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giovedì 30 marzo 2023

"NON ABBIATE PAURA DI DIRE LA VERITA''!" - Appello a tutte le guide nella Chiesa.

 


Ultimamente sto vedendo un equivoco molto diffuso anche in alcune realtà della Chiesa particolarmente ricche dal punto di vista dei doni dello Spirito, ma dove è passata l’idea di non parlare troppo di sessualità per non allontanare la gente. 

Perciò durante più di una notte travagliata in cui questo pensiero non mi lasciava dormire, ho sentito il bisogno di scrivere questo articolo per cercare di chiarire alcune cose che in pochi oggi dicono: una sessualità ordinata non è fare sesso solo con una persona alla volta e solo "quando c’è l’amore", a prescindere da che tipo di relazione si stia vivendo, dallo stato di vita o dal genere sessuale

Una sessualità ordinata significa fare esperienza del fatto che noi non abbiamo bisogno di fare sesso per amare; che il sesso dice l’amore solo in una scelta di donazione totale e per la vita all'altro che non esiste all'infuori del matrimonio, e che solo con la grazia di un sacramento si può sperare che esso non sia un modo per usare l’altro.

La castità non è una chiamata particolare per i preti e per gli omosessuali a cui è chiesto di “castrarsi” rinunciando a un “bisogno fisiologico come mangiare o bere”. La castità è una chiamata universale all’amore vero, libero, che non possiede. Ed è una chiamata che Dio fa a tutti! E per chi non è sposato, quale che sia il motivo (prete, religioso, omosessuale, separato, o semplicemente single), la castità significa anche continenza, cioè non avere rapporti sessuali. E se ve lo dice un sessodipendente con attrazione omosessuale potete crederci: c’è una chiamata alla libertà lì.

Perché voi che sapete non lo dite? Perché chi lo ha sperimentato rimane in silenzio?

Preti dove siete? Formatori, perché restate in silenzio, se sapete?

Perché vi state preoccupando solo di non rendere “troppo gravoso questo impegno”, anche voi che dovreste sapere quale dono di libertà ci sia dietro?  Vedo una Chiesa preoccupata di avvicinare e accogliere, dando mezze verità, per paura che la Verità tutta intera faccia scappare. E se questo va bene all’inizio di un percorso, non può essere la caratteristica costante in un cammino di crescita.

Vedo realtà che corrono a chiedere nullità di matrimonio, invece di preoccuparsi di fare sposare le persone solo quando davvero hanno fatto un incontro con Cristo e hanno capito che non è il matrimonio che darà senso alle loro vite, ma quanto sanno amare come Lui ancora prima di trovare qualcuno da sposare. 

Vedo preti che cercano scappatoie emotive per giustificare il sesso dei figli loro affidati purché “ci sia l’amore”. Ma come si educa all’amore se non sei in grado di stare con una persona senza che quella debba appagarti sessualmente?

Vedo preti che negano duemila anni di insegnamenti della Chiesa e del vangelo, perché loro in prima persona non hanno mai sperimentato la bellezza della castità e si sentono castrati.

Vedo realtà dove i formatori sono molto coscienti di cosa sia la castità, ma non formano nessuno sotto di loro perché “da fare sesso con chiunque a fare sesso solo con il fidanzato o la fidanzata va già bene”.

Certo che non tutto si può subito, certo che per chi faceva sesso tutti i giorni con mille persone diverse, arrivare a farlo solo con il fidanzato o la fidanzata è un passo in avanti. Ma qualcuno mi ha insegnato che nella vita spirituale bisogna sempre continuare ad avanzare, o si torna indietro. E se a chi ha scoperto il profumo della libertà, non facciamo gustare il suo sapore pieno… non stiamo facendo un servizio. Lo stiamo privando di qualcosa.

Perché non credete alla chiamata di grandezza che Dio ha fatto all’uomo? Perché non credete che Dio ci rende capaci di amare così? Mi sembra di sentire ancora la voce di Gesù che spiega ai discepoli come Mosè avesse scritto una legge “alternativa”, in cui si poteva ripudiare moglie e marito, per la durezza del cuore di quel popolo. Nonostante “in principio non fosse così”(Mt. 19, 8).

Quel popolo però, il popolo di Dio, non aveva la grazia dei sacramenti, la potenza di Dio che oggi abita in noi grazie allo Spirito. Ma insomma, ci credete che Dio è Dio o no? Che nulla è impossibile a Lui?

Perché non dite la Verità? Perché nelle vostre realtà di Chiesa lasciate che passi il pensiero che stare con una persona del proprio sesso o di un altro sia indifferente? Non è vero.

Perché dite ai fidanzati che se si vogliono bene possono vivere una sessualità che non li educa all’amore?

Non è vero.

Io non dico di imporla, questa Verità, di metterla come conditio sine qua non per potere camminare in un cammino di fede, non chiedo di subordinare l’amore ad essa. Non tutti possono capire o vivere queste cose subito, ma almeno mostrarne la bellezza e porla come una meta possibile, questo sì.

Perché Dio non ci chiede cose impossibili.

E se tu prete, tu suora, tu educatore, tu formatore, pensate che questo sia impossibile… allora forse vale la pena di chiedersi come state vivendo voi la vostra sessualità: e se non ci sia qualcosa di cui ancora non dobbiate chiedere a Dio di prendersi cura nel vostro cuore.

Com’è possibile che debba essere un laico, omosessuale e sessodipendente a ricordarvi la Sapienza della castità che vi è stata affidata? Conosco coppie omosessuali che hanno scoperto che la castità liberava il loro rapporto di coppia, rendendolo ciò che era chiamato ad essere, un’amicizia elettiva che ha dato tanto frutto nella loro vita; conosco separati che per anni hanno atteso che la Chiesa ratificasse che quel loro primo sacramento non era mai avvenuto, senza avere rapporti con la persona con cui stavano, pur desiderandola, fidandosi del fatto che se la chiamata alla castità era per tutti, forse voleva dire che lì c’era un bene anche per loro; conosco fidanzati che avevano rapporti e che hanno deciso di smettere di averne in attesa del matrimonio, riscoprendo una verginità da cui sono stati salvati nell’Amore; e conosco coppie sposate che hanno scoperto un piacere sessuale al di sopra di ogni immaginazione, solo per aver capito che il matrimonio non andava male perché non “sc*pavano bene”, ma non sc*pavano bene perché  fuori dal letto non sapevano amarsi davvero.

Vi prego… smettete di annacquare la ragioni della fede perché avete perso fiducia in Dio e quindi nell’uomo e nella sua chiamata alla grandezza. Chiamate chi vive queste cose a testimoniarle, affrontate il rischio di non essere amati per ciò che dite, e annunciate che Dio ci salva dalla lapidazione perché ci ama oggi così come siamo, ma per amore ci chiede anche di “andare e non peccare più” (Gv. 8,11).

E se voi siete i primi a non mostrare l’errore ai figli a voi affidati, non sarà a loro che sarà imputato questo errore, ma a voi. L’errore di migliaia di persone graverà sulle vostre spalle. Oltre ad avere privato questi figli di una ricchezza, che forse, solo perché a voi risultava preclusa, avete fatto in modo che nessuno dovesse avere.

Convertitevi. Convertiamoci. Non è troppo tardi. 

Possiamo ancora essere un segno di libertà in questo mondo che non sa più cosa vuol dire essere davvero liberi di amare.

lunedì 27 giugno 2022

"Scegli la vita!" - Il MAGISTERO, LA NATURA E LA VERITA' DEL CORPO - La seconda parte dell'intervista "abortita" al gruppo LGBT 'cattolico' Gionata.


Continuiamo con la pubblicazione dell'intervista richiestami a febbraio da due membri del sito gay-'cattolico' Gionata, e poi da quello stesso sito censurata. Nella prima parte (che trovate a questo link) si è parlato in generale della morale sessuale proposta dalla Chiesa a tutti, cercando di spiegare la bellezza "nascosta" nella sempre troppo fraintesa proposta della castità. Oggi invece pubblichiamo la domanda/risposta riguardante più specificatamente le posizioni della Chiesa di fronte a chi compie atti omosessuali, e se ha senso aspettarsi mutamenti in futuro in ambito pastorale rispetto a queste posizioni. Buona lettura!


La Chiesa ha rinnovato continuamente il suo pensiero socio-psico-pedagogico ed antropologico, dalla Rerum Novarum a Fratelli Tutti tanto per fare alcuni esempi - per non parlare del concilio Vaticano II. Secondo te perché non potrebbe/dovrebbe sviluppare un punto di vista diverso rispetto all'omosessualità?

Prima bisogna capire cosa significhi davvero il termine rinnovamento nella storia della Chiesa. Infatti ciò che la Chiesa ha fatto nei secoli in termini di rinnovamento, non è mai stato una rivoluzione, cioè un azzeramento di quanto accadeva prima per ricostruire ex novo qualcosa di completamente diverso. Nemmeno Gesù si è mai posto così nei confronti della legge di Mosè (Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. Mt 5,17). Pertanto, a ben guardare, tutte le cose “nuove” che la Chiesa ha “scoperto” nei secoli, se così possiamo dire, quelli che noi abbiamo percepito come  erano sempre coerenti e logicamente conseguenziali con quelle precedenti, e mai potevano porsi in contrapposizione con quanto il vangelo aveva rivelato fino a quel momento.

I cambiamenti sono avvenuti lentamente nel tempo, più sul piano di sfumature e approfondimenti di significato, o su tale o talaltra pratica, ma non hanno mai contravvenuto alle Verità strutturali consegnateci dal vangelo (oltre che dalla realtà oggettiva), compresa la Verità iscritta biologicamente nel nostro corpo. Il concilio Vaticano II in particolare è stato proprio il concilio che meno in assoluto ha fatto questo, essendo l’unico della Storia ad avere avuto una natura puramente pastorale, senza mettere in discussione una sola verità di fede.

E in questo senso quindi nessuna direzione pastorale sulla cura delle persone omosessuali che nasca dalle riflessioni di qualsiasi concilio, può porsi in antitesi con la Verità fondamentale che la scrittura riconosce della natura umana. Citando letteralmente il testo, e non la traduzione corrente: “E dio creò l'uomo a sua immagine. A sua immagine lo creò. Maschio e femmina LO creò” (Gen 1,26-27). ‘Lo’: singolare. Cioè uno, un’unità. Perché l’unione naturale di uomo e donna è l’unica che esprima la completezza della natura umana, e quindi l’unica che riveli in modo compiuto l’immagine di Dio nascosta nell’uomo. Inoltre in nessun’altra unione le due persone possono diventare oggettivamente una sola carne, nella carne dei figli (che solo da questa unione possono nascere), e nel sacramento che cambia la sostanza dei due sposi facendoli “Uno” con Dio, anche quando i figli non ci sono

Va da sé perciò come qualsiasi pastorale che incoraggi unioni carnali di altro tipo, tra persone dello stesso sesso come tra persone di sesso opposto che ricorrano a pratiche simili fuori o dentro al matrimonio, si ponga in una posizione di per sé eretica, perché contrapposta a una Verità che è iscritta nella nostra stessa biologia, prima che nella Scrittura: il nostro corpo non è fisiologicamente fatto per essere usato così. 

Se volessi tradurre il messaggio del Magistero in merito, il senso è più o meno questo: il corpo ha delle funzioni naturali per cui è progettato e pensato (e questa è un’evidenza scientifica e biologica, non di fede), e chi pratica un sesso di tipo diverso da quello pensato per l’unione tra uomo e donna, sta forzando il proprio corpo per qualcosa che non gli è proprio, e questo certamente finirà col danneggiarlo. Infatti è questa l’unica finalità del vangelo, e quindi del magistero che da esso deriva: che l’uomo non si danneggi. È importante dirlo, perché a volte viene dimenticato: la Chiesa non ha alcun interesse a condannare chi vive diversamente, ma a evitare che si faccia male. Poiché chi fa il male, si condanna già da solo all’infelicità. “Ho posto davanti a te la Vita e la morte. Scegli la Vita” (Cfr Dt 30, 19).

È la Vita, cioè il Bene autentico della persona, che Dio desidera. Non la sua condanna.

Se il corpo infatti è stato creato da Dio con un ordine, andare contro quell’ordine ha in sé qualcosa di dannoso, perché pone la persona contro la sua stessa natura. E andare contro la nostra natura, non può mai essere un bene. Qualcuno potrebbe dire che nella propria percezione non sente naturale l’attrazione per l’altro sesso, tuttavia è importante capire che la nostra natura non è identificabile semplicemente con quanto noi percepiamo come inclinazione o desiderio, altrimenti il ladro che sente una pulsione istintiva verso il furto potrebbe giustificare un atto oggettivamente sbagliato sostenendo che quella sia “la sua natura”. E così non è. I desideri cambiano, così come le pulsioni, e fare dipendere da essi la nostra identità, la nostra “natura”, renderebbe ciò che siamo mutevole come i colori del cielo. Il concetto di Natura infatti è un concetto molto complesso per il quale servirebbe tutta una serie di approfondimenti impossibili da fare ora, ma mi limito a dire che esso è strettamente collegato alla realtà del corpo e alla finalità che in esso è iscritta, in modo simbolico, quanto concreto.

D’altra parte per una fede che ha al centro l’incarnazione del Verbo di Dio e la resurrezione della carne, non è concepibile su nessun piano una visione antropologica che stacchi l’uomo dalla realtà oggettiva della propria carne, cioè il proprio corpo, ponendolo su un piano puramente spirituale o mentale, di desiderio. E questo vale sempre: io posso anche desiderare essere alto due metri, ma in alcun modo questo cambierà la realtà oggettiva del mio essere alto un metro e settanta. Per questo non esiste modo, se non quello che sfoci nell’eresia (e direi nell’irrazionalità cognitiva), per vedere un atto omosessuale di qualsivoglia tipo come un atto che non sia disordinato e contro natura.

Infatti è molto importante sottolineare come tutto ciò che la Chiesa dica in merito, riguardi solo questo: l’atto sessuale. La Chiesa non si esprime mai sui sentimenti, sul cuore, sulle intenzioni delle persone con attrazione omosessuale, perché queste sono tutte cose che attengono all’intimo dell’uomo, e che solo Dio può conoscere. E in questo senso il suo è un messaggio coerente: dire che gli atti omosessuali sono contro natura, dice un’evidenza che resta tale anche quando gli stessi atti (sesso orale, anale, pratica masturbatoria, ecc) sono compiuti tra uomo e donna (cosa che a volte qualche solerte parrocchiano dimentica, nel puntare il dito contro chi ha attrazione omosessuale, dimenticando che magari con la propria moglie fa le medesime cose). Non c’è nessuna stigmatizzazione dell’attrazione omosessuale in sé. Se c'è essa non riguarda le posizioni ufficiali della Chiesa, ma il tale o il talaltro prete.

A ben guardare infatti ogni atto sessuale che non sia quello naturale tra uomo e donna si riduce in fondo a un atto masturbatorio portato alle estreme conseguenze, dove le due persone diventano strumenti di piacere reciproco. E nessun atto masturbatorio può essere espressione di un amore donativo. Il che è tanto oggettivo da non poter esser messo in discussione nemmeno dalle migliori intenzioni di chi lo compie.

Come abbiamo già detto infatti, non sono i desideri o le intenzioni a cambiare la realtà oggettiva delle cose. Uno scrittore americano, Philip K. Dick, diceva che “la realtà è quella cosa che esiste anche quando hai smesso di credervi”.  Per quanto non sempre sia facile discernere, una cosa resta buona o cattiva al di là dell’opinione che noi ne abbiamo. Persino un uomo che si fa saltare in aria per uccidere quelli che ritiene dei miscredenti, lo fa nella convinzione di stare facendo il bene. Tuttavia questo non renderebbe migliore il massacro di decine di persone in un attentato terroristico. Dinnanzi a Dio forse un terrorista potrebbe non essere giudicato colpevole, se è stato manipolato fin da quando era piccolo, se davvero gli è mancata la possibilità di comprendere ciò che stava facendo, se quindi gli è mancata una vera libertà di scelta, ma il suo omicidio resterebbe comunque male in sé, a prescindere dal fatto che lui ne fosse cosciente o no.

Questo è logico e conseguenziale e sebbene, (ed è ovvio) qui non si voglia dire che un atto sessuale contro natura sia paragonabile a una strage terroristica (pietà, ora non mettetemi in bocca cose che non ho detto!), il principio di fondo resta lo stesso: se una cosa è male, resta male, al di là della sincera buona fede di chi la compie.

Quindi, lo ribadisco, qualsiasi “pastore” manipoli la teologia e la Scrittura per giustificare teorie che non considerino la realtà oggettiva del corpo, 'spiritualizzando' l’essere umano e le sue azioni solo in funzione dei propri desideri, sta dicendo un’eresia (e purtroppo il più delle volte, al contrario del terrorista di cui sopra, ha gli strumenti culturali e cognitivi per esserne consapevole. Sui motivi per cui fior fiore di sacerdoti e teologi si siano impegnati in tal senso, ci sarebbe molto da dire, ma mi riservo di farlo successivamente).

In conclusione voglio solo ricordare ancora una volta come tutto ciò che ho detto non costituisca per me un giudizio morale su chi vive la sua sessualità e l’omosessualità diversamente. Ricordo che io ho fatto (e a volte mi può ancora capitare di fare) molti di quegli atti sessuali, sia promiscuamente, che in relazioni con uomini a cui volevo bene. Conosco le dinamiche che si instaurano tra persone dello stesso sesso e sono il primo a capire chi le vive e non riesce a fare a meno di viverle. Ma questo non mi ha mai tolto la capacità di chiamare le cose con il loro nome, al di là dell’amore che potevo o meno provare per coloro con i quali mi sono assunto la responsabilità di vivere quegli atti. 

Ed è proprio in virtù dell’esperienza che ho (e di quella di migliaia di altri fratelli che ho conosciuto, anche non credenti) che posso dire che i momenti in cui non avevo rapporti con quegli uomini che avevo cercato di amare, erano anche quelli in cui li stavo amando davvero.

(2 - continua)

P.S.

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lunedì 20 giugno 2022

GIONATA, LA MORALE SESSUALE E IL DIALOGO MANCATO - Prima parte di un'intervista su un dono che la Chiesa da tempo ha dimenticato di custodire (E sul perché il Papa non sta dicendo niente di nuovo).

 


Il 12 Febbraio di quest'anno mi ha contattato un membro del gruppo LGBT cristiano Gionata, Silvia Lanzi, insieme alla sua compagna unita civilmente, per chiedermi un'intervista da pubblicare sulle pagine del loro sito. La richiesta mi ha perlomeno stupito, dal momento che è ben noto come io consideri pressoché eretici i gruppi cristiani LGBT, quantunque siano spesso bazzicati anche da preti cattolici di dubbia fama, e in alcune diocesi siano anche diventati (a volte per sola ingenuità dei singoli vescovi locali) i soli referenti di una non meglio classificata "pastorale omosessuale" (che già solo nella denominazione fa accapponare la pelle).

Eppure. Eppure Silvia e sua moglie sono apparse sinceramente interessate a sentire "per una volta un punto di vista diverso", di qualcuno che cerchi di vivere ciò che il Magistero della Chiesa da sempre propone per tutti gli uomini e le donne di ogni tempo (e non solo per chi ha attrazione omosessuale), come il Papa ha recentemente ricordato suscitando tanto scalpore.  Parliamo naturalmente della Castità.

Che cerchi di viverla, ci tengo a sottolinearlo. Perché sul riuscire, si fa sempre fatica. I miei detrattori infatti godono sempre molto del fatto di poter dire di avermi incontrato in questo o in quel sito di appuntamenti, o di aver conosciuto qualcuno che con me è persino venuto a letto, salvo però dimenticare che io sono sempre il primo a dire di non vivere una castità piena, se non a fasi alterne, ma che nonostante questo nella castità riconosce un valore. 

Perché, grazie a Dio, io non credo che la Verità sia relativa o dipendente da chi la annuncia: se una cosa è Bene, resta tale anche quando tu non riesci a viverla del tutto. 

Ecco, Silvia e la sua compagna questo di me l'avevano capito. E non volevano la mia intervista per poterla manipolare in qualche modo a loro piacimento: loro volevano davvero iniziare un confronto con un'esperienza diversa. Ci tengo a sottolineare questo: ho avuto completa carta bianca nel poter spiegare dettagliatamente tutte le ragioni, mie ma soprattutto della Chiesa, nel difendere qualcosa che è per il Bene della persona e non per la sua castrazione. Anche per il Bene delle persone con attrazione omosessuale, come tanti meglio di me potrebbero testimoniare.

Purtroppo però questo confronto che si è rivelato piacevole e fruttuoso tra me e le due donne, non si è rivelato altrettanto fruttuoso nel momento in cui l'intervista è stata proposta al direttivo del sito di GIONATA, che ne ha negato la pubblicazione. 

Potrei dettagliare gli infiniti scambi di messaggi e email con cui, chi si fa così spesso ambasciatore di 'inclusività', 'rispetto' e 'diritti negati', ha trovato mille scuse per negare a me il diritto di raccontare la mia storia e le ragioni della mia fede su un sito che, a quella fede, ha  spesso piacere di lasciarsi affiliare, come "LGBT Cattolico". Ma a quanto pare i paladini del dialogo e della libertà, lasciano la libertà di "dialogare" solo a quelli che la pensano come loro.

Stupito? No, non lo sono.

Rattristato sì. Perché nel vedere la bellezza dell'incontro con Silvia, e la sua capacità di riconoscere il Bene in un confronto paritario e non ideologico, per un attimo avevo davvero sperato di avere un'opportunità per arrivare a chi in buona fede voleva capire qualcosa della proposta della Chiesa, senza pregiudizi. Ma questa opportunità non è stata colta, con grande rammarico mio quanto di Silvia e la sua compagna. E almeno questa realtà si è rivelata per ciò che è: un gruppo attivista come un altro, che dopo aver partecipato al pride, si diletta in più anche nell'andare a messa. 

A voi ogni altra considerazione.

Ciò che ne è venuto però è un lavoro del cui valore resto convinto, ed è per questo che, d'accordo con Silvia, come da infinite mail suddette, ho deciso di pubblicare nelle prossime quattro settimane le quattro domande che mi sono state poste,  in quello che resta un tentativo lodevole di cercare una strada e dei fratelli, laddove altri ti hanno insegnato a vedere solo nemici.

Ed ecco perciò a voi la prima domanda-risposta con il cappello introduttivo che Silvia e la sua compagna avrebbero dovuto pubblicare su Gionata. 

Buona lettura!


Il nostro di oggi è decisamente un ospite fuori dal coro rispetto agli altri. Si chiama Giorgio Ponte, è uno scrittore, ed è omosessuale. Niente di nuovo, direte voi. Se non che è cattolico praticante - bella storia, anche mia moglie lo è. Ma a differenza sua lui prova a seguire i dettami della morale sessuale della Chiesa - che detto così è un po' brutale e alquanto riduttivo. Per capire meglio il suo percorso di fede e il suo pensiero, ho deciso di farci quattro chiacchiere: ne è risultata un'intervista molto appassionata e appassionante, piena di spunti di riflessione. Una delle più coinvolgenti mai fatte, perché è il confronto che ci accresce.

Ecco cosa ci siamo detti.

 

Ex abrupto. Non credi che il Catechismo della Chiesa cattolica sia troppo tranchant per quanto riguarda la sessualità (tutta la sessualità)?

A un certo punto del mio percorso di fede mi sono assunto la responsabilità di mettere in discussione tutto ciò che la Chiesa mi aveva da sempre proposto come buono, perché, per quanto mi sia sempre fidato che lo fosse, ero convinto che questo non mi esimesse dal chiedermene le ragioni. In questo modo, senza dare nulla per scontato, e grazie anche ai successivi studi di teologia, ho avuto modo di sperimentare che non c'è fede al mondo che rispetti e valorizzi la sessualità (ma direi la persona umana nella sua interezza) più della fede cattolica.

San Giovanni Paolo II con la sua teologia del corpo ha insegnato per anni come il maschile e il femminile, nella loro complementarietà fisiologica, ci parlino di un Dio che è amore, partendo proprio dalla concretezza della carne, (a questo proposito consiglio il libro di due miei amici che hanno fatto del loro cammino di coppia, l’occasione per sperimentare quegli insegnamenti: “Il cielo nel tuo corpo”  di Lodi e Cavicchi).

Le parole non bastano a descrivere quanto grande sia ciò che la Chiesa ci consegna in merito: una bellezza che parla di Dio attraverso ogni singola parte del nostro corpo, in ogni funzionalità biochimica e psicologica, prima che spirituale.

In un mondo in cui il sesso è visto come un’attività come un’altra da vivere nella coppia (e ormai nemmeno più nella coppia, al pari di uno svago qualsiasi che si può praticare fra amici in ogni momento, come un corso di pilates o una pizzata insieme), la Chiesa restituisce un valore alla corporeità, e quindi al sesso, che solo un Dio incarnato può rivelare. Un Dio che ha fatto del nostro corpo qualcosa di divino. 

Se questo sia da giudicare ‘tranchant’, io non lo so. A me sembra solo meraviglioso.

Anche su un piano umano (e come potrebbe essere diversamente nella religione del Dio-uomo!) ciò che molti percepiscono come una castrazione, la castità (che in una relazione non matrimoniale significa anche - ma non solo - continenza) in realtà è una grande occasione per imparare ad amare nella libertà, insegnando il valore umano della fatica e dell’attesa. Infatti non rispondere automaticamente ad ogni impulso (sessuale e non) è ciò che ci differenzia dalle bestie, oltre ad essere ciò che di educa a diventare adulti, perché costringe a stare nella frustrazione del proprio capriccio momentaneo. 

Solo così imparo a uscire da una visione del rapporto (e direi della vita) adolescenziale, dove tutto ciò che voglio devo averlo subito e senza sforzo. Peraltro quando l’altro non è oggetto del mio appagamento sessuale, inizio a vedere molto prima tutte quelle imperfezioni, limiti e difetti che è necessario che io veda, per capire se lo sto amando davvero per ciò che è e non per l’idea che mi sono fatto di lui/lei. 

Conosco coppie che sono andate avanti anni e anni prima di vedere che non erano fatte per stare insieme, solo per l’interdipendenza e l’annebbiamento cui il sesso li aveva abituati. Invece, senza quella maschera che tutto esalta e migliora, l’altro si rivela prima per quello che è, imperfetto, e questo fa sorgere subito evidente la domanda: ma io voglio stare con te perché sei tu, o sto con te solo perché tu mi gratifichi (non solo sessualmente)?

Quello che a prima vista appare come una visione tranchant, dipende da un atavico difetto di comunicazione che la Chiesa spesso e per troppo tempo non ha saputo gestire, parlando più di ciò si poteva o non si poteva fare, piuttosto che della bellezza che la morale e il vangelo custodivano e di come essa aiutasse l’Amore a crescere. 

Non mi riferisco alle istituzioni ufficiali (ci sono infiniti documenti bellissimi in merito), ma a chi ha avuto a che fare con le persone direttamente nella vita di tutti i giorni: i sacerdoti. Non è una colpa: il mondo era diverso, molte cose erano date per scontate. Per troppi secoli la Chiesa ha vissuto di rendita in un mondo dove era Lei a "dettare le regole" e perciò col tempo in molti si sono dimenticati di essere tenuti a dover dare ragione della speranza che quelle "regole" custodivano, anche in questa materia. Fino al punto in cui oggi i preti stessi molte volte hanno smesso di credere che delle ragioni ci siano. 

Ed è accaduto così che alla gente siano rimasti in mente solo tutti gli apparenti ‘no’ a certi comportamenti che il Magistero dava (e dà) a partire dal Vangelo, ignorando che dietro ciascuno di quei 'no' ci fosse sempre un ‘sì’ a qualcosa di molto più grande, bello e di valore di quanto, chiunque passi il tempo a sbandierare la ‘liberazione sessuale’, possa mai avere fatto esperienza.

Esistono migliaia di testimonianze in tal senso: gente che ha vissuto il sesso come il mondo diceva, e che hai poi riscoperto il valore della castità nel suo significato più profondo, come la vera liberazione. Una liberazione grazie alla quale ha poi anche potuto godere fisicamente, con un’intensità al di sopra di qualsiasi cosa sperimentata in precedenza, l’unione sessuale con la persona con cui aveva scelto di unirsi in matrimonio, dopo un’attesa fatta di ricchezza più che di rinuncia.

È così, questa speranza è autentica: la castità ha delle ragioni umane e spirituali! Basta cercarle. Con l’aiuto di Dio, naturalmente. Da soli, è una grandezza alla quale è difficile aspirare.

A questo proposito ci tengo a precisare che non è mio interesse (né mio diritto) dare un giudizio morale su chi, per diverse ragioni, non sia in grado di vivere la sessualità così. Io stesso di sesso ne ho fatto moltissimo e rispetto ad esso ho vissuto e vivo a fasi alterne forme di dipendenza più o meno gravi, ed è proprio per questo che capisco bene le molte difficoltà che può incontrare chi non riesce a vivere una chiamata del genere pur riconoscendone la bellezza. Ciò non toglie però che questa chiamata sia per tutti gli uomini, e non solo per gli omosessuali. E se Dio chiama ogni uomo o donna a vivere qualcosa, vuol dire che quel qualcosa deve essere in qualche modo possibile per tutti, con il Suo aiuto. 

Altrimenti come si spiegherebbe la chiamata universale alla santità? Rinunceremo anche a quella? O faremo finta che riguardi sempre qualcuno più "bravo" di noi? Eppure sappiamo che non è così. 

I santi non erano bravi. I santi si sono solo fidati di Qualcuno che era più bravo di loro. Perché non è la castità o il seguire tutte le regole in sé che fanno la differenza, ma il fidarsi di un Dio che conosce l'uomo meglio di quanto lui conosca sé stesso e per questo lo invita a vivere con Lui ogni cosa, compresa la sessualità, nel modo in cui Lui l'ha pensata per la sua gioia.  

È un cammino, certo, e il cammino è fatto anche di cadute. Tuttavia, senza avere una meta verso la quale camminare, nessuno di noi si porrebbe mai il problema di provarci. 

Ed è solo quando ci provi, in un cammino di Verità, che inizi a sperimentare quanto la Chiesa avesse ragione nel proporre un certo tipo di valore, nella sessualità, come in tutto. Perché Essa non parla da sé stessa, ma per Colui che è la Verità. 

Nella mia esperienza di uomo ferito, io posso testimoniare che tutte le volte che ho potuto vivere una castità piena, sono state anche quelle in cui ero più felice. E badate, non ero felice perché non facevo sesso, ma al contrario: non avevo bisogno di fare sesso perché ero felice. 

Infatti il sesso che non è unito a una vera esperienza di donazione totale (che solo in Dio può essere tale), di solito serve a coprire varie forme di infelicità e frustrazione, più o meno consapevoli. Perciò per vivere una castità piena, più che preoccuparci di come non fare sesso, dovremmo chiederci cosa stiamo cercando di coprire con il farlo. E ascoltare quel grido del nostro cuore.  

Per quanto mi riguarda io ero felice perché stavo amando qualcuno libero dal bisogno di possederlo. E quel modo di amare, mi faceva fare un'esperienza vera di Gesù. 

Solo Cristo, infatti, può insegnare ad amare così. 

Perché solo Lui, mostra all'uomo, come essere Dio.

(1- continua)

P.S.

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giovedì 28 ottobre 2021

"NON SEDERTI, RIALZATI, NON RIMPIANGERE IL PASSATO". Ultimo omaggio a una pittrice che ha fatto della sua vita un'opera d'arte. ANNA MARIA BRUCATO SARZANA: mia nonna.


In questo articolo le immagini sono fra le pochissime esistenti online di alcune delle centinaia
di quadri su vetro che in vent'anni di carriera, fra il 1975 e il 2000,
mia nonna 
ha dipinto e venduto fra Palermo, Roma, Milano, Parigi e Londra.

Mia nonna non ha mai voluto sedersi in vita sua. Mai.

Ad ogni festa, cena, compleanno, ricorrenza dovevi implorarla per farla stare seduta. "Dopo, dopo. Sto bene così". Persino quando ha iniziato a trascorrere più tempo in casa, quando doveva dipendere da qualcuno che la portasse in giro con la macchina per avere una vita sociale (cui non ha mai rinunciato fino a due anni fa), anche allora non osava sedersi, passando le ore a camminare avanti e indietro per il salotto per "non fare atrofizzare i muscoli delle gambe".

"Altrimenti è un attimo", diceva, "e ti ritrovi come quelle vecchie che non riescono a muoversi più". 

Aveva ragione, naturalmente. Lei, "vecchia", non lo è stata mai. Per questo molti la invidiavano. 

Tutti quelli che non ne restavano incantati, naturalmente. E non era difficile che accadesse. 

Avanti e indietro, avanti e indietro... Ha continuato ad andare al mare fino a 94 anni, come a cucinare, a fare cene, a giocare a burraco e a seguire i concerti al Teatro Politeama. Persino a disegnare finché ha potuto. Avanti e indietro, avanti e indietro... nel salotto, come nella vita. E certo, con tutto quel correre era un attimo mettere un piede storto e cadere. 

E infatti mia nonna cadeva.

Eh sì: di faccia, di fianco, sui gomiti… è caduta talmente tante di quelle volte negli ultimi dieci anni che ad oggi avrebbero potuto nominarla campionessa mondiale di 'triplo tuffo carpiato sul pavimento'. L'hanno persino investita una volta, proprio davanti la nostra parrocchia: quella chiesa che l'ha vista nascere, battezzarsi, fidanzarsi, diventare madre, nonna, poi bisnonna e che infine martedì le ha dato l'ultimo saluto.

Be' quella chiesa l'ha vista anche cadere molte volte.

Eppure ciò che ha sempre colpito tutti noi non era quante volte cadesse, ma come ogni volta riuscisse a rialzarsi senza un graffio. Ogni volta. 

Io per uno scivolone di tre mesi fa ho dolori ancora adesso. 

Ma lei no: non un graffio, né un lamento. 

Perché mia nonna era anche una che non piangeva. 

"Io potevo fare la regina" diceva. "Perché una regina non piange mai" (su questo aveva una specie di competizione personale con Elisabetta di Inghilterra, della quale era più grande di un anno, ma tant'è... nonna, alla fine quella ha battuto anche te!).  

In compenso sapeva ridere. Di gusto, di tutto, sempre.

D'altra parte aveva ragione a pensare di poter competere con una regina. Anche lei infatti era nobile, e non solo perché baronessa, ma perché nobile di una nobiltà che non si insegna e non è data dai titoli. 

Lei era una vera signora

Diventata pittrice di successo a cinquant'anni, per sfida, inventrice di una tecnica di pittura su vetro mai tentata prima, mia nonna detestava la mancanza di decoro e la vigliaccheria. Era brillante, bellissima, di una intelligenza sopraffina e con un carattere di fronte al quale i prepotenti e i mafiosi fuggivano. O restavano innamorati.

Eppure nel suo matrimonio aveva saputo farsi debole quando serviva, almeno in apparenza, per amore di un uomo che l'ha amata fino all'ultimo istante di vita. Ha dato la vita rinunciando a volte al suo amor proprio, perché i suoi figli potessero avere ciò che lei riteneva più importante di sé stessa: una famiglia unita. E perché imparassero da lei la capacità di non arrendersi mai. 

Non a caso lei è la donna che ci ha insegnato uno dei segreti dell'amore: "tre parole: pazienza, pazienza, pazienza". E i frutti nel tempo le hanno dato ragione: mia madre, mio zio, e con lei tutti noi, i suoi nipoti, le sue gioie, abbiamo goduto di questo amore sopravvissuto alle tempeste e diventato per questo fonte solo di gioia. Lei e mio nonno sono stati una delle coppie più belle che io abbia mai conosciuto, ma hanno passato anni di grande fatica: il trauma della guerra, le ferite reciproche, la perdita di un figlio... 

La vita non ha risparmiato loro il suo carico di sofferenza. E di certo non è che mia nonna non abbia sofferto. Tuttavia, come ogni volta, anche nella vita mia nonna si è sempre rialzata come nulla fosse, più forte di prima, senza versare una lacrima. Quando penso a come lei e mio nonno hanno vissuto, capisco il senso di ciò che dice san Paolo: tutto concorre al bene di coloro che amano Dio (Rm 8, 28).

Tutto. Anche la morte. Non importa quanto dolore possa capitarti: non sederti, rialzati, non perdere tempo a piangere ciò che non c'è più. Perché Dio è buono, e il meglio deve ancora venire.

So che tutte queste cose potrebbero far pensare a una persona dura. Per qualcuno poteva a volte apparire superficiale: la sua era una fede semplice e concreta, come tutto ciò che faceva, ma certamente lei non era una donna semplice con cui avere a che fare, come tutti coloro che pretendono molto da sé stessi.

Forse chi non l'ha conosciuta dalle mie parole potrebbe persino pensare che fosse una di quegli anziani cinici, ossessionati dalla cura di sé, magari in fuga dalla vecchiaia. 

Ma non è così. 

La vecchiaia non l'ha mai raggiunta, semplicemente perché lei non la stava fuggendo. Direi che mia nonna ha danzato con lei per anni e anni, mostrando al mondo la bellezza di una vita piena, vissuta con ogni goccia di sé stessi, fino all'ultimo istante, senza mai permettere al dolore di avere l'ultima parola e celebrando la bellezza in tutte le sue forme, rughe e solitudine comprese. Figlia di un mondo che non esisteva più, con la sua presenza lei lo ha mantenuto in vita ricercandone gli ultimi barlumi di bellezza nel presente, senza mai rimpiangere i 'bei tempi andati', ma facendo del tempo che aveva da vivere il migliore possibile.

Fino alla fine.

Ed è per questo che oggi voglio dirti grazie, nonna: per avere mostrato a me, a noi fratelli, a nostra madre, a tutti quelli che ti hanno incrociata almeno una volta sul loro cammino,  come stare nella vita a testa alta. Lo hai detto a noi e lo hai mostrato a a chiunque abbia visto un tuo quadro, o solo per il tempo di un pranzo abbia goduto del tuo cibo come dei tuoi racconti. Ma soprattutto grazie per avermi indicato come gioire di ciò che si ha, finché il Signore ci dà la grazia di averlo.

Ho pianto tanto, sai? Io non sono come te. Ma non ho timore di piangere, so che tu lo capirai. È stupendo farlo con chi ti ha amato, ma soprattutto è stato amato da te, sapendo che in realtà nessuno di noi ha altro motivo per versare una lacrima che non sia la gratitudine nei confronti di Dio per il dono di così tanti anni di questa tua vita piena della Sua bellezza.

Vai nonna, e goditi il concerto dell’eternità; so che il nonno non aspettava altro che te per ballare ancora questo ultimo walzer.

E forse, dopo, finalmente ti siederai.






Mia nonna poco più che ventenne, con mia madre e mio zio. 


Una delle poche foto insieme. Pasqua 2017. Qui mia nonna aveva 'solo' 92 anni.

mercoledì 27 ottobre 2021

QUATTRO ANZIANI DUE CANI E UNA PROSTITUTA - Dopo 7 anni da "Io sto con Marta!" una nuova storia di speranza su come non sia mai troppo tardi per dare una svolta alla propria vita!

Una farmacista single ex sessantottina, un pensionato che parla con la moglie morta, un settantenne latin lover ossessionato dalla sua pancia, e una perfetta 
sciura di chiesa con inconfessabili fantasie sessuali e un’ironia dissacrante, si ritrovano ad essere i protagonisti della più rocambolesca avventura che abbia mai visto coinvolti quattro pensionati.

Per aiutare la ragazza a pagare il suo debito con la malavita, i quattro dovranno affrontare boss, improvvisarsi ladri e soprattutto riuscire nella sfida più grande di tutte: imparare ad andare d’accordo! La Congiura dei Pensionati è il primo capitolo di una commedia brillante che vi farà ridere e commuovere, riflettere e restare col fiato sospeso. Una storia sulle risorse che si nascondono in ognuno di noi e sul diritto di esistere di tutti quelli che il mondo vorrebbe dimenticare. 

Perché in fondo non è mai troppo tardi per cambiare la propria vita. 

Anche a settant’anni!

Dopo 7 anni da "Io sto con Marta!" (Mondadori), esce il mio nuovo romanzo comico in parti: "Quattro Anziani due Cani e una Prostituta". Una nuova storia di speranza sulla terza età, sull'amicizia e sul valore che hanno tutte le esistenze.
Anche quelle che il mondo vorrebbe dimenticare.

Potete ordinarlo in cartaceo o in formato digitale a questo link (dove trovate anche gli altri miei romanzi).

Se vi piacerà, condividete, commentate, recensite e fate stories con il libro! Aiutatemi a farlo salire in classifica come nel 2015 avete fatto con "Io sto con Marta!".

Senza di voi non si può fare!

PER QUALSIASI INFORMAZIONE SU COME ACQUISTARE IL PRIMO ATTO DEL ROMANZO O SU COME PRENOTARE IL SECONDO ATTO GUARDA IL VIDEO DI PRESENTAZIONE QUI SOTTO!
 

venerdì 7 dicembre 2018

YOKABE. "Tutti siamo in debito con qualuno". Dopo LEVI e GIAIRO il capitolo finale di Sotto il Cielo della Palestina


Quando scrivevo la prima storia di Sotto il Cielo della Palestina, nella mia vecchia stanza di Palermo (un bugigattolo che ha visto i natali anche di Io sto con Marta!, più simile allo sgabuzzino di Harry Potter che a una camera da letto) stavo solo cercando di capire se dopo sette anni durante i quali mi ero permesso di seguire altre strade, fossi ancora capace di scrivere una storia dall'inizio alla fine. Certamente non potevo pensare che dieci anni dopo quei personaggi che avevo immaginato nell'intimo della mia mente, ascoltando a ripetizione le musiche del Principe D'Egitto e di American Beauty, sarebbero entrati a far parte della vita di tante persone, toccandone il cuore in modi che non avrei mai creduto possibili.

Quella prima storia era Yokabe, in una versione molto più leziosa, ridotta e abbozzata di quanto non sia la storia che oggi vede per ultima la luce. Allora Yokabe era "solo" la storia di una ragazzina divenuta donna, che doveva lottare contro un contesto sociale che la rifiutava e il dolore di un marchio d'infamia che non poteva togliersi di dosso. Oggi questo romanzo è diventato qualcosa di più. E' la storia di una coppia, di un amore, di due esistenze che si intrecciano in una e di quanto le ferite familiari dell'uno e dell'altra si trovino a pesare su entrambi. E' una storia di peccato e di redenzione. La storia di una donna e di un uomo e del loro cammino per ritornare a vivere.

Ma più di tutto questo, Yokabe è stata a suo tempo la portavoce del mio senso di rinascita, in un momento in cui non potevo raccontare esplicitamente ciò che Dio aveva fatto per me. A lei affidai la Speranza e la gratitudine che il mio cuore voleva cantare al mondo, e che il mio pudore mi impediva di fare liberamente.

Allora non mi rendevo conto delle tante immaturità e ingenuità del testo (per fortuna o lo scoraggiamento mi avrebbe impedito di proseguire nell’impresa!), tuttavia ciò che avevo provato nell’affidare a quel personaggio il mio messaggio segreto e il modo in cui esso passava, nonostante tutto, in chi leggeva, mi convinsero che valeva la pena di ampliare quel progetto trasformandolo in una trittico di racconti.

Avevo pensato di scriverne molti di più, ma più scrivevo, più mi accorgevo che quei personaggi, che nella Storia sono esistiti davvero, mi chiedevano più spazio e tempo per essere mostrati di quanto non pensassi. Dopo un anno mi ritrovai tra le mani due romanzi brevi e un racconto, e capii che non sarei stato in pace finché non avessi trovato il modo di rendere quelle storie disponibili per chiunque avesse avuto la voglia di leggerle. Ci sono voluti dieci anni, infiniti lavori, un corso all’Università Cattolica e un altro romanzo benedetto da un inaspettato successo, perché quel desiderio trovasse compimento.

Oggi mi rendo conto che è stato un bene. Dieci anni di esperienza in più, non solo di mestiere, ma soprattutto di vita, hanno donato a queste tre storie uno spessore che il ragazzo che ero allora non avrebbe mai potuto dare loro. Proprio come capita con i figli infatti, che per quanto pensi di conoscerli, più passa il tempo e più scopri cose nuove di loro, oggi rileggendo le vicende di questi figli di "carta", li ho compresi molto più di quanto non avessi fatto quando li ho concepiti.

Con l’uscita di YOKABE questo cammino durato anni si conclude. Considerato che il motivo per cui sono salito a Milano è stato proprio riuscire a pubblicare questa raccolta, posso dire senza esagerare che a questo racconto devo quello che sono oggi. Poiché quello che sono non esisterebbe senza tutto quello che mi ha donato questa città. 

L'affido a voi, nella speranza che ancora una volta, passando di mano in mano tramite coloro che spero l’ameranno, questa storia possa girare al di là dei circuiti più noti, raggiungendo coloro ai quali può fare bene leggerla. 

Con l'augurio che qualcosa di essa vi tocchi, cambiando la vostra vita, come ha cambiato la mia.


YOKABE è al momento è acquistabile in formato digitale e cartaceo su Amazon, Kobo e su tutti gli store online.






martedì 31 gennaio 2017

REIETTA E FELICE - Testimonianza di una Donna che ha trovato sé stessa

Pubblico qui di seguito la storia di Grazia (il nome è di fantasia, la storia no): una donna che dopo molti anni e tanta fatica ha trovato il coraggio di guardare con onestà al suo desiderio omosessuale, per scoprire la donna sepolta dentro di sé. La testimonianza è scritta di suo pugno. Il conflitto con i genitori, l'odio per gli uomini, la passione per le donne, il pregiudizio verso gli psicologi... non ho voluto toccare nulla delle sue parole. Espressioni "colorite" comprese. Conosco personalmente Grazia e la trovo un'anima straordinaria, oltre che una donna giovane dalla travolgente simpatia. Anche se è un po' lunga, confido che amerete anche voi la sua schiettezza, e la sua libertà. Quella di una donna che non ha paura di definirsi "reietta e felice". Perché ogni vita vissuta autenticamente porta in sé un seme di Speranza che vale la pena di essere raccontato.

Salve a tutti, mi presento: sono una reietta e sono felice.
Finalmente sono davvero felice. Nella mia vita non è sempre stato così, a dir la verità. Ho sempre avuto problemi nel percepire l'amore intorno a me. Mi sentivo sola, già dai miei primi ricordi. Non pensavo di essere amata dai miei genitori, e questo dipendeva da tanti fattori, di certo legati al mio carattere, alla mia sensibilità, all'impronta educativa non troppo all'acqua di rose e nel fatto che i miei nonni paterni non perdevano occasione per dirmi che i miei genitori erano, fondamentalmente, due beoti.
Ed io crescevo e mi sentivo sempre come una povera vittima, non amata, non capita, con nonni stronzi (perché diciamocela tutta, un bambino si rende conto che quando i nonni cercano di distruggere la figura dei suoi genitori, qualcosa non va), genitori beoti (perché per quanto avessi capito che i miei nonni erano stronzi, ad ogni litigata in casa, dentro me compariva il pensiero "avevano ragione quegli stronzi dei miei nonni a dire certe cose sui miei”): insomma, tutti contro di me.
Essere vittime, sentirsi vittime, volersi sentire vittime. La verità è che questo ci condiziona poi nelle nostre scelte. Perché ci giustifica, qualsiasi cosa accada, il vittimismo di cui nutriamo i nostri rimorsi e le nostre tristezze, con cui autoalimentiamo le nostre debolezze, ci permette di sentirci, nella nostra esistenza di vittime, perfetti.

E qualsiasi cosa faremo o sceglieremo, non saremo mai costretti a metterci in discussione. Perché se anche fosse sbagliato, non è stata tutta colpa nostra, in fondo. Magari è stata colpa dei nonni stronzi o dei genitori beoti (o così percepiti), se non del ragazzino che ti prendeva in giro perché giocavi a pallone e non con le bambole, oppure delle bambine che in terza elementare ti davano del "mezzo maschio" perché avevi l'astuccio celeste invece che rosa e guardavi Dragonball invece di Barbie Raperonzolo.
Durante l'adolescenza, pur ricercando le prime esperienze affettive con ragazzi, mi sentivo spesso confusa sui miei sentimenti: alcune ragazze che conoscevo, cui mi affezionavo e ammiravo, diventavano il mio punto di riferimento, erano il centro gravitazionale dei miei affetti. Sarò stata mica lesbica?!
Mi ci rompevo il cervello nei dubbi e nelle mie paure, sempre presenti come una spada di Damocle che era lì, appesa sopra di me, pronta a farmi a pezzettini prima o poi.
E infatti, la resa dei conti arrivò. Conobbi una ragazza più grande di me di nove anni, e fu il mio primo grande amore. Sì, esatto, parlo proprio di amore. Amore che sentivo vero, sconfinato, immenso, irrinunciabile. Avrei fatto di tutto per lei, volevo solo lei e desideravo solo lei.

Due anni dopo le cose finirono male, in un mare di sofferenza, perché le nostre strade divennero inconciliabili. Lei stava per sposarsi, e nonostante per due anni avessi acconsentito ad essere un'amante (ad accontentarmi delle sue briciole, pur di stare insieme), era giunto il momento di voltare pagina.
Passò un anno, ed ecco per me la prima storia seria con un ragazzo, il primo confronto serio anche su un piano della sessualità. Era una storia seria sul serio eh, mica chiacchiere... si parlava di progetti, di speranze future, di impegni l'uno verso l'altra. Purtroppo però anche questa storia finì male. Caratteri inconciliabili, testardi, ed entrambi con le nostre ferite passate, lasciate aperte, irrisolte. Io iniziavo sempre più a detestare i maschi, a pensare che fossero tutti uguali. Arrivammo spesso agli insulti, e non solo… tenerezza maschile un cavolo!
Mi convincevo che maschi pensassero solo al sesso, che di noi non gliene fregasse un cavolo realmente, che ci avrebbero potuto amare solo in funzione di quello. E finì male davvero quella storia, ma in un modo più veloce rispetto a quanto non sarebbe accaduto (perché prima o poi sarebbe accaduto). Finì male perché io incontrai un'altra Lei.
Che bella. Una bellezza fulminante. La prima volta che la vidi mi sentii, come posso dire… fu come un pugno in faccia! Avevo vent’anni, insomma, va bene gli errori dell'adolescenza, ma se a vent’anni pensi di una tipa delle cose così, a prima vista… oh, ma sarò mica lesbica?
Lei era tutto quello che io non ero. Femminile, davvero tremendamente femminile, ma di una femminilità graffiante, dove non mancavano note di un carattere determinato che spesso usciva senza potersi arrestare, un fiume in piena. Era sensuale, corpo perfetto, mai capace di fermarsi, sempre di corsa in mille attività, lanciata costantemente su mille interessi. Lavoravamo insieme, e tutti i maschi dell'ufficio non perdevano occasione per provarci, occhiatine, battutine, bocca spalancata con bavetta alla Homer Simpson... eppure mi notò.
Io, in effetti, ho fatto di tutto per farmi notare. E più le stavo accanto e più quel rapporto, nato come una "semplice" amicizia (così volevo convincermi) diventava più profondo. Ero innamorata persa, totalmente rimbambita di lei e la sognavo persino la notte. Piccolo problema: era fidanzata con un ragazzo. Eh no, ancora? Mi tocca fare l'amante ancora? Tuttavia, anche lì, il pensiero di poter essere "l'alternativa", il "passatempo", non bastava a fermarmi: volevo solo lei, e dalle briciole avrei fatto di tutto per risalire e farla mia in qualche modo.
Il dolore. Ecco se ripenso a lei cosa ritrovo. Il dolore. Ma che razza di amore era quello? Ma come mi veniva in mente? Quale razza di egoismo chiamavo amore? Credo di averla fatta soffrire tanto (perché ad ogni modo mi voleva bene), così come lei mi ha fatto soffrire, certo. L'avevo messa davanti alla scelta, una volta che ero certa che ormai fossimo legate: me o lui. Cavolo, quella storia l'ho voluta a tutti i costi, non avevo intenzione di perderla, doveva essere mia. E quei maledetti maschi, tutti uguali e tutti incapaci di tenere a bada il pisello, non la meritavano una bellezza simile.

Eravamo una coppia in fondo. Io iniziai a fare coming out in tutti i modi più espliciti. Se gli amici mi chiedevano, dicevo che lei era la mia ragazza, andavo nei locali gay con altri amici gay, facevamo uscite a coppie (rigorosamente di gay): stavamo insieme a tutti gli effetti, porca vacca, perché non poteva funzionare?
Una sera, l'ultima sera in cui ci vedemmo e lei mi disse "addio", mi spiegò che non se la sentiva di mollare la sua vita per stare con me. Che sì, mi amava, ma che a lei “piacevano gli uomini”. Che non capiva come però, ogni volta che mi rivedeva, potesse perdere la testa e desiderare me, che ero una donna. E poi aggiunse "Mi sono innamorata di te. Ho amato non solo la tua parte femminile, ma anche e soprattutto la tua parte maschile".

La mia parte maschile? Ho pensato "questa è pazza".

Poi ho capito. Non ci voleva molto in effetti per capire: se mi guardavo allo specchio vedevo una ragazza solo perché sapevo di esserlo, seppur null'altro lo faceva trasparire: vestiti maschili (andavo a comprare i vestiti spesso nei reparti maschili), capelli corti e alzati col gel, braccialetti di cuoio, scarpe da ginnastica, trucco manco se mi sparavi, modi da scaricatore di porto, camminata a gambe larghe.

Ero una stupida caricatura. Una caricatura di un uomo, proprio di quegli uomini che detestavo con tutta me stessa, con cui non sapevo confrontarmi. Per quanto potessi ignorarlo e convincermi che tutto andasse bene, che semplicemente “io ero fatta così”, la verità era che la mia femminilità la stavo prendendo a martellate. La stavo frantumando.

Lo capii, ma era troppo per me mettere in discussione di nuovo tutta la mia vita, la mia identità, le mie poche certezze che avevo così faticosamente costruito. E poi c'erano tutti i miei amici gay che, caspita, erano così fighi … e così tosti!!!! Erano vittime e stavano lottando per essere riconosciuti e non più perseguitati dall'"omofobia". Era bello poter dire "io sono dei vostri", riconoscersi in un gruppo e non sentirsi più fuori posto in questo mondo.
Comunque, io e lei ci lasciammo, alla fine. Non riuscivo proprio a smettere di pensarla, ad accettare che avevo perso, e lei aveva scelto uno stupido e qualsiasi uomo. Non riuscivo a scordarla, e per me, perderla, significava aver perso tutto quello che non trovavo in me.
Passarono due anni, lunghi, molto lunghi, così tanto che io li chiamo “i miei due anni luce”. Due anni in cui cercai di fare silenzio nella mia vita. Volevo capire, avevo bisogno di capire. Volevo deporre la mia rabbia, il mio costante pensiero di essere una vittima. Non mi bastava riconoscermi in quelle etichette. Ok, figo essere gay, libera, non dovermi nascondere da nessuno (compresi i miei che ovviamente avevano capito e erano palesemente contrari alla cosa, ma non me ne fregava un tubo della loro approvazione, o di mettermi in contrasto, e manco della loro opinione).
Figo, sì. Ma non mi bastava. Doveva esserci di più. Perché dovevo accontentarmi di quella parola, "GAY", appioppata sopra la mia capoccia? Perché non riuscivo a comprendere la mia femminilità, a gestirla, ad amarla? Perché questa femminilità così sfuggente la andavo sempre a cercare in qualcun altra?
Decisi quindi di accettare il consiglio di un caro amico e di andare da uno psicoterapeuta, e non dopo pochi ripensamenti.
Punto n.1: io non ero malata. Caspita, dallo psicoterapeuta ci vanno i matti, gli schizofrenici, quelli con disturbi post traumatici, i bipolari, quelli che vanno riabilitati perché socialmente pericolosi, quelli che quando camminano contano le mattonelle, che parlano con il koala immaginario sul comodino o che chiacchierano con la Madonna della partita, insomma. No una persona gay! Mica è una malattia! Quindi, che cavolo dovevo andarci a fare da uno psicoterapeuta?
Punto n.2: posto che ci vado, cosa mi fa? Mi lega alla sedia, mi tiene le palpebre aperte come su Arancia Meccanica e mi fa vedere filmati di propaganda etero? Con immagini di gay al rogo, dicendomi "se continui così finirai male!", o con proiezioni di scritte subliminali tra le immagini, tipo: "il sesso giusto è solo maschio-femmina"?
Oppure mi ipnotizza e mi convince che gli uomini sono meglio delle donne? Che mi fa sto tizio? Come potrebbe mai aiutarmi a rispondere alle mie domande?
Alla fine, tira e molla con i miei mille pensieri, dissi "Vabbè, andiamo. Al massimo me ne vado".
Già il nome "terapia riparativa" non mi diceva nulla di positivo … e mi dava pure un po’ sui nervi, se devo essere sincera. Anche se guardandomi bene, qualcosa da riparare c'era: la mia anima ferita.
E quindi, la mia “terapia ripartiva” volete sapere qual è stata?
Il dottore mi disse semplicemente che nessuno nasce gay o etero, che siamo frutto di quello che viviamo. E fino a qui, pensai “ottimo, anche stavolta ho perso un’ottima occasione per rimanere a farmi gli affari miei”. Voglio dire, non mi serviva di certo andare dallo psicoterapeuta per capire una cosa del genere, bastava leggersi diversi studi di biologia e psichiatria, con le posizioni delle neuroscienze, per non parlare di tutto l'ambito medico che si è espresso sulla plasticità del cervello. Ed io, di quella roba lì, avevo già letto almeno un milione di articoli.
Ma andiamo avanti.
Mi ha fatto fare una serie di test, tipo Minnesota e altri test standard (quelli che si fanno anche nei concorsi pubblici per intenderci), niente “domande strane” o somministrazioni di test a trabocchetto da compilare in valsi col sangue del pollice. Quindi, persone che come me temevano strane iniziazioni con piume appiccicate in testa, o unzioni con medicamenti miracolosi, sbandieramenti di crocifissi, benedizioni ed esorcismi al grido di "esci da questo corpo spirito gay!", rimarrebbero molto deluse.
Alla fine mi ha fatto raccontare la mia storia, prendendo appunti di tanto in tanto, senza dare nessun tipo di giudizio, senza accennare al giusto o allo sbagliato, al bene e al male. Era in silenzio, mi ascoltava e basta.
Dopodiché ci siamo salutati in attesa che potesse, alla luce di tutto quanto raccolto, operare la sua sintesi clinica.
Per farla breve, la faccenda si concluse così: mi spiegò il perché io provassi attrazione per le ragazze. Perché odiassi gli uomini, e sfregiassi la mia femminilità. Non mi ha IN ALCUN MODO cercato di convincere sul "etero è giusto, etero è meglio, così finisci male". Mi ha solo detto il PERCHÉ (con un lumen di tipo psicologico, vagliando gli episodi della mia vita) io provassi certe emozioni e mi sentissi così.
Ecco a voi signori la mia “terapia ripartiva” da parte dello psicoterapeuta. La parte difficile veniva per me: confrontarmi con la verità oggettiva, fuori dal mio punto di vista. La vera attività di “riparazione” dell’anima doveva venire dalla mia volontà.
Iniziai quindi a rileggere ogni mia esperienza alla luce di quanto il doc. aveva spiegato sulla mia vita. "Allora ecco perché quella volta mi sono sentita così! Ecco come mai quando mi succede questo mi viene da pensare così", ecc. ecc.
E soprattutto compresi, riflettendo, che le differenze tra donne e uomini ci sono e sono innegabili. Che la natura delle cose gira come è stata costruita, con un senso, dove la necessità della complementarietà del maschile e femminile è innegabile. E questo per esempio lo vedevo proprio in me, che non potevo essere un uomo e odiavo i maschi, ma mi atteggiavo come una copia (anche piuttosto grottesca) di loro.
Iniziai a voler riscoprire la mia femminilità, fu un processo lungo, ma più questa emergeva nuovamente e più ne sentivo il bisogno.
Tuttavia mi chiedevo costantemente: "come mai sono arrivata ad amarle quelle ragazze?". Un conto è attrazione, infatuazione, e qualsiasialtracosa-zione...ma innamorarsi, perdutamente, porca miseria, è un'altra cosa!
La risposta ce l'avevo sotto gli occhi tutti i giorni, e finalmente, dopo del tempo, capii: in ognuno di noi c'é la grande motivazione per cui esistiamo, la sola grande e vera predisposizione per cui nasciamo... AMARE.
Ma ci sono modi e modi di amare. Modi più giusti rispetto a quell'Amore per cui siamo stati creati, e modi più lontani. Io le amavo quelle ragazze, ma in funzione mia. In funzione del mio egoismo scriteriato (altra forma di “amore”, ben distante da quello per cui siamo nati).
Io sono una donna, e questo non è riconsiderabile né si può dire il contrario. Io sono una donna e sono nata per un Amore più grande del mio piccolo egoismo e del mio bisogno. Non metto in dubbio e non posso mettere in dubbio che io abbia amato quelle ragazze (perché Dio solo sa quanto le ho amate, a modo mio, certo, e purtroppo sbagliando, ma era il solo modo che conoscevo), eppure, io non sono nata per questo.
Qualche mese più tardi arrivò LUI.
Il che mi sconvolgeva, e nemmeno poco. Un uomo ed io? No, no, non poteva andare. In più, un uomo anche figo, che figuriamoci se poteva interessarsi ad una come me... ci doveva essere la fregatura. Magari era un pluriomicida, o un evaso da qualche istituto mentale. O nella migliore delle ipotesi era un semplice "amatore seriale”, ecco perché faceva tutto il simpaticone. Gli uomini sensibili, carini e coccolosi sono una figura così mitologica, che è più plausibile incontrare la fatina dei denti mentre ti lascia il soldino sotto il bicchiere.
È andata a finire che avevo torto. Avevo torto e di brutto. È andata a finire che mi sono innamorata di quel Tipo, e dovetti constatare, con mia gioia e sorpresa, che non era né un pluriomicida, né un ex internato e manco aveva intenzione di portare a letto l'ennesima conquista. Ho scoperto che era simpatico, che come mi fa ridere lui nessuno ci riesce (e nemmeno a farmi incavolare così tanto a dir la verità: siamo complementari, anche per questo!), che era sensibile spesso anche più di me, che era davvero coccoloso, e che mi amava e mi avrebbe amata, così come ero, senza scappare davanti al macigno che mi portavo dietro, restandomi accanto.
È andata a finire che quel Tipo me lo sono sposata, che ho scoperto di poter amare in un modo che mai avrei immaginato, dove "pretendere e prendersi" non porta a nulla, dove conta solo darsi, dove spesso anche il dolore scandisce i giorni, perché Amore è anche dolore, sacrifici, paure e tanta fiducia. Ma sono felice. Lo Amo, e ho imparato ad accettarmi, a sentirmi di nuovo donna, a capire chi fossi come donna e quale fosse il mio posto a questo mondo.
È andata a finire che aspettiamo una bambina, e non tornerei mai indietro, che nonostante le mille difficoltà che il matrimonio, la gravidanza, la vita di coppia nella sua "diversità" comportano, io sono felice.

La mia storia è per raccontarvi solo la mia esperienza (la mia personalissima esperienza), non voglio dire cosa è giusto e sbagliato fare.
Però pretendo il diritto di poter dire la mia, in qualità di persona che ha vissuto qualcosa di diverso da quello che si sente in giro.
Pretendo il diritto, per le persone che come me volevano cercare una risposta, che sentivano l'esigenza di un'alternativa, di poter ricorrere alle cosiddette “terapie riparative”, senza che le stesse vengano messe al bando dalle lobby.
Voglio il sacrosanto diritto di urlare che io esisto, e che sono la dimostrazione vivente che si può cambiare, e che il cambiamento avviene solo quando lo si cerca e perché lo si vuole. Perché si sente che quella vita non ci basta. Possibile che questo diritto vada cancellato? Non ho mai sentito di imposizione di “terapie riparative” nelle scuole, mentre ho sentito più volte l’imposizione dell’ideologia gender nelle stesse. Io pretendo il diritto di poter liberamente accedere alle terapie riparative per chiunque VOGLIA farlo.
Voglio poter chiedere alle persone che non hanno mai avuto esperienze omosessuali, che non hanno la minima idea di come sia l'ambiente gay vissuto in prima persona, di fare un bell'atto di umiltà e non parlare a vanvera, soprattutto autonominandosi dottori in cose di cui spesso non sanno nulla.  Rimanete in silenzio piuttosto che accodarvi al pensiero delle associazioni LGBT, che non vi riguarda e di cui non vi sentite nemmeno troppo toccati, in realtà. Perché la paura vera è quella di essere tacciati di “bigottismo” ed è sempre dietro l’angolo. Non ergetevi a paladini di non si sa che cosa. Rispettateci.
Voglio poter dire la mia, voglio poter dire che l'unico Amore di coppia per cui siamo nati è quello uomo-donna, e che la gioia e la profondità che tale Amore può dare, non è descrivibile.
Voglio poter raccontare la mia storia senza essere censurata: noi esistiamo e facciamo paura alle associazioni LGBT, che NON rappresentano il pensiero di tutti gli omosessuali, ma solo di una ristretta minoranza, dotata però di forte eco mediatica e visibilità.
Voglio potermi rivolgere ai miei fratelli, amici che vivono quello che anche io ho vissuto. Amici, che avete attrazione per persone del vostro stesso sesso, e che amate persone del vostro stesso sesso, vorrei chiedervi se davvero vi piace l'idea che la frangia più esaltata ed estremista degli omosessuali, aneli all'imposizione di etichette anche sulle vostre vite. Voglio chiedervi se vi sembra giusto ed appagante il fatto che verrete sempre considerati in primis "meritevoli di tutela in quanto gay" e non in quanto persone.
Voglio poter gridare che la mia "omofobia" (perché sì, mi hanno anche dato dell'omofoba, i benpensanti) attiene alla paura della standardizzazione del pensiero, del non poter permettere ad altri di dire la propria, se non allineati al politicamente corretto e alle idee delle associazioni LGBT. La mia vera fobia riguarda la censura legalizzata, che ti accusa di spargere odio e discriminazione solo perché si pensa qualcosa di diverso, anche semplicemente raccontando la propria esperienza personale.
Vorrei poter dire che mi sembra assurdo ascoltare alcune parole da parte di persone omosessuali, tipo: "quando sento parlare di famiglia naturale vorrei prendere un kalashnikov e sparare in piazza". Per poi tacciare di violenza, bigottismo e discriminazione l'esposizione di un differente pensiero.
Voglio poter dire che due più due fa quattro e che da due uomini e due donne la vita non può nascere.
Una mia cara amica (“attivista gay e fieramente gay”, come si è spesso definita, cui ho voluto e bene e cui continuo a voler bene da lontano, purtroppo), non mi rivolge più la parola da anni.
Mi chiamava sorella. E poi, mi ha chiamata "reietta".

Si, amica mia, sono una reietta, e sono felice. Davvero felice.