere, anche nella sessualità, ma tu non ce la puoi fare. Quindi per te facciamo così: basta che non fai troppo sesso in giro e lo fai solo con una persona alla volta, in una relazione il più stabile possibile, finché dura”.

 

Come è possibile che nessuno si renda conto di quanto sia svilente questa visione della persona? Manca lo scopo, manca la prospettiva, manca lo sguardo alto di Dio che chiama a fare cose grandi. Manca una reale visione dell’essere umano.

 

Lo scopo di una pastorale vera non dovrebbe essere quello di trovare un modo per farci passare il tempo su questa terra senza fare troppo male a nessuno, ma dovrebbe essere quello di avvicinarci a Cristo, per imparare da Lui come fare il Bene, quello vero: dare la vita su questa terra per le cose che sono del Cielo.

 

Questa visione della pastorale omosessuale differenziata svilisce chi vive queste pulsioni perché priva le persone con attrazione omosessuale della possibilità di diventare uomini e donne adulti, togliendo loro la responsabilità della propria vita. Come farebbe una mamma troppo apprensiva che permette che il figlio non vada più a scuola perché “lì lo trattano male”, impedendogli così di affrontare la fatica del conflitto e di scoprire le proprie risorse, e rendendolo per sempre bisognoso di qualcuno che prenda le sue difese per lui.

 

Non avendo per decenni mai parlato adeguatamente di omosessualità nella Chiesa e nelle singole comunità – per i motivi di cui abbiamo già detto – anche chi avrebbe voluto interessarsi della questione, oggi non ha a disposizione nessun’altra lettura se non quella che il mondo grida da tutte le parti. E cioè che noi nasciamo così. Da qui l’equivoco: se gli omosessuali nascono omosessuali, vuol dire che essi sono così “di natura”, e una natura diversa deve prevedere regole diverse. E così abbiamo permesso a una moda di diventare più importante della parola di Dio.

 

Ma questo, piaccia o no è falso. Biologicamente nessun uomo o donna omosessuale e distinguibile da un altro uomo o donna eterosessuale. Perciò anche chi ha attrazione per lo stesso sesso, deve rientrare nel medesimo ordine naturale raccontato dalla Genesi. Io non sono “un omosessuale”: sono solo un uomo ferito nella sua identità maschile che ha sviluppato un’attrazione omosessuale per riparare a quella ferita. Un tentativo paragonabile a quello di chi usa il sesso con le donne per fare esperienza di una forza che non sa usare in altro modo, o a chi non sa vivere senza una fidanzata-mamma che gli tenga la mano in ogni circostanza, salvo poi non riuscire mai a contrapporsi alle sue decisioni; o a chi ha bisogno di masturbarsi tutti i giorni per avere la sensazione di tenere il controllo su qualcosa in una vita di frustrazioni; o a chi deve passare le ore in palestra per corrispondere a un’immagine idealizzata di sé dal momento che non ha un rapporto sereno con il proprio corpo; o a chi sa urlare e sbraitare solo con i più deboli, perché di fronte a chi gli è pari si sente come un bambino, ecc. Ecc.

 

L’omosessualità è solo uno di tutti questi sintomi possibili che sono segno di una ferita dell’identità maschile (ma la cosa vale specularmente per quella femminile) che oggi è condivisa dal novanta per cento degli uomini in circolazione.

 

Continuare a chiedersi perciò come e quanto ammettere o no rapporti sessuali omosessuali più o meno fedeli (se andiamo al nocciolo, la questione della pastorale omosessuale il più delle volte si riduce a questo), significa perdere infinite energie dietro a un problema che non è un problema, allontanando chi ha attrazione omosessuale dal cuore della questione: la ricerca di quel mondo a cui guarda con mistero e paura, il mondo da cui proviene e che non conosce. quello degli uomini per gli uomini, e quello delle donne, per le donne.

 

Io sogno il momento in cui qualcuno capirà che non serve una pastorale per le persone omosessuali, ma una pastorale per gli uomini e una per le donne. Una pastorale che restituisca uomo e donna a sé stessi, in un mondo occidentale in cui tutti noi siamo stati privati della nostra propria natura. Sogno una pastorale dove chi ha attrazione omosessuale cammini insieme a chi non ce l’ha, per fare esperienza di quella identità comune che non ha mai creduto di possedere: una pastorale dove attraverso l’amicizia fraterna, libera, profonda, e non erotizzata con persone del proprio sesso, ciascuno possa fare esperienza dell’unica verità che tutti noi cerchiamo da sempre: tu sei come me. Io sono come te. Insieme, forti dell’amicizia l’uno dell’altro, camminiamo verso Cristo.

 

Restituire la centralità di valore all’amicizia è, in effetti, ciò che risponde al bisogno vero del cuore di ogni persona, omosessuale e non. E non certo fornirle delle scappatoie ‘legal-teologiche’ per autorizzarla a fare sesso quando vuole e con chi vuole.

 

Ma di questo magari riparleremo.


(3 -  continua)


P.S.

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domenica 2 gennaio 2022

A TE O DIO - Il mio personale ringraziamento per il 2021. Perché c'è sempre un motivo per dire grazie.


Quanti sorrisi hai perso in questi due anni? Quanti abbracci, quante cene, quanti pranzi, quante carezze, quanti traguardi da condividere, pianti da consolare, risate da distribuire, nodi da sciogliere…

Mentre sceglievo le foto per dare il mio personale Te Deum a un altro anno di esistenza che si scioglie, so di poter rispondere: io non ho perso niente. Perché per tutto ciò che ho perso, ho guadagnato di più, e in ogni momento ho cercato di vivere tutto, appieno, fin dove mi era permesso e oltre. E lodo Dio per tutto.

Perché mi fido che tutto ciò che ho perso dovevo perderlo,

perché credo che chi se n’è andato era giusto che se ne andasse,

perché so che il dolore da vivere era giusto che andasse vissuto,

e capisco che persino il peccato che ho commesso serviva a ricordarmi come la vita sia tutto questo: bene e male; pianto e riso; tristezza e gioia, peccato e redenzione.

Lo era prima del 2020. Lo sarà dopo il 2021.

In questo anno ho avuto l’onore di camminare accanto a ragazzi giovani dal valore inestimabile, cercando di mostrare loro gli uomini liberi che saranno un domani, lontano da me, quando diventeranno padri a loro volta;

ho avuto la grazia di scoprire degli amici nascosti dietro la maschera di “colleghi” e la fortuna di scoprire chi fra quelli che credevo “amici” indossava solo una maschera;

ho avuto il dono di trovarmi a condividere Dio con chi avevo cercato per condividere sesso;

ho vissuto momenti di normalità dove regnava la pazzia;

ho pianto solo quando davvero valeva la pena di farlo e ho avuto la grazia di poter ridere quando molti altri piangevano;

di tutto ho goduto secondo quanto poteva essere goduto: ho riscoperto la scrittura, ho ripreso timidamente a credere nel mio sogno, ho lasciato il lavoro, ho potuto di nuovo avere la grazia di sperimentare la Provvidenza, ho viaggiato in Italia e fuori quando il mondo intero diceva di restare a casa;

ho visitato un paese fatto di sole, di luce, di vento freddo e di alberi, di Dio e dei sapori forti che hanno le cose semplici, e ho potuto farlo con un amico al mio fianco;

ho ritrovato i compagni di strada persi e me ne sono fatti di nuovi;

ho scoperto che per chi cerca il Vero sempre, non esiste nazione o cultura che possa dividere;

ho lasciato andare commosso chi mi ha amato fin da prima che nascessi, grato del coraggio con cui ha vissuto con dignità e Bellezza fino alla fine;

ho potuto ricordare che la croce è pesante, ma non è la fine.

Forse tu che leggi non hai potuto godere di queste cose. Forse la paura ti ha schiacciato, il dolore ti ha sommerso, e l’ansia per ciò che ancora non è ti impedisce di respirare. Forse leggendo le mie parole provi rabbia, e forse quella rabbia cela un’invidia che non osi nemmeno ammettere con te stesso. Per qualcuno apparirò pazzo, per altri irresponsabile, per molti sarò un bugiardo.

Ma tutto questo non è né un mio merito, né una mia colpa. Questo lo fa Dio, per tutti. Un giorno alla volta, 365 giorni all’anno. Nel presente. Sempre. Anche quando non lo senti, anche quando non ci pensi.

Ogni volta che ci riprovi, che torni a guardare Lui, ti accorgi che Lui era sempre stato lì. Persino quando avevi perso te stesso, Lui non aveva perso te.

Perché "se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?" (Rm 8,31). E se lui ci guida lo fa in tempo di pace come in tempo di guerra; se si occupa di noi lo fa nella gioia come nel dolore; se ci ama lo farà prima della pandemia e anche dopo.

O è vero, o non è vero. O lo credi, o non lo credi.


E se lo credevi prima, quando stavi nell’illusione che tutto fosse sicuro e prestabilito, tanto più dovrai crederlo oggi che hai scoperto che non c’è nulla di sicuro o certo che non sia la morte. O il Suo amore.

E se non lo hai mai creduto, guarda all’evidenza: si può ancora vivere, si può sempre gioire. Se c’è chi lo fa, vuol dire che si può. Non vivendo nel ricordo di quando le cose andavano meglio; non aspettando il tempo in cui le cose miglioreranno: lo si fa oggi. Qui, ora.

Come si fa a non dire grazie? Come si fa a non vedere come "tutto concorre al bene per coloro che amano Dio?" (Rm 8,28)

Un anno di pandemia in meno. Un anno di vita in più.

Scegli tu cosa vedere in ciò che vivi.

Io ho scelto di dire grazie, ancora una volta.











































mercoledì 27 ottobre 2021

QUATTRO ANZIANI DUE CANI E UNA PROSTITUTA - Dopo 7 anni da "Io sto con Marta!" una nuova storia di speranza su come non sia mai troppo tardi per dare una svolta alla propria vita!

Una farmacista single ex sessantottina, un pensionato che parla con la moglie morta, un settantenne latin lover ossessionato dalla sua pancia, e una perfetta 
sciura di chiesa con inconfessabili fantasie sessuali e un’ironia dissacrante, si ritrovano ad essere i protagonisti della più rocambolesca avventura che abbia mai visto coinvolti quattro pensionati.

Per aiutare la ragazza a pagare il suo debito con la malavita, i quattro dovranno affrontare boss, improvvisarsi ladri e soprattutto riuscire nella sfida più grande di tutte: imparare ad andare d’accordo! La Congiura dei Pensionati è il primo capitolo di una commedia brillante che vi farà ridere e commuovere, riflettere e restare col fiato sospeso. Una storia sulle risorse che si nascondono in ognuno di noi e sul diritto di esistere di tutti quelli che il mondo vorrebbe dimenticare. 

Perché in fondo non è mai troppo tardi per cambiare la propria vita. 

Anche a settant’anni!

Dopo 7 anni da "Io sto con Marta!" (Mondadori), esce il mio nuovo romanzo comico in parti: "Quattro Anziani due Cani e una Prostituta". Una nuova storia di speranza sulla terza età, sull'amicizia e sul valore che hanno tutte le esistenze.
Anche quelle che il mondo vorrebbe dimenticare.

Potete ordinarlo in cartaceo o in formato digitale a questo link (dove trovate anche gli altri miei romanzi).

Se vi piacerà, condividete, commentate, recensite e fate stories con il libro! Aiutatemi a farlo salire in classifica come nel 2015 avete fatto con "Io sto con Marta!".

Senza di voi non si può fare!

PER QUALSIASI INFORMAZIONE SU COME ACQUISTARE IL PRIMO ATTO DEL ROMANZO O SU COME PRENOTARE IL SECONDO ATTO GUARDA IL VIDEO DI PRESENTAZIONE QUI SOTTO!
 

domenica 3 dicembre 2017

L'ESERCITO DI UOMINI SOLI - I sacerdoti e la periferia esistenziale.



Ho visto un esercito di uomini soli combattere contro nemici più grandi di loro. Li ho visti arrancare, lottare, ribellarsi e gridare con la sensazione di non avere nessuno al mondo oltre la loro fede. Li ho visti camminare ciechi, incoscienti del fatto di avere al loro fianco fratelli fragili come loro, ma che per loro potrebbero essere forza. Li ho visti incapaci di chiedere aiuto, mentre affondavano nelle trincee dell’esistenza aspettando, difendendo i figli che erano stati loro affidati, senza più forza nemmeno per reggere in mano le loro armi, mentre si prendevano i colpi dell’artiglieria, sostenendo coloro che avevano alle spalle, incoraggiandoli ad andare avanti a vivere una vita di gioia, mentre loro non potevano contare sulla consolazione di nessuno. Li ho visti convincersi che questo era dovuto, e che l’angoscia e la solitudine nella quale vivevano fossero lo scotto da pagare per avere una vita santa.

Li ho visti, esistono.

È l’esercito dei sacerdoti.

Uomini soli, periferia dell’esistenza, ignorata più di altre perché sconosciuta. Di essi non si conosce il dolore perché non se ne conosce l’intimità, e quando qualcosa di quell’universo viene fuori, è solo nelle componenti più aberranti e distorte: come un tumore che, lasciato crescere indisturbato sotto la pelle, diventa visibile all’esterno solo quando è ormai impazzito, fuori controllo, e fa ribrezzo a chiunque lo vede.

Troppo agiati per generare la compassione riservata ai poveri, troppo in salute per avere quella dei malati, troppo (ancora) rilevanti socialmente di un drogato, perché se ne giustifichino allo stesso modo le debolezze.

Da anni ho la grazia di vedere quel mondo al di là del velo delle apparenze e dei giudizi: montagne di parole che tendono a classificare l’uno come santo e l’altro come dannato, ma mai nessuno come umano. Di essi esaltiamo le doti o sottolineiamo i difetti, ma mai tolleriamo che gli uni e gli altri siano presenti nella stessa persona. Troppo asceti per essere umani, troppo peccatori per essere santi.

L’illusione è che il sacramento che portano impresso nella loro anima li trasformi in qualcosa che non sono, quasi per una specie di magia che a un tratto li renda immuni dalle difficoltà, e a motivo della quale ci scandalizziamo se non è così.

Ma fratelli, è ora che lo capiamo, non è così

PANE ABBANDONATO
Come il pane consacrato se bagnato e lasciato all’aperto non eviterà la muffa solo per essere Corpo di Cristo, né il vino che né diventa il Sangue eviterebbe di inacidirsi se lasciato all’aria, così l’uomo che diventa sacerdote non sarà immune alla “muffa” dell’esistenza, o “all’acidità” delle incombenze quotidiane se esposto a pericoli e non trattato con cura. Le leggi che lo governano sono le stesse di qualsiasi altro uomo, anche se in sé ha una presenza di Dio diversa da ogni altro.

Perciò della sua fragilità non dovremmo scandalizzarci, nemmeno quando essa arriva a toccare l’abominio, più di quanto non dovremmo fare della muffa su una particola dimenticata a marcire sotto un tappeto.

Ci fa ribrezzo? Sì.

Ci addolora? Moltissimo.

Ma la domanda è: cosa abbiamo fatto noi per evitare che quella “particola” cadesse e finisse dimenticata? Perché se abbiamo cura di riporre l’eucaristia al sicuro nel tabernacolo, dobbiamo avere la stessa attenzione e cura nel riporre i nostri sacerdoti nel “tabernacolo” della nostra comunità: perché sia un luogo sicuro, accogliente e pulito dove farli stare bene, perché tutti possano “mangiarne”.

Chi si occupa di coloro che si occupano di tutti?

Ve lo dico io: nessuno. Il più delle volte, almeno.

Badate, non sono qui né a giustificare per partito preso un clero malato di cui ho visto negli anni le molte aberrazioni segrete, né a sostenere banalità come che “per risolvere il problema della solitudine dei preti bisogna farli sposare”. Il mio discorso non è per coloro che fin da principio hanno scelto di ingannare, sé stessi, la Chiesa e (illusi!) Dio, entrando in seminario per assecondare il loro desiderio di dominio, o per avere uno stipendio fisso che gli permettesse di seguire indisturbati le proprie passioni e interessi, passando la vita dietro una scrivania a disquisire di teologia e di esegesi, o sollazzandosi in una vita mondana intervallata da qualche messa, mentre fuori il mondo muore.

Chi mi conosce sa che non ho mai avuto paura di mettermi contro né preti, né vescovi, ogni qualvolta di essi abbia visto la sostanziale cattiva fede e disonestà.

No, io sono qui per difendere tutti gli altri. Quelli che lottano, cadono e si rialzano, come tutti, ma senza il conforto che dovrebbe essere dato a tutti: qualcuno al proprio fianco che ti sostenga mentre cammini. Non da superiore o da sottoposto. Ma da pari.

NESSUNO SI LAVA I PIEDI DA SOLO
Nella nostra società fatta di isole incapaci di comunicare, i sacerdoti sono le isole più lontane, quelle che non formano arcipelaghi con nessuno e per raggiungere le quali devi affrontare le imprevedibili tempeste dell’oceano del loro cuore: barriere immense che loro stessi hanno messo su nel corso di anni, per proteggersi. Poiché, spesso fin dal seminario, gli è stato detto che la loro solitudine è necessaria alla loro vocazione, e che non può essere altrimenti.

Ma io mi chiedo: è davvero così?

Gesù ha forse mai elogiato la solitudine, tranne quando si trattava di pregare col Padre? Quando ha detto che “alcuni non si sposano per servire meglio il regno di Dio” (Mt 19,12), ha anche detto che non avrebbero mai dovuto avere amici, o vivere soli per sempre? E perché allora avrebbe individuato nella vita data per l’amicizia, la forma più grande di amore (Gv 15,13)? Non ha forse Egli stesso condiviso la sua vita con dodici amici durante tutti gli anni del suo ministero? E persino nel momento dell’abbandono, non ha beneficiato del sostegno di quell’unico amico, Giovanni, che non fuggì di fronte al suo dolore, rimanendo con sua Madre sotto la Croce? Non era forse Gesù che li mandava nel mondo “a due a due” (Lc 10, 1)? E non era ancora Lui che la notte in cui ebbe inizio la sua Passione, si preoccupò di lasciar loro detto che si lavassero i piedi “gli uni gli altri”(Gv 13,14)?

Tutto questo dice con certezza, mi pare, che nessun uomo è fatto per stare solo, sacerdoti compresi. Infatti, come si possono lavare i piedi a qualcuno che li lavi a te, se non hai nessun fratello con cui condividere la vita? Il comando è chiaro e vicendevole: “gli uni gli altri”. Cioè: c’è un tempo in cui devi servire, e uno in cui lasciarti servire; uno in cui lavare tu e uno in cui avere l’umiltà di lasciare che altri vedano la tua sporcizia, per lavarla via. Perché ci vuole più umiltà a mostrare il proprio fango sui piedi, che a togliere quello altrui. E questo è un comando impartito agli apostoli, i primi “vescovi” della storia, coloro che hanno la pienezza del sacramento sacerdotale. Perché nessuno può “lavarsi i piedi” da solo, come nessuno può solo servire. Nemmeno un vescovo, fosse anche quello di Roma.

Figuratevi i sacerdoti, quelli veri. Quelli che lottano in questo esercito silenzioso, morendo ogni giorno un po’ di più, dall’altro dei nostri pulpiti, nelle nostre parrocchie, in silenzio, col sorriso sulle labbra, mentre nessuno se ne accorge. Quelli che cadono, indeboliti da ferite mai curate seriamente, ma che nulla tolgono all’autenticità della loro vocazione. Uomini che si sono convinti che “dare la vita per gli altri”, significhi “togliersela”, la vita, come in un suicidio spirituale che nulla ha a che vedere con l’amore.

Perché quando non ami più il tuo prossimo come te stesso, ma di più, di fatto stai smettendo di amare te.

E chi non si ama davvero, non è in grado di amare fino in fondo.

Sono questi uomini che desidero difendere. Soprattutto da loro stessi, e dalla loro incapacità di lasciare che qualcuno prenda le loro difese.

Qualcuno dirà: “ci sono i vescovi! Ci pensino loro”. Ma noi non possiamo ragionare così. Perché se ci è stato detto di amare il nostro prossimo, senza distinzione su chi egli sia, il sacerdote ci è prossimo, come noi siamo prossimi a lui. Non puoi aspettare che qualcun altro lo faccia per te. Se ci sei tu lì, tu sei chiamato ad essere quella presenza di Dio. E come lui si occupa di noi, noi abbiamo la responsabilità di occuparci di lui.

Sia chiaro, non in un modo banale e passato in uso da secoli, dove il laico fa da aiutante o da servitore, da volontario per il catechismo o da uomo delle pulizie. Non in un rapporto di sudditanza, ma di fratellanza. Perché fratelli loro lo sono, come noi. Prendersene cura non vuol dire diventare delle specie di badanti. Non siamo chiamati a imboccarli o fare loro le pulizie, più di quanto non sia necessario per un qualsiasi medico che si spende senza orari, avere una donna pagata che lo faccia. Certo, averli a cuore può significare anche questo. Ma ciò che abbiamo da fare, il nutrimento che abbiamo da offrire loro è lo stesso di cui abbiamo bisogno noi. E non può essere pagato.

Si chiama Amore.

E se è vero che anche la moglie che cucina per la famiglia sta dimostrando con quel gesto il proprio amore per i figli, è vero anche che se questo restasse l’unico modo di amare, esso non produrrebbe altro che figli grassi e frustrati. Noi non viviamo solo di cucina, ma anche di intimità, di calore, dell’avere qualcuno di fronte al quale essere pienamente noi stessi e pienamente amati, con tutte le nostre fragilità.

In una parola, abbiamo bisogno di Umanità.  Qualcosa senza la quale l’amore non può esistere, e di cui nessun uomo può fare a meno, anche quando ha talmente disimparato a viverla da temerla o persino rifiutarla.

IL BAMBINO DIMENTICATO
I sacerdoti soffrono sì. E tanto. Ma spesso quel dolore non è raccolto da nessuno, non solo perché nessuno si aspetta che un sacerdote lo provi, ma anche perché la maggior parte di loro è stata formata e addestrata a non chiedere mai aiuto se non al padre spirituale, e quindi resa incapace affettivamente proprio di quella umanità che rendeva Gesù così straordinariamente Dio.

Perciò non stupitevi se offrendovi di farvi loro vicino, essi fuggiranno o vi distanzieranno. È normale. La maggior parte di loro non sa come si fa, come si esce dal ruolo. O meglio, come si unisce il ruolo alla vita, senza che da esso siano escluse parti di sé stessi. E quando non è l’incapacità, è la paura a frenarli, loro che sono sempre esposti al giudizio del mondo: troppo spesso visti come dispensatori di servizi, la gente dimentica che non sono macchine, ma persone (quante volte di fronte al parroco che si rivolge male a un’osservazione, ci chiediamo se lo fa perché essa è la centesima che riceve in un giorno? Io stesso, che pure dovrei vedere al di là, me ne dimentico, e non capisco mai la misura giusta nel mediare tra ciò che può essere giusto far notare e ciò che l’altro è in grado di sopportare).

So che non è facile. Ma nulla di quello che vale la pena è mai facile.

Spesso questi uomini sono stati educati in seminario a rispettare (spesso sopportare) un’autorità, imposta, anaffettiva, e a volte ottusa, che sta all’autorevolezza fondata sull’amore, più o meno come il padre padrone e paternalista sta al padre che si preoccupa di spiegare con dolcezza ai figli il Bene che un divieto custodisce.

Così quando sono loro a diventare rappresentanti di quell’autorità, finiscono col trincerarsi dietro ad essa per difendere sé stessi, proprio come il figlio che ha ricevuto durezza da un padre ferito, nonostante ne abbia sofferto, rischia inconsciamente di replicare quella durezza una volta diventato padre.

Ma voi non mollate, non fatevi scoraggiare. Non abbiate paura dei loro sguardi torvi, dei loro silenzi prolungati, dei loro modi freddi, dei loro abiti austeri, delle risposte secche e nervose, né accontentatevi delle parole di Luce che dal pulpito vi donano, per giustificarli in tutte queste cose: dietro tutto questo essi sono come noi. In ciascuno di questi uomini c’è un bambino bastonato che ha bisogno di essere ascoltato, ma che spesso ha ricevuto troppi schiaffi emotivi per potersi fidare. Un bambino sul cui sonno nessuno veglia; la cui testa non è mai stata accarezzata; il cui riposo è quasi considerato alla stregua di un peccato: da vivere di nascosto, temendo di essere giudicati; un bambino che a volte ha bisogno di piangere e può farlo solo in silenzio, nel segreto della sua stanza, senza qualcuno che lo abbracci quando non ce la fa più a sopportare il peso di tutto il dolore che gli si riversa addosso; che ha bisogno di sentirsi dire “va bene così, hai fatto il possibile. Ora lascia andare”.

Amateli così, come bambini. Come andrebbero amati tutti.

Come vorreste essere amati voi.

Non mollate, vi dico! Amateli di più. In ogni modo, con ogni mezzo. Anche la durezza, quando serve a riportarli sulla terra, ma senza mai dimenticare l’amore, e uno sguardo di Bene che è l’unico che salva.

Altrimenti quel bambino si sentirà colpito nuovamente e si chiuderà ancora di più dietro a quel ruolo che per molti è l’unica difesa.

E lo avrete perso. E con esso avrete perso un’occasione in più di amare davvero.

A me è successo, so cosa vuol dire avere la grazia di ricevere l’intimità di un sacerdote, e perderla per una mancanza d’amore, una durezza eccessiva, una mancanza di pazienza. Se vi capita di ricevere un dono così grande non lo sprecate. Vuol dire che Dio vi sta ritenendo degni di un grande compito.

Perché i sacerdoti non hanno bisogno (solo) del loro Vescovo o delle loro guide spirituali per essere aiutati, esattamente come un figlio non può crescere bene solo col sostegno del padre. Gesù non ha detto “amatevi come padri e figli”, ma come fratelli. Chi non ha fratelli, sperimenta la sofferenza di non avere compagni di strada, e il peso di una vita che grava solo sulle proprie spalle. Noi abbiamo bisogno di fratelli che ci siano pari.

Tutti noi. Soprattutto quando ci ritroviamo ad essere padri per qualcun altro.

UOMINI FRA GLI UOMINI
I Sacerdoti hanno bisogno di noi per sentire l’amore di Dio nella loro vita, come noi abbiamo bisogno di loro per averne la Presenza. Hanno bisogno di potersi mostrare fragili, perché in quella fragilità si manifesti tutta la potenza di Dio. Hanno bisogno di qualcuno che non li tema, per poterli amare.
E quanto è bello, quando questo accade! Che dono grande è vedere quella fragilità: l’uomo nascosto in quell’abito sacro, sacro egli stesso nel suo essere uomo!

Lo ripeto: non sprecate mai questo dono!
Quando scendono dal pulpito e scherzano, quando si permettono di donare e ricevere affetto, e persino quando si abbandonano a qualche scurrilità o leggerezza! Quanto è bello ridere con loro, parlando di cose normali, scoprirli normali e pieni di difetti come noi: quanto è liberante sapere che Dio sceglie uomini normali, per fare cose straordinarie, perché essi diventino le Sue mani. Quanto è commovente quando qualcuno di loro vi ritiene tanto degni di stima da mostrarsi bisognoso di aiuto, lui che magari tante volte è stato aiuto per voi. Quanto infonde rispetto vederli mettersi in discussione. E quanto rappacifica scoprire che tutto questo non li priva di alcuna autorevolezza, poiché nessuno di noi è degno del messaggio che porta, come l’asino che condusse Gesù all’ingresso di Gerusalemme non aveva in sé nessuna nobiltà che non venisse dal fatto di adempiere a quel compito per il Figlio di Dio, così com’era.


L’AMICIZIA, TABERNACOLO D’AMORE
Perciò oggi parlo e imploro voi che leggete e che amate la Chiesa, di guardare con occhi nuovi a questi uomini che la Chiesa sono stati chiamati a guidarla. soprattutto quelli che vi fanno arrabbiare. Vi è concesso arrabbiarvi, ma se dovete criticarli non fatelo solo perché essi non rispondono alle vostre aspettative. Fatelo se non rispondono al Vangelo, magari troppo stanchi per vedere qualcosa che a voi pare evidente; fatelo per mostrare loro il Bene che voi sapete che possono essere e che forse anche loro hanno dimenticato, o non hanno mai saputo. Fatelo senza avere la presunzione di avere ragione, perché ci sono molte cose che noi non sappiamo dietro a ogni loro scelta; fatelo con l’umiltà di sapere che alla fine, dopo che avete parlato, comunque noi siamo chiamati ad accettare quella scelta, per quanto sia nostro diritto chiederne le ragioni. Perché di quelle scelte, giuste o sbagliate che siano, essi sono gli unici che portano l’onere della responsabilità. E questo è un peso che nessuno può comprendere, se non lo vive.

Fate che essi vedano la sporcizia dei loro piedi solo perché voi siete già lì, in ginocchio, a lavarla via con amore. Fate che vedano che li amate così come sono oggi, perché quell’amore li aiuti ad essere migliori domani.

Questa è la Chiesa: siamo noi il tabernacolo d’amore nel quale questo esercito silente ha bisogno di essere custodito. È questa la strada perché ciascuno di loro alzi la testa e veda di non essere solo nella battaglia dell’esistenza, ma parte di un popolo destinato alla vittoria, perché forte ciascuno della forza degli altri, e tutti insieme di quella di Dio. E quando essi lo sperimenteranno da voi, forse saranno in grado di vivere questo con i loro confratelli: i primi che sono loro prossimi, e che più degli altri sarebbero autorizzati a porsi con loro alla pari, ma che troppo spesso tendono a non vedere come amici, ma come antagonisti da temere e schivare.

Fatelo: amateli per amore dell’umanità. Perché per ogni sacerdote che aiuterete a rialzarsi, aiuterete tutte le migliaia di uomini e donne che a lui si affidano e che da lui imparano. In quel meraviglioso gioco dell’esistenza per cui ogni nostra azione ricade in modi misteriosi su tutta la Storia, e che in termini cristiani si chiama Comunione dei Santi.

In questo tempo di crisi delle vocazioni e di grandi eresie, voi potete mostrare al mondo che essere sacerdoti non deve significare per forza vivere nella solitudine e senza legami, ma piuttosto vivere ancora di più ciò che Dio ci ha chiesto, “dare la vita per i propri amici”. Perché noi non ci muoviamo per privazione, ma solo attratti da una Bellezza e un bene maggiore: voi potete essere quella Bellezza, voi potete essere il legame che li tiene uniti a Dio.

Siate amici che danno la vita per loro, perché loro abbiano amici per cui dare la vita.