mercoledì 15 febbraio 2017

CRUDO COME LA CARNE - Perchè sostengo (anche) Silvana De Mari


Ciao Giorgio, come stai? Ho visto da poco uno degli ultimi post (tanto criticato) sull'omosessualità della dottoressa De Mari. Naturalmente quello che ha detto è vero e condivido pienamente, ma mi ha fatto pensare l'atteggiamento di molti cattolici rispetto alla nostra situazione. Va di moda dire: "ad un fratello devo dire la verità ad ogni costo se la sua condizione non è sana" ecc. La verità è ciò che ci porta vicini al Signore e va sempre cercata, ma è anche vero che una dose di verità va accompagnata anche da un atto d'amore. È inutile dire si-fa-così-o-colà se non mi si mostra cos'è l'amore. Altrimenti quelle affermazioni sono solo giudizi fatte da professorini. Forse sto vedendo la pagliuzza nell'altro e non la mia trave, però volevo sapere che ne pensi. Scusa per lo sfogo. ;-)"

Ho ricevuto questo messaggio da un caro amico con cui condivido il cammino, la fede, e anche le ferite. Un ragazzo con attrazione per lo stesso sesso che sa bene di cosa parliamo quando parliamo di omosessualità, conosce il valore della castità, lavora sulle sue ferite, riconosce che l’omosessualità non è un’identità, ma il tentativo di compensazione di una mancanza profonda ecc. Ve lo dico solo per capire che chi mi parla, lo fa con piena coscienza e consapevolezza ed è perfettamente in linea con i valori e le convinzioni di chi scrive (oltre che col Magistero della Chiesa).

Il suo è stato uno dei più delicati messaggi seguiti alle dichiarazioni di Silvana De Mari sui danni del sesso anale al programma la Zanzara. Altri sono stati meno “gentili”, per usare un eufemismo. Altri invece erano semplicemente addolorati. Giorni fa era uscita anche una mia intervista nella quale sostenevo la libertà di parola di Silvana (mi permetto di chiamarla per nome, dal momento che ho avuto la fortuna di conoscerla personalmente un anno fa), e chiedevo alla gente di non catalogare una persona sulla base di una dichiarazione in una intervista. Perché ciascuno di noi è molto di più di una frase detta in un dato contesto.

Premetto che Silvana De Mari è una persona dalla enorme cultura e intelligenza e certamente non ha bisogno di essere difesa né da me, né da nessuno. Per il poco tempo che abbiamo trascorso insieme, ho potuto riscontrare in lei non poche somiglianze con uno dei suoi personaggi più belli e agrodolci: Rosalba, una regina guerriera che combatte incinta e vedova, per difendere coloro che porta in grembo. Rosalba è una madre che per i suoi figli diventa leonessa. E io credo che è in quest’ottica e con quest’impeto che ogni dichiarazione di Silvana vada letta e ascoltata. Per quanto possa scandalizzare il suo essere cruda (non crudele), lei si batte per la salute dei suoi figli spirituali, i suoi pazienti.

Detto questo, anche io ho i miei “figli” da difendere. Figli di cui pochi si ricordano: le persone con attrazione per lo stesso sesso che non si identificano nel “Mondo Gay”, ma non trovano nemmeno spazio per esistere ed essere accolti in Verità da quella Chiesa che per loro dovrebbe essere madre e che invece troppo spesso, quando non se ne disinteressa, li inganna tradendo prima di tutto sé stessa (leggi: “Gruppi gay cattolici”).

Quelli che ho a cuore sono i molti amici “dalla nostra parte” (se di parti possiamo parlare), che nell’ascoltare le parole di quell’intervista hanno avuto la sensazione di venire ridotti a una semplice questione medica, esattamente come il mondo gay ha cercato di ridurli alla loro pulsione sessuale. Amici come quello che mi ha scritto il messaggio che vi ho riportato, che pur riconoscendo come vero ciò che dice la De Mari, sanno che la questione non finisce lì.

Badate, questo lo sa anche la De Mari. E di certo in un programma di dieci minuti, con due faziosi che cercano di estorcerti frasi compromettenti, non era facile fare emergere tutta la propria consapevolezza su un dato argomento.

Ma a maggior ragione mi sembrava giusto puntualizzare alcune cose.

Parto dal positivo. Lo ammetto: ciò che più mi è piaciuto di quell’intervento di Silvana è stato il fatto di riportare l’argomento sul piano della Carne. Perché oggi si tende troppo a spiritualizzare le questioni emotive, in particolare quelle legate all’omosessualità. In fondo questo è ciò che vogliono le Gender Theories (Teorie di Genere): ritenere il genere sessuale puro costrutto mentale e culturale, del tutto slegato dalla realtà corporea e sessuata. Ma la carne, il corpo, dicono una Verità su di noi che non può e non deve essere ignorata. Certamente il genere sessuale viene costruito culturalmente e socialmente, ma sempre a partire da un dato di realtà, non a prescindere da esso.

E quel dato di realtà è il nostro corpo sessuato. La nostra Carne. Siamo noi.

Perché noi non siamo puro spirito. Noi siamo anche corpo. Il nostro corpo, unico e irripetibile come unici e irripetibili saremo noi in tutta la storia dell’umanità. Il corpo dice chi siamo. Soprattutto se si è cristiani, seguaci di Colui che si è fatto Carne, e che quella Carne l’ha fatta risorgere, non possiamo ignorarlo. Il cristianesimo è l’unica religione al mondo che ha esaltato la Carne umana, rendendola “capace di Dio”.

Quel corpo sessuato, il nostro Corpo, parla chiaramente: due persone dello stesso sesso non sono fatte per avere rapporti sessuali tra di loro. E non per accidente, come nel caso di chi nasce con una malformazione, ma per natura. Nel caso del sesso anale questo è particolarmente evidente (chiunque sia a praticarlo, maschi o femmine). E la De Mari, da medico, ha soltanto spiegato bene perché, rivendicando il proprio diritto di cittadina e professionista a dirlo ai propri pazienti, per il loro bene e la loro salute (e visto che formalmente questo resta ancora uno Stato democratico, io difenderò sempre il suo diritto di farlo).

Ovviamente questo non vuol dire emettere un giudizio di valore su chi fa del suo corpo (e quindi di sé stesso) un uso diverso da quello fisiologico. Al massimo potrei giudicare me stesso per averlo fatto innumerevoli volte. So che si può arrivare a trovarlo piacevole, so che c’è chi lo fa desiderando amare in buona fede, e so che uno Stato che metta in galera qualcuno per questo motivo non è uno stato civile. Ma tutto ciò non toglie l’evidenza biologica: il corpo non è concepito per questo.

Ecco, finora vi ho detto cosa mi è piaciuto di questo intervento.

Ora vi dico cosa non mi è piaciuto.

Non mi è piaciuto il fatto che non si sia andati oltre. Badate che per me “oltre” vuol dire “più a fondo”, e non “al di sopra”. È bene parlare della Verità scritta nella nostra Carne. Tuttavia fermarsi lì vuol dire restare a un livello superficiale. La domanda che dovrebbe seguire dopo un’analisi come quella della De Mari è: se il corpo non è fatto per questo, perché qualcuno desidera andare contro ciò per cui è fatto il proprio corpo?

Chiunque si ponga questa domanda sta compiendo un atto di amore grandissimo, perché sceglie di entrare in una situazione che è molto più complessa di una sua manifestazione superficiale, per quanto terribile e pericolosa, come il sesso anale. Perché chi si pone la domanda, chi cerca la Verità, c’è anche speranza che quella Verità la trovi, e che possa dare una risposta a chi da troppo tempo sente che della propria situazione, del proprio dolore, non interessa niente a nessuno.

Infatti a questa   domanda in troppi oggi non vogliono rispondere, dentro e fuori la Chiesa. Chi perché conosce la risposta e non vuole si sappia (pena, la messa in discussione di se stesso), e chi perché se ne disinteressa (pena, l’essere coinvolto in fastidi che crede, stupidamente, non lo riguardino).

E in quest’ottica, un intervento come quello della De Mari, se non viene approfondito, può risultare equivoco e creare nemici dove non ce ne sono. Oltre a fare soffrire inutilmente tanti che nemici non sono mai stati.

Ormai è più di un anno che appartengo a un movimento trasversale fatto da migliaia di persone che lottano per difendere la verità sull’essere umano, e ancora troppo spesso mi accorgo di questo: ci si preoccupa di tutti, delle famiglie, dei bambini, delle donne… Ma a nessuno interessa davvero chi si trova a combattere contro di noi perché è confuso e avrebbe solo bisogno di essere aiutato a capire: le persone che questo dramma lo vivono, l’attrazione per il proprio sesso.

Diciamo la verità: in fondo di omosessualità è sempre meglio non parlare. Combattiamo contro leggi che riguardano gli omosessuali, ma degli omosessuali non ci preoccupiamo mai, se non per denunciare ciò che non va nello stile di vita di quella minoranza che si è accaparrata il diritto di parlare a nome di tutti. E così non facciamo altro che allargare la ferita, il dolore che è alla base della storia di ogni persona con tendenze omosessuali e sul quale i movimenti gay hanno costruito un idolo: il rifiuto.

Il rifiuto del padre, il rifiuto della madre, il rifiuto dei pari, il rifiuto di sé stessi. Vero o percepito poco conta: ciò che condiziona un bambino ferito non è l’oggettiva traumaticità del fatto che lo ha ferito, ma l’esperienza che lui ne fa. Come lui legge le cose. Se quel bambino resterà inascoltato, se nessuno lo aiuta a capire, allora non crescerà mai. E continuerà a gridare la sua rabbia, diventando una furia devastante e vendicativa, in grado di distruggere tutto ciò che tocca, a partire da sé stesso.

In ogni persona ferita c’è un bambino così.

E ogni persona con attrazione per lo stesso sesso è una persona ferita.

Come tutti, direte voi. Esatto, come tutti. Per questo chi si disinteressa di chi prova attrazione per lo stesso sesso, in fondo si sta disinteressando di chi prova dolore in senso generale. E quindi forse anche di se stesso.

È sbagliato assolutizzare un dolore piuttosto che un altro. Io l’ho sempre detto. E lo dico conoscendo che dolore sia: la sensazione di non essere mai all’altezza della propria idea di uomo (o di donna). Tutti sono più forti, più belli, più socievoli, più intelligenti, più alti, più… tutto! E tu sembri sempre sbagliato, fuori posto, incompleto.

È brutto, certo. Ma chi non lo ha vissuto? Per questo non si può e non si deve credere o pretendere di aver sofferto più di altri, giudicando le sofferenze altrui di cui non sappiamo nulla. Tuttavia ignorare quel dolore e altrettanto sbagliato e inutile. È come sbattere una porta in faccia ancora una volta, per l’ennesima volta a quel bambino che piange e grida in attesa che qualcuno si accorga di lui e lo consoli.

Abbiamo continuato a vedere solo nemici, dall’altra parte della barricata, e il nostro sguardo li ha resi sempre più tali. Dimenticando che solo quando uno si sente guardato per il bene che è in lui e che non sa di possedere, egli inizia a diventare quel bene. Quando smettiamo di guardare uno come nemico, gli diamo una possibilità di riscatto.

È difficile, lo so. A volte anche per me. Ma dobbiamo provarci.

Inoltre oggi questa è una questione che riguarda la totalità delle persone e non solo chi ha attrazione per lo stesso sesso. Viviamo in una società ferita e fragile, della cui fragilità l’omosessualità è solo un sintomo. Uno fra mille altri molto più diffusi, a partire dall’instabilità affettiva (per continuare con la dipendenza dalla masturbazione, dalla pornografia, dal sesso compulsivo ecc). Molti che additano gli omosessuali come perversi, non si preoccupano di soffermarsi sui propri comportamenti disordinati, solo perché più culturalmente accettati (talora anche in confessionale, in aperto contrasto con ciò che il Vangelo ha sempre insegnato). E questa idiosincrasia è una cosa di cui veniamo facilmente accusati anche da i nostri detrattori nel mondo gay e sulla quale varrebbe la pena di riflettere.

Non si tratta di buonismo, né di rinunciare alla Verità, ma di porre la questione in altri termini, come il messaggio del mio amico ha giustamente messo in evidenza: si tratta del rapporto fra Verità e Amore.

Dice lui: “una dose di verità va accompagnata anche da un atto d'amore”. Lo dice e ha ragione. Non può esserci amore senza verità, perché esso è buonismo e conduce alla morte. Se non ti dico che ti stai facendo del male non ti amo.

Ma anche la verità senza amore uccide. Essa diventa Legge, e la Legge non salva. Se ti dico solo che sbagli, ma poi non ti dimostro che il mio amore resta nonostante lo sbaglio… allora, di nuovo non ti sto amando.

Per questo sono felice che la De Mari abbia detto ciò che ha detto. Perché che il sesso anale faccia male è vero. Ciò che chiedo però (e non alla De Mari, che so che nel suo lavoro lo fa già) è che qualcuno non si preoccupi solo dell’ano di chi ha attrazione per lo stesso sesso, ma anche del suo cuore ferito.

Perché sanando quel cuore, quello vero, quello che sanguina, il resto del corpo lo seguirà. Compreso l’ano.

E scusatemi se sono crudo. Come la Carne.

martedì 31 gennaio 2017

REIETTA E FELICE - Testimonianza di una Donna che ha trovato sé stessa

Pubblico qui di seguito la storia di Grazia (il nome è di fantasia, la storia no): una donna che dopo molti anni e tanta fatica ha trovato il coraggio di guardare con onestà al suo desiderio omosessuale, per scoprire la donna sepolta dentro di sé. La testimonianza è scritta di suo pugno. Il conflitto con i genitori, l'odio per gli uomini, la passione per le donne, il pregiudizio verso gli psicologi... non ho voluto toccare nulla delle sue parole. Espressioni "colorite" comprese. Conosco personalmente Grazia e la trovo un'anima straordinaria, oltre che una donna giovane dalla travolgente simpatia. Anche se è un po' lunga, confido che amerete anche voi la sua schiettezza, e la sua libertà. Quella di una donna che non ha paura di definirsi "reietta e felice". Perché ogni vita vissuta autenticamente porta in sé un seme di Speranza che vale la pena di essere raccontato.

Salve a tutti, mi presento: sono una reietta e sono felice.
Finalmente sono davvero felice. Nella mia vita non è sempre stato così, a dir la verità. Ho sempre avuto problemi nel percepire l'amore intorno a me. Mi sentivo sola, già dai miei primi ricordi. Non pensavo di essere amata dai miei genitori, e questo dipendeva da tanti fattori, di certo legati al mio carattere, alla mia sensibilità, all'impronta educativa non troppo all'acqua di rose e nel fatto che i miei nonni paterni non perdevano occasione per dirmi che i miei genitori erano, fondamentalmente, due beoti.
Ed io crescevo e mi sentivo sempre come una povera vittima, non amata, non capita, con nonni stronzi (perché diciamocela tutta, un bambino si rende conto che quando i nonni cercano di distruggere la figura dei suoi genitori, qualcosa non va), genitori beoti (perché per quanto avessi capito che i miei nonni erano stronzi, ad ogni litigata in casa, dentro me compariva il pensiero "avevano ragione quegli stronzi dei miei nonni a dire certe cose sui miei”): insomma, tutti contro di me.
Essere vittime, sentirsi vittime, volersi sentire vittime. La verità è che questo ci condiziona poi nelle nostre scelte. Perché ci giustifica, qualsiasi cosa accada, il vittimismo di cui nutriamo i nostri rimorsi e le nostre tristezze, con cui autoalimentiamo le nostre debolezze, ci permette di sentirci, nella nostra esistenza di vittime, perfetti.

E qualsiasi cosa faremo o sceglieremo, non saremo mai costretti a metterci in discussione. Perché se anche fosse sbagliato, non è stata tutta colpa nostra, in fondo. Magari è stata colpa dei nonni stronzi o dei genitori beoti (o così percepiti), se non del ragazzino che ti prendeva in giro perché giocavi a pallone e non con le bambole, oppure delle bambine che in terza elementare ti davano del "mezzo maschio" perché avevi l'astuccio celeste invece che rosa e guardavi Dragonball invece di Barbie Raperonzolo.
Durante l'adolescenza, pur ricercando le prime esperienze affettive con ragazzi, mi sentivo spesso confusa sui miei sentimenti: alcune ragazze che conoscevo, cui mi affezionavo e ammiravo, diventavano il mio punto di riferimento, erano il centro gravitazionale dei miei affetti. Sarò stata mica lesbica?!
Mi ci rompevo il cervello nei dubbi e nelle mie paure, sempre presenti come una spada di Damocle che era lì, appesa sopra di me, pronta a farmi a pezzettini prima o poi.
E infatti, la resa dei conti arrivò. Conobbi una ragazza più grande di me di nove anni, e fu il mio primo grande amore. Sì, esatto, parlo proprio di amore. Amore che sentivo vero, sconfinato, immenso, irrinunciabile. Avrei fatto di tutto per lei, volevo solo lei e desideravo solo lei.

Due anni dopo le cose finirono male, in un mare di sofferenza, perché le nostre strade divennero inconciliabili. Lei stava per sposarsi, e nonostante per due anni avessi acconsentito ad essere un'amante (ad accontentarmi delle sue briciole, pur di stare insieme), era giunto il momento di voltare pagina.
Passò un anno, ed ecco per me la prima storia seria con un ragazzo, il primo confronto serio anche su un piano della sessualità. Era una storia seria sul serio eh, mica chiacchiere... si parlava di progetti, di speranze future, di impegni l'uno verso l'altra. Purtroppo però anche questa storia finì male. Caratteri inconciliabili, testardi, ed entrambi con le nostre ferite passate, lasciate aperte, irrisolte. Io iniziavo sempre più a detestare i maschi, a pensare che fossero tutti uguali. Arrivammo spesso agli insulti, e non solo… tenerezza maschile un cavolo!
Mi convincevo che maschi pensassero solo al sesso, che di noi non gliene fregasse un cavolo realmente, che ci avrebbero potuto amare solo in funzione di quello. E finì male davvero quella storia, ma in un modo più veloce rispetto a quanto non sarebbe accaduto (perché prima o poi sarebbe accaduto). Finì male perché io incontrai un'altra Lei.
Che bella. Una bellezza fulminante. La prima volta che la vidi mi sentii, come posso dire… fu come un pugno in faccia! Avevo vent’anni, insomma, va bene gli errori dell'adolescenza, ma se a vent’anni pensi di una tipa delle cose così, a prima vista… oh, ma sarò mica lesbica?
Lei era tutto quello che io non ero. Femminile, davvero tremendamente femminile, ma di una femminilità graffiante, dove non mancavano note di un carattere determinato che spesso usciva senza potersi arrestare, un fiume in piena. Era sensuale, corpo perfetto, mai capace di fermarsi, sempre di corsa in mille attività, lanciata costantemente su mille interessi. Lavoravamo insieme, e tutti i maschi dell'ufficio non perdevano occasione per provarci, occhiatine, battutine, bocca spalancata con bavetta alla Homer Simpson... eppure mi notò.
Io, in effetti, ho fatto di tutto per farmi notare. E più le stavo accanto e più quel rapporto, nato come una "semplice" amicizia (così volevo convincermi) diventava più profondo. Ero innamorata persa, totalmente rimbambita di lei e la sognavo persino la notte. Piccolo problema: era fidanzata con un ragazzo. Eh no, ancora? Mi tocca fare l'amante ancora? Tuttavia, anche lì, il pensiero di poter essere "l'alternativa", il "passatempo", non bastava a fermarmi: volevo solo lei, e dalle briciole avrei fatto di tutto per risalire e farla mia in qualche modo.
Il dolore. Ecco se ripenso a lei cosa ritrovo. Il dolore. Ma che razza di amore era quello? Ma come mi veniva in mente? Quale razza di egoismo chiamavo amore? Credo di averla fatta soffrire tanto (perché ad ogni modo mi voleva bene), così come lei mi ha fatto soffrire, certo. L'avevo messa davanti alla scelta, una volta che ero certa che ormai fossimo legate: me o lui. Cavolo, quella storia l'ho voluta a tutti i costi, non avevo intenzione di perderla, doveva essere mia. E quei maledetti maschi, tutti uguali e tutti incapaci di tenere a bada il pisello, non la meritavano una bellezza simile.

Eravamo una coppia in fondo. Io iniziai a fare coming out in tutti i modi più espliciti. Se gli amici mi chiedevano, dicevo che lei era la mia ragazza, andavo nei locali gay con altri amici gay, facevamo uscite a coppie (rigorosamente di gay): stavamo insieme a tutti gli effetti, porca vacca, perché non poteva funzionare?
Una sera, l'ultima sera in cui ci vedemmo e lei mi disse "addio", mi spiegò che non se la sentiva di mollare la sua vita per stare con me. Che sì, mi amava, ma che a lei “piacevano gli uomini”. Che non capiva come però, ogni volta che mi rivedeva, potesse perdere la testa e desiderare me, che ero una donna. E poi aggiunse "Mi sono innamorata di te. Ho amato non solo la tua parte femminile, ma anche e soprattutto la tua parte maschile".

La mia parte maschile? Ho pensato "questa è pazza".

Poi ho capito. Non ci voleva molto in effetti per capire: se mi guardavo allo specchio vedevo una ragazza solo perché sapevo di esserlo, seppur null'altro lo faceva trasparire: vestiti maschili (andavo a comprare i vestiti spesso nei reparti maschili), capelli corti e alzati col gel, braccialetti di cuoio, scarpe da ginnastica, trucco manco se mi sparavi, modi da scaricatore di porto, camminata a gambe larghe.

Ero una stupida caricatura. Una caricatura di un uomo, proprio di quegli uomini che detestavo con tutta me stessa, con cui non sapevo confrontarmi. Per quanto potessi ignorarlo e convincermi che tutto andasse bene, che semplicemente “io ero fatta così”, la verità era che la mia femminilità la stavo prendendo a martellate. La stavo frantumando.

Lo capii, ma era troppo per me mettere in discussione di nuovo tutta la mia vita, la mia identità, le mie poche certezze che avevo così faticosamente costruito. E poi c'erano tutti i miei amici gay che, caspita, erano così fighi … e così tosti!!!! Erano vittime e stavano lottando per essere riconosciuti e non più perseguitati dall'"omofobia". Era bello poter dire "io sono dei vostri", riconoscersi in un gruppo e non sentirsi più fuori posto in questo mondo.
Comunque, io e lei ci lasciammo, alla fine. Non riuscivo proprio a smettere di pensarla, ad accettare che avevo perso, e lei aveva scelto uno stupido e qualsiasi uomo. Non riuscivo a scordarla, e per me, perderla, significava aver perso tutto quello che non trovavo in me.
Passarono due anni, lunghi, molto lunghi, così tanto che io li chiamo “i miei due anni luce”. Due anni in cui cercai di fare silenzio nella mia vita. Volevo capire, avevo bisogno di capire. Volevo deporre la mia rabbia, il mio costante pensiero di essere una vittima. Non mi bastava riconoscermi in quelle etichette. Ok, figo essere gay, libera, non dovermi nascondere da nessuno (compresi i miei che ovviamente avevano capito e erano palesemente contrari alla cosa, ma non me ne fregava un tubo della loro approvazione, o di mettermi in contrasto, e manco della loro opinione).
Figo, sì. Ma non mi bastava. Doveva esserci di più. Perché dovevo accontentarmi di quella parola, "GAY", appioppata sopra la mia capoccia? Perché non riuscivo a comprendere la mia femminilità, a gestirla, ad amarla? Perché questa femminilità così sfuggente la andavo sempre a cercare in qualcun altra?
Decisi quindi di accettare il consiglio di un caro amico e di andare da uno psicoterapeuta, e non dopo pochi ripensamenti.
Punto n.1: io non ero malata. Caspita, dallo psicoterapeuta ci vanno i matti, gli schizofrenici, quelli con disturbi post traumatici, i bipolari, quelli che vanno riabilitati perché socialmente pericolosi, quelli che quando camminano contano le mattonelle, che parlano con il koala immaginario sul comodino o che chiacchierano con la Madonna della partita, insomma. No una persona gay! Mica è una malattia! Quindi, che cavolo dovevo andarci a fare da uno psicoterapeuta?
Punto n.2: posto che ci vado, cosa mi fa? Mi lega alla sedia, mi tiene le palpebre aperte come su Arancia Meccanica e mi fa vedere filmati di propaganda etero? Con immagini di gay al rogo, dicendomi "se continui così finirai male!", o con proiezioni di scritte subliminali tra le immagini, tipo: "il sesso giusto è solo maschio-femmina"?
Oppure mi ipnotizza e mi convince che gli uomini sono meglio delle donne? Che mi fa sto tizio? Come potrebbe mai aiutarmi a rispondere alle mie domande?
Alla fine, tira e molla con i miei mille pensieri, dissi "Vabbè, andiamo. Al massimo me ne vado".
Già il nome "terapia riparativa" non mi diceva nulla di positivo … e mi dava pure un po’ sui nervi, se devo essere sincera. Anche se guardandomi bene, qualcosa da riparare c'era: la mia anima ferita.
E quindi, la mia “terapia ripartiva” volete sapere qual è stata?
Il dottore mi disse semplicemente che nessuno nasce gay o etero, che siamo frutto di quello che viviamo. E fino a qui, pensai “ottimo, anche stavolta ho perso un’ottima occasione per rimanere a farmi gli affari miei”. Voglio dire, non mi serviva di certo andare dallo psicoterapeuta per capire una cosa del genere, bastava leggersi diversi studi di biologia e psichiatria, con le posizioni delle neuroscienze, per non parlare di tutto l'ambito medico che si è espresso sulla plasticità del cervello. Ed io, di quella roba lì, avevo già letto almeno un milione di articoli.
Ma andiamo avanti.
Mi ha fatto fare una serie di test, tipo Minnesota e altri test standard (quelli che si fanno anche nei concorsi pubblici per intenderci), niente “domande strane” o somministrazioni di test a trabocchetto da compilare in valsi col sangue del pollice. Quindi, persone che come me temevano strane iniziazioni con piume appiccicate in testa, o unzioni con medicamenti miracolosi, sbandieramenti di crocifissi, benedizioni ed esorcismi al grido di "esci da questo corpo spirito gay!", rimarrebbero molto deluse.
Alla fine mi ha fatto raccontare la mia storia, prendendo appunti di tanto in tanto, senza dare nessun tipo di giudizio, senza accennare al giusto o allo sbagliato, al bene e al male. Era in silenzio, mi ascoltava e basta.
Dopodiché ci siamo salutati in attesa che potesse, alla luce di tutto quanto raccolto, operare la sua sintesi clinica.
Per farla breve, la faccenda si concluse così: mi spiegò il perché io provassi attrazione per le ragazze. Perché odiassi gli uomini, e sfregiassi la mia femminilità. Non mi ha IN ALCUN MODO cercato di convincere sul "etero è giusto, etero è meglio, così finisci male". Mi ha solo detto il PERCHÉ (con un lumen di tipo psicologico, vagliando gli episodi della mia vita) io provassi certe emozioni e mi sentissi così.
Ecco a voi signori la mia “terapia ripartiva” da parte dello psicoterapeuta. La parte difficile veniva per me: confrontarmi con la verità oggettiva, fuori dal mio punto di vista. La vera attività di “riparazione” dell’anima doveva venire dalla mia volontà.
Iniziai quindi a rileggere ogni mia esperienza alla luce di quanto il doc. aveva spiegato sulla mia vita. "Allora ecco perché quella volta mi sono sentita così! Ecco come mai quando mi succede questo mi viene da pensare così", ecc. ecc.
E soprattutto compresi, riflettendo, che le differenze tra donne e uomini ci sono e sono innegabili. Che la natura delle cose gira come è stata costruita, con un senso, dove la necessità della complementarietà del maschile e femminile è innegabile. E questo per esempio lo vedevo proprio in me, che non potevo essere un uomo e odiavo i maschi, ma mi atteggiavo come una copia (anche piuttosto grottesca) di loro.
Iniziai a voler riscoprire la mia femminilità, fu un processo lungo, ma più questa emergeva nuovamente e più ne sentivo il bisogno.
Tuttavia mi chiedevo costantemente: "come mai sono arrivata ad amarle quelle ragazze?". Un conto è attrazione, infatuazione, e qualsiasialtracosa-zione...ma innamorarsi, perdutamente, porca miseria, è un'altra cosa!
La risposta ce l'avevo sotto gli occhi tutti i giorni, e finalmente, dopo del tempo, capii: in ognuno di noi c'é la grande motivazione per cui esistiamo, la sola grande e vera predisposizione per cui nasciamo... AMARE.
Ma ci sono modi e modi di amare. Modi più giusti rispetto a quell'Amore per cui siamo stati creati, e modi più lontani. Io le amavo quelle ragazze, ma in funzione mia. In funzione del mio egoismo scriteriato (altra forma di “amore”, ben distante da quello per cui siamo nati).
Io sono una donna, e questo non è riconsiderabile né si può dire il contrario. Io sono una donna e sono nata per un Amore più grande del mio piccolo egoismo e del mio bisogno. Non metto in dubbio e non posso mettere in dubbio che io abbia amato quelle ragazze (perché Dio solo sa quanto le ho amate, a modo mio, certo, e purtroppo sbagliando, ma era il solo modo che conoscevo), eppure, io non sono nata per questo.
Qualche mese più tardi arrivò LUI.
Il che mi sconvolgeva, e nemmeno poco. Un uomo ed io? No, no, non poteva andare. In più, un uomo anche figo, che figuriamoci se poteva interessarsi ad una come me... ci doveva essere la fregatura. Magari era un pluriomicida, o un evaso da qualche istituto mentale. O nella migliore delle ipotesi era un semplice "amatore seriale”, ecco perché faceva tutto il simpaticone. Gli uomini sensibili, carini e coccolosi sono una figura così mitologica, che è più plausibile incontrare la fatina dei denti mentre ti lascia il soldino sotto il bicchiere.
È andata a finire che avevo torto. Avevo torto e di brutto. È andata a finire che mi sono innamorata di quel Tipo, e dovetti constatare, con mia gioia e sorpresa, che non era né un pluriomicida, né un ex internato e manco aveva intenzione di portare a letto l'ennesima conquista. Ho scoperto che era simpatico, che come mi fa ridere lui nessuno ci riesce (e nemmeno a farmi incavolare così tanto a dir la verità: siamo complementari, anche per questo!), che era sensibile spesso anche più di me, che era davvero coccoloso, e che mi amava e mi avrebbe amata, così come ero, senza scappare davanti al macigno che mi portavo dietro, restandomi accanto.
È andata a finire che quel Tipo me lo sono sposata, che ho scoperto di poter amare in un modo che mai avrei immaginato, dove "pretendere e prendersi" non porta a nulla, dove conta solo darsi, dove spesso anche il dolore scandisce i giorni, perché Amore è anche dolore, sacrifici, paure e tanta fiducia. Ma sono felice. Lo Amo, e ho imparato ad accettarmi, a sentirmi di nuovo donna, a capire chi fossi come donna e quale fosse il mio posto a questo mondo.
È andata a finire che aspettiamo una bambina, e non tornerei mai indietro, che nonostante le mille difficoltà che il matrimonio, la gravidanza, la vita di coppia nella sua "diversità" comportano, io sono felice.

La mia storia è per raccontarvi solo la mia esperienza (la mia personalissima esperienza), non voglio dire cosa è giusto e sbagliato fare.
Però pretendo il diritto di poter dire la mia, in qualità di persona che ha vissuto qualcosa di diverso da quello che si sente in giro.
Pretendo il diritto, per le persone che come me volevano cercare una risposta, che sentivano l'esigenza di un'alternativa, di poter ricorrere alle cosiddette “terapie riparative”, senza che le stesse vengano messe al bando dalle lobby.
Voglio il sacrosanto diritto di urlare che io esisto, e che sono la dimostrazione vivente che si può cambiare, e che il cambiamento avviene solo quando lo si cerca e perché lo si vuole. Perché si sente che quella vita non ci basta. Possibile che questo diritto vada cancellato? Non ho mai sentito di imposizione di “terapie riparative” nelle scuole, mentre ho sentito più volte l’imposizione dell’ideologia gender nelle stesse. Io pretendo il diritto di poter liberamente accedere alle terapie riparative per chiunque VOGLIA farlo.
Voglio poter chiedere alle persone che non hanno mai avuto esperienze omosessuali, che non hanno la minima idea di come sia l'ambiente gay vissuto in prima persona, di fare un bell'atto di umiltà e non parlare a vanvera, soprattutto autonominandosi dottori in cose di cui spesso non sanno nulla.  Rimanete in silenzio piuttosto che accodarvi al pensiero delle associazioni LGBT, che non vi riguarda e di cui non vi sentite nemmeno troppo toccati, in realtà. Perché la paura vera è quella di essere tacciati di “bigottismo” ed è sempre dietro l’angolo. Non ergetevi a paladini di non si sa che cosa. Rispettateci.
Voglio poter dire la mia, voglio poter dire che l'unico Amore di coppia per cui siamo nati è quello uomo-donna, e che la gioia e la profondità che tale Amore può dare, non è descrivibile.
Voglio poter raccontare la mia storia senza essere censurata: noi esistiamo e facciamo paura alle associazioni LGBT, che NON rappresentano il pensiero di tutti gli omosessuali, ma solo di una ristretta minoranza, dotata però di forte eco mediatica e visibilità.
Voglio potermi rivolgere ai miei fratelli, amici che vivono quello che anche io ho vissuto. Amici, che avete attrazione per persone del vostro stesso sesso, e che amate persone del vostro stesso sesso, vorrei chiedervi se davvero vi piace l'idea che la frangia più esaltata ed estremista degli omosessuali, aneli all'imposizione di etichette anche sulle vostre vite. Voglio chiedervi se vi sembra giusto ed appagante il fatto che verrete sempre considerati in primis "meritevoli di tutela in quanto gay" e non in quanto persone.
Voglio poter gridare che la mia "omofobia" (perché sì, mi hanno anche dato dell'omofoba, i benpensanti) attiene alla paura della standardizzazione del pensiero, del non poter permettere ad altri di dire la propria, se non allineati al politicamente corretto e alle idee delle associazioni LGBT. La mia vera fobia riguarda la censura legalizzata, che ti accusa di spargere odio e discriminazione solo perché si pensa qualcosa di diverso, anche semplicemente raccontando la propria esperienza personale.
Vorrei poter dire che mi sembra assurdo ascoltare alcune parole da parte di persone omosessuali, tipo: "quando sento parlare di famiglia naturale vorrei prendere un kalashnikov e sparare in piazza". Per poi tacciare di violenza, bigottismo e discriminazione l'esposizione di un differente pensiero.
Voglio poter dire che due più due fa quattro e che da due uomini e due donne la vita non può nascere.
Una mia cara amica (“attivista gay e fieramente gay”, come si è spesso definita, cui ho voluto e bene e cui continuo a voler bene da lontano, purtroppo), non mi rivolge più la parola da anni.
Mi chiamava sorella. E poi, mi ha chiamata "reietta".

Si, amica mia, sono una reietta, e sono felice. Davvero felice.

lunedì 16 gennaio 2017

LE FERITE E IL TERRENO DELL'ANIMA



Le ferite dell’anima: abbiamo passato una vita a cercarle, stanarle, odiarle. Quando non siamo vissuti nella totale inconsapevolezza della loro esistenza. Allora permettevano che esse condizionassero la nostra vita portandoci a meccanismi automatici di cui eravamo all’oscuro.

Poi una volta compreso il loro potere devastante, siamo diventati delle furie, per quel male innocente di cui eravamo stati vittime e di cui non avevamo colpa. E in questo modo continuavamo a dare potere a quel male che le aveva generate.

Lo abbiamo odiato quel male: il Nemico. Abbiamo odiato chi ha segnato la nostra anima, tracciando in noi un solco indelebile quando eravamo deboli, indifesi, talora troppo piccoli persino per ricordare. E quando ci siamo resi conto di quanto le ferite ci condizionassero, l’ansia di non riuscire più a ricordarle tutte ci ha terrorizzato. Abbiamo temuto che per questo esse avrebbero continuato a renderci schiavi. Senza possibilità di salvezza.

Ma non avevamo considerato qualcosa. E nemmeno lui, il Nemico.

Il Male infatti è astuto, ma non è sapiente. Chi è astuto guarda al momento, al qui e ora, ad arraffare ciò che può senza preoccuparsi delle conseguenze, né vedere in prospettiva. Ma chi è Sapiente sa vedere oltre, lontano.

E sa attendere.

Il Sapiente sa che là dove c’è un solco profondo, un domani qualcosa di buono può essere seminato. 

E così, mentre un Oscuro Signore, all’alba della nostra vita, ci colpiva nel sonno dell’esistenza, ancora incoscienti, di modo che, quando ci fossimo svegliati, credessimo di essere sempre stati segnati così, un Signore molto più grande e potente lo seguiva a distanza e in ognuno di quei solchi tracciati nella nostra anima, seminava la sua Grazia, piangendo per il male che ci era stato fatto e riversando il suo amore. 

Senza saperlo, mentre il Nemico cercava di violarci, in realtà stava facendo posto dentro di noi.

Quel Signore, il Sapiente, il Signore del Campo, sapeva che a tempo debito da ognuna di quelle ferite quel seme di amore sarebbe germogliato. E quel germoglio avrebbe affondato le radici in modo molto più saldo, quanto più la ferita in cui era nato fosse stata profonda. 

Come infatti il terreno ha bisogno di essere dissodato prima di essere seminato, per portare frutto e perché quel frutto rimanga, così la nostra anima ha bisogno di fare spazio per accogliere tutta la potenza dell’amore di Dio. 

Se solo ce ne fossimo resi conto prima! Se solo avessimo capito prima che nel segreto non agiva solo il Male con i suoi solchi profondi e dolorosi! Nel segreto c’erano molti più semi di Bene piantati, molti dei quali, come per le ferite, non riusciremo nemmeno a vedere, eppure porteranno frutto lo stesso. 

Noi siamo il campo ferito.
Noi siamo il campo dissodato. Con dolore, con fatica certo. Forse con rabbia.
Eppure porteremo frutto lo stesso. Perché il proprietario di quel campo non è l’Oscuro Signore, ma qualcuno che il campo della nostra anima lo ama più di sé stesso.

Egli ha seminato la sua Luce nel profondo delle nostre Tenebre. Lo ha già fatto. Molto tempo fa. Perché nulla andasse perduto. Nemmeno quel dolore che lui non voleva per noi, ma che qualcuno ci ha inferto a tradimento.

Allora non sarà più importante ricordare o scovare ogni ferita. L’importante sarà innaffiare tutto il campo, prendersi cura di tutto ciò che siamo. Perché tutto germogli, anche dove non siamo in grado di vedere o di ricordare. Nella fiducia che in tutto ciò che siamo, Dio ha nascosto il suo seme di Vita.

A noi sta innaffiare il terreno con fiducia. Tutto.
Anche dove ci sembra che non valga la pena.


A chi crede e a chi ancora no, non smettete di cercare la Speranza.
Voi siete meravigliosi.

lunedì 2 gennaio 2017

"GIORNI DI UN FUTURO PASSATO", da LincMagazine, Dicembre 2015

Un anno fa si è conclusa la mia collaborazione con Manpower Group, azienda con la quale ho avuto modo di lavorre con gioia, e con la loro rivista Linc Magazine, per la quale tenevo la rubrica di storie di speranza sul mondo del lavoro "Io sto con Giorgio!". Questo fu l'ultimo articolo, in chiusura 2015 e in chiusura di un evento come EXPO, diventato famoso più per le polemiche che per le prospettive che si riprometteva di aprire. A un anno da allora, l'augurio che contiene mi sembra ancora attuale e valido per questo 2017. Il futuro che ci aspetta infatti affonda le radici nel nostro passato. Che le vostre radici siano sempre salde e profonde per permettere alle vostre fronde di stendersi lontano. 
***
La storia che vi racconto oggi è avvenuta un anno fa, durante uno dei miei soliti incontri casuali-volontari, e già allora mi colpì parecchio.

Mi trovavo sulla navetta per l’aeroporto di Linate e avevo appena ricevuto le bozze definitive della copertina del mio romanzo, Io sto con Marta!. Preso dall’entusiasmo, e un po’ dalla preoccupazione, senza pensarci su (difetto che ho spesso, quando parlo) mi voltai verso la mia vicina di sedile, una donna giovane, con un bimbo in braccio e brandendo il mio cellulare a un centimetro dal suo naso le chiesi: “Lei lo comprerebbe un libro con questa copertina?”

La malcapitata, pur stringendo un pelo più a sé il bambino, per fortuna ebbe la gentilezza di non alzarsi e scappare a gambe levate e mi rispose, dopo averci pensato un po’ su, che sì, le piaceva e l’avrebbe comprato.

Poco da dire: dopo un secondo ci stavamo raccontando le rispettive vite. E sentite cosa scoprii: la ragazza stava fuggendo dalla Germania per tornare nella sua terra, la Puglia. Tranquilli, niente che evocasse scenari da Seconda Guerra Mondiale.

Però no, non avete capito male: un’italiana, per di più meridionale, stava fuggendo dall’economia più florida del vecchio continente (o almeno così si dice) per tornarsene nella profonda terronia (sono terrone anche io, mi è concesso chiamarla così!).

Con il marito avevano deciso di sfruttare un’occasione propizia e aprirsi un negozio a Berlino un anno prima. E come lo avevano aperto, ora lo stavano chiudendo in tutta fretta per tornare a gestire quello di famiglia nel loro paese.

Perché, direte voi? È quello che le ho chiesto anch'io.

Semplice: quella non era l’Italia. La cultura, il tempo, il modo di stare assieme… tutto era diverso. E tutto questo non valeva i vantaggi economici e gli sgravi fiscali. Loro non volevano un futuro lì. Certamente lei e il marito erano più fortunati di altri ad avere una vera opportunità di scelta, ciononostante questa storia non mi ha lasciato indifferente. Il motivo per cui ve la ripropongo oggi, dopo un anno, è proprio legato al futuro che vogliamo.

EXPO è finita da poco: le code, i disagi e le polemiche sono a un tratto alle nostre spalle, insieme agli spettacoli, agli sponsor, alle luci e i giochi d’acqua e al sogno di un mondo che dia “energia per la vita”.

E adesso? Qual è il futuro che ci aspetta? Cosa resterà di questa immensa vetrina mondiale?

Se una cosa da questo evento ho imparato è che il nostro pianeta è composto di una varietà infinita di risorse naturali e culturali che vanno rispettate e preservate, poiché dalla diversità nasce la ricchezza. In tutti i sensi possibili.

Se però a questa diversità volteremo le spalle, forzati dalle circostanze a un’omologazione economica quanto culturale, saremo come alberi che protesi verso un corso d’acqua  finiscono sradicati dal terreno buono nel quale sono cresciuti, rischiando di morire.

Ecco, io credo che la storia della mia malcapitata compagna di viaggio ricordi a tutti proprio questo: le nostre radici ci dicono chi siamo, e senza di esse non possiamo vivere. E i Pugliesi, con i loro olivi secolari, lo sanno bene.

Se una speranza deve lasciarci EXPO è che nel futuro ognuno di noi possa “nutrire il pianeta”, dal piccolo frammento che ne occupa, in cui è nato è cresciuto, lì dove affondano le sue radici. Che chi parte, lo faccia perché vuole, come è capitato a me, e non perché deve. Che più che a una pianta che si sradica, sia simile a un rampicante, che arriva lontano continuando a nutrirsi della terra che lo ha generato. E che il lavoro, come l’economia, tornino a essere “energia per la vita” delle persone, e non la vita delle persone energia (o combustibile) per il lavoro.

Natale è vicino e a tutti è concessa una preghiera. La mia per voi, per noi tutti, sarà questa: che il nostro futuro non rinneghi il nostro passato.

A tutti, chi ce l’ha e chi ancora no,

Buon Lavoro!

venerdì 30 dicembre 2016

PRIDE - L'ORGOGLIO DI NON TACERE, da Pride del 27 Dicembre 2015

Ai tempi pensai che avrebbero cercato di manipolarmi, farmi risultare come pazzo. Poi ho deciso di raccogliere l'invito e fidarmi. Devo ammetterlo, fino all'ultimo non ci avevo creduto: la maggiore rivista gay italiana che mi chiedeva un'intervista. Tanto di cappello: hanno rispettato le condizioni, nemmeno una parola è stata modificata delle mie risposte e mi hanno dato uno spazio che forse nemmeno Avvenire mi avrebbe concesso (certo, il titolo "L'omofobia dentro" tradiva cosa pensassero di me, ma almeno una soddisfazione dovevo lasciargliela, no?). E' successo un anno e un giorno fa. Oggi, dopo che un mio post  condiviso è stato "silenziato" da FB senza apparenti ragioni (un post di Joseph Marlin in cui si parlava di fattori condizionanti l'omosessualità) ripubblico questa pezzo come esempio di dialogo vero. La dimostrazione che anche con chi si hanno vedute diametralmente opposte, ci si può ascoltare. Anche in una rivista esplicitamente schierata a favore di un certo tipo di pensiero e di mondo, fra modelli seminudi e pubblicità di saune per incontri, può esserci spazio per raccontare la storia di uno scrittore che ama Dio e crede in una promessa grande sulla sua Vita, con tutta la sua miseria.


- di Massimo Basili -
Mi era già capitato di incrociarlo durante il suo abituale giro di jogging per le vie di Milano. Quel pomeriggio della scorsa estate nel quale l’ho fermato per chiedergli quest’intervista, però, non era una data qualunque: l’indomani, 20 giugno, Giorgio Ponte sarebbe partito per Roma dove avrebbe preso parte alla manifestazione “Salviamo i nostri figli” in compagnia di Adinolfi, Miriano, Gandolfini, Pillon e altri noti avversari dei diritti civili.


In quei mesi l’insegnante di religione trentunenne, gay dichiarato, era da poco uscito allo scoperto pubblicamente con articoli e interventi sui media cattolici per ribadire l’esistenza di quegli omosessuali convintamente contrari all’approvazione delle leggi sulle unioni civili e contro l’omotransfobia.

Ringraziandoci per l’opportunità offertagli (conosce Pride ma non l’ha mai letta) Ponte ribadisce che è in assoluto la prima volta che le sue opinioni compaiono su una testata gay, nonostante sia ormai diventato un personaggio conosciuto anche al di fuori dell’ambito cattolico.


Qual è il primo ricordo a proposito delle tue pulsioni omosessuali? Come hanno reagito i componenti della tua famiglia? 
Quando sono nato mio fratello era già troppo grande per legare con me; mio padre lavorava molto e perciò sono state le mie sorelle a crescermi insieme a mia madre. I miei modelli di riferimento erano tutti femminili. Così nell’adolescenza iniziai a sentirmi attratto dagli uomini perché non conoscevo la mascolinità, cosa significasse essere uomo. Quando provai a parlarne a casa, i miei mi rassicurarono e provarono ad aiutarmi per come potevano, ma non avevano gli strumenti per farlo.


Sei mai stato in coppia con un ragazzo? Ti sei innamorato di uomini e donne con la stessa intensità?
L’ultima volta è stato cinque anni fa. Ho sempre cercato una strada che potesse conciliarsi con la mia fede. Ora mi rendo conto che nessun uomo che ho avuto poteva darmi ciò che profondamente desideravo, nonostante le buone intenzioni. Delle ragazze, poi, mi sono innamorato solo un paio di volte quando ero già dichiarato da tempo. A trent’anni ho baciato per la prima volta una donna e ho scoperto che il mio corpo era perfettamente connesso al mio cuore, reagendo completamente come non mi era mai capitato prima. Lei non volle proseguire la storia, per timore, ma quel momento mi ha mostrato la verità su me stesso, quella che nessuno vuole dire: l’omosessualità non è una condizione immutabile.


Che ruolo ha la fede cattolica nella tua vita? E quanto ha influito sulla consapevolezza di essere omosessuale? 
La fede è il dono più grande che mi hanno fatto i miei genitori. Detto ciò l’omosessualità è stato certamente il terreno di discussione sul quale ho lottato più a lungo con Dio: se tu mi ami, perché hai permesso questo? Che senso ha tutto questo dolore? A quindici anni l’incontro con una suora speciale mi fece iniziare un vero cammino di fede e mi donò finalmente degli amici autentici. Lei è stata la prima ad accogliere il mio dolore, a sapere la verità. Fu l’inizio della mia liberazione. Grazie a lei ho scoperto che Dio aveva posto nelle mie mani già tutto quello di cui avevo bisogno per essere felice, dovevo solo smettere di piangermi addosso.


Nella scuola in cui insegni i tuoi colleghi sanno che sei omosessuale? E i tuoi studenti? Ti è mai capitato di parlare dell’argomento in classe?
Al momento sono ancora precario; però sì, i miei ex alunni dell’anno scorso, i colleghi e i genitori sanno e alcuni mi sostengono apertamente. Di omosessualità parlo in classe solo se me lo chiedono i ragazzi, in maniera proporzionata alla loro età. Prima mi interessa smontare un po’ di pregiudizi riguardo alla Chiesa. Dopodiché cerco di dare a loro gli strumenti per farsi una posizione critica su cosa sia l’omosessualità, esponendo loro sia ciò che dice la psicologia ufficiale dopo gli anni ’70, sia la posizione della frangia di Freud e Nicolosi.


Hai mai frequentato qualche associazione gay, locali, saune, discoteche? Hai usato anche qualche app o chat gay? Che opinione hai di queste modalità d’incontro?
Negli anni del nascondimento anche io sono finito a cercare spesso rimorchio nelle chat. Questa è la prima funzione di tutte queste realtà: app, locali, saune, vivono principalmente del bisogno compulsivo di sesso di cui molti omosessuali soffrono. Una piaga che questi luoghi non fanno che alimentare. Oggi se mi capita di finire di nuovo in chat, vuol dire che c’è qualcosa che non va nella mia vita. Di solito si tratta di eventi episodici. Quanto ai locali, ho frequentato solo un pub nei primi due anni in cui stavo a Milano.


Quali aspetti positivi ravvisi nel movimento gay italiano nel suo fronte più politico, e quali aspetti negativi ci trovi?
L’unico merito che riconosco ai movimenti gay è di avere sdoganato il tema e di avere fatto abolire alcune leggi barbariche che rendevano “illegale” anche in occidente l’omosessualità. Detto questo, ritengo che i movimenti gay, come i locali, siano auto ghettizzanti e forniscano un’identità semplicistica (“Sei gay, non ci pensare più”) che impedisce a chi ne fa parte di riconoscersi prima di tutto come uomo, maschio uguale agli altri uomini, alimentando un vittimismo e un senso di inferiorità spesso tipici di chi vive la nostra situazione.


Sei mai stato a un gay pride?
Il concetto stesso di orgoglio gay per me è incomprensibile. Nella vita ciascuno di noi dovrebbe essere orgoglioso solo del bene che fa, quando ha la grazia di farlo. Il resto è solo bisogno di autoaffermazione.

Quale contributo danno alla vita politica e sociale di questo paese, secondo te, le Sentinelle in piedi e le altre associazioni che si oppongono ai diritti delle coppie omosessuali? 
Le Sentinelle e le altre associazioni, in un modo del tutto pacifico, hanno il grande compito di riportare il confronto sul piano della realtà: gli omosessuali sono prima di tutto uomini e donne e questo è ciò che li rende uguali a tutti gli altri uomini e donne. In quanto uomo io ho esattamente gli stessi diritti di ogni altro uomo in questo Stato: posso sposare una donna, non posso sposare un uomo. Se il principio del diritto invece diventa il desiderio, qualcosa di non quantificabile né misurabile e per sua natura mutevole, la deriva possibile è immensa e pericolosissima, poiché il desiderio è autarchico e senza limiti.


Raccontaci la tua esperienza alla manifestazione “Difendiamo i nostri figli”. Hai scritto che non te la sei sentita di parlare dal palco accanto ad Adinolfi, Gandolfini & co.: per quale motivo? Che ruolo pensi abbia avuto quella manifestazione sul dibattito in corso sulle unioni civili?
L’enorme merito del 20 giugno è stato di aver dato voce a una grande fetta di cittadinanza che non è assolutamente a favore di questa visione antropologica per cui maschio è femmina, e quindi padre e madre sono intercambiabili. Due uomini o due donne non sono uguali a un uomo e una donna. E cose diverse devono avere trattamenti diversi. Poiché diverso non vuol dire peggiore. Quanto alla mia possibilità di parlare, era stata solo ipotizzata: l’idea mi spaventava per i tempi ristretti, poiché non ho il dono della sintesi.


Anche se sono lontane dall’essere approvate, perché ti opponi alla legge Scalfarotto contro l’omofobia e al DDL Cirinnà sulle unioni civili? 
In Italia la violenza contro qualsiasi persona viene già punita per legge ed esiste già l’aggravante per futili motivi. Non serve perciò una legge ad hoc. Inoltre la non definizione chiara di cosa sia un atto omofobo rischierebbe a discrezione del giudice di penalizzare anche le semplici dichiarazioni come quella che io sto facendo ora, e questo mina completamente la libertà di stampa e di parola. Così come il DDL Cirinnà: le uniche tre cose cui attualmente non hanno diritto o che non possono tutelare le coppie conviventi, a prescindere dal sesso, sono la pensione di reversibilità, la quota legittima di eredità (20%) e la possibilità di adottare. Ma come ho detto, realtà diverse necessitano di trattamenti diversi. Se sulle prime due si potrebbero fare delle leggi che semplicemente allarghino i possibili destinatari, la terza è per natura peculiarità dell’unione di maschile-femminile, l’unica in grado di generare i figli.


Per quali motivi la stepchild adoption, che permette l’adozione da parte del/la partner del figlio naturale di un uomo gay o di una donna lesbica, sarebbe l’anticamera del cosiddetto “utero in affitto”? Non credi che opporsi a quel dispositivo sarebbe quantomeno crudele verso quei bambini che si vedono privati di un genitore che li alleva e li ama?
Se io avessi un figlio da un precedente matrimonio con una donna non sarebbe necessario che il mio compagno adotti quel bambino perché, dovessi morire, mio figlio avrebbe comunque già sua madre. Il problema quindi sussiste solo se mio figlio non ha la madre, cosa che, tolte le disgrazie accidentali, riguarda chiaramente tutti i figli nati con l’utero in affitto o l’inseminazione artificiale (se l’assenza è del padre). Inoltre il giudice già oggi, nel caso di morte di entrambi i genitori, sceglie come affidatario la persona che ha avuto la maggiore continuità affettiva col bambino, il che può voler dire anche il compagno del padre. Quindi, ancora una volta, la legge non è necessaria.


Non hai mai pensato che, in quanto omosessuale contrario ai diritti dei gay, tu venga in qualche modo strumentalizzato dal movimento contrario a quei diritti?
Chi mi chiama a testimoniare sa che io non dico mai nulla che non pensi davvero, né mi limito nel dire qualcosa solo perché a qualcuno può risultare scomodo. Se poi vogliono strumentalizzarmi, è un rischio che vale la pena di correre. Io desidero solo che le persone siano libere di cercare la propria strada, e per esserlo devono sapere che esistono storie diverse da quelle comunemente raccontate. Perciò chi mi dà spazio per parlare, come voi, è il benvenuto.


Cosa pensi del papato di Francesco, anche rispetto al suo approccio all’omosessualità?
Francesco non sta dicendo nulla di diverso nella sostanza da quello che dicevano i suoi predecessori. Rispetto all’omosessualità applica ciò che il Magistero dice da sempre: l’atto sessuale omosessuale è peccato, non l’omosessualità in sé, poiché ogni persona in quanto figlio di Dio è sempre molto di più del suo peccato, quale che sia.


Raccontaci invece del tuo rapporto con Luca Di Tolve e di cosa pensi delle teorie riparative e delle cure degli omosessuali di Joseph Nicolosi. Credi che il lavoro di Di Tolve permetta davvero di cambiare il proprio orientamento sessuale?
Il seminario di Luca non si prefigge l’obiettivo di fare cambiare l’orientamento. È un’occasione per dare voce al proprio dolore e perdonarlo. È un punto di partenza, poi il cammino ognuno lo prosegue come e se vuole. Quanto a Nicolosi, il benessere dato dalla riparativa sta nel restituire al paziente un rapporto sano con la sua mascolinità e con gli altri uomini, costruendo relazioni di amicizia libere, autentiche e non erotizzate, e spingendolo ad affrontare la proprie paure e insicurezze rispetto alla vita. Il cambiamento è solo una possibile conseguenza di questo percorso, non ciò che ne attesta l’efficacia, né esso è necessario per raggiungere il benessere.


lunedì 26 dicembre 2016

LA CANTILENA - Un racconto per voi

Nel 2011, per il corso di Alta Formazione "Il Piacere della Scrittura", dell'Università Cattolica, mi furono richiesti cinque racconti brevi, dei quali uno sarebbe poi stato pubblicato nell'antologia finale "Chi semina racconta", edita da Vita e Pensiero. Questo è il racconto che fu scelto. In occasione del Natale, lo regalo a voi.




LA CANTILENA - Un racconto di Giorgio Ponte

Abbiamo camminato tanto questa mattina. Non c’è il sole. Sento freddo e l’odore di umido mi invade le narici. Nebbia, o come mi ha detto lei che si chiama.
Siamo state in piedi. Ora da un po’ ci hanno fatto sedere.
Sudore.
È la prima cosa che avverto.
E paura.
Mia madre mi tiene la mano. Sento le sue dita stringersi attorno alle mie.
Ha paura anche lei.
È scomoda la panca. Di legno. Con l’altra mano ne afferro il bordo e sento la pelle grattare.
Le voci mi avvolgono in un guscio ovattato. Mormorano, seguendo gli altoparlanti. La cantilena che ci accompagna da sei giorni, ormai. La cantilena infinita. Quella che ci ha condotto qui.
È una strana parola, cantilena.
Somiglia a catena.
A un tratto mi rendo conto che è proprio questo, questa cantilena. Una catena. Un legame con la speranza. L’ultimo.
Mia madre mi dice di stare tranquilla, di non aver paura. Di affidarmi a Lei.
Ma sono io che vorrei dirle di non aver paura. Perché io sto bene. Sono solo stanca. E non capisco, non capisco proprio perché lei si faccia questo.
Si porta la mia mano alla bocca. Le sue labbra morbide sfiorano le mie dita. Sono umide.
“Non piangere, mamma”.
“Non piango, tesoro. Non piango” la sua voce sorride forzatamente.
Non sa mentire.
Ci spostiamo di nuovo. Per l’ennesima volta. Su e poi giù, in quello che sembra un labirinto di panche.
Accanto a me una donna che parla una lingua dura, fredda. Cantilena anche lei. È grossa. La sua coscia preme forte contro la mia mano, stretta al bordo. Indossa della lana infeltrita, ispida, che mi solletica il dorso.
Anche se non conosco la sua lingua, capisco le sue parole. Sono le stesse per tutti.
Singhiozza. Il suo cuore sciolto in quelle sillabe dure, mi commuove più del pianto di mia madre.
Essere tristi è brutto, ma dover esprimere la propria tristezza con una lingua così cattiva, è peggio. Eppure io la sento, la morbidezza del suo animo. In quel tono piagnucolante e spezzato. In quel timbro grave.
D’istinto abbandono il mio appiglio sicuro e le accarezzo la gamba, sotto la lana dura.
Sorrido voltando appena il capo. Il suo pianto aumenta. Ma la voce mi dice che il suo cuore è più leggero. Ora siamo insieme. Tutto passerà. Passerà presto.
Chissà quale peso porta il suo corpo, quale segno indelebile, forse invisibile. È grassa. Ma non può essere quello. Forse sta morendo. Come molti qui.
Mentre io continuerò a vivere, comunque.
Ci alziamo di nuovo. E stavolta qualcosa cambia. Entriamo. La stretta di mia madre si fa più forte.
Ora ho paura anch’io.
“Tesoro” si è chinata. Il suo respiro familiare mi scivola sul viso, riscaldando la pelle umida. “Tesoro” ripete. “Ora ti lascio a queste signore. Non spaventarti. Fai quello che ti dicono. Fidati”.
Annuisco.
“Io sono qui fuori. Ti aspetto".
Mi bacia sulle guance e mi stringe. Come se non ci dovessimo vedere mai più. Come se non fossimo abituate a quello.
Io, io sì. Ma lei no. Lei non si abituerà mai.
L’abbraccio, forte, cercando di risucchiare attraverso quel contatto il calore del suo corpo.
Quando ci allontaniamo sento il sale pizzicarmi la bocca.
“Vai” mi dice.
Il suo respiro si confonde fra i gemiti che vengono da fuori. A un tratto non la vedo più.
Qualcuno mi prende la mano.
“Vieni Anna” mi dice. “Rivedrai presto la mamma”.
Ho un moto spontaneo di fastidio verso quel tono accondiscendente, quell’espressione infantile. Ma faccio finta di niente, lo ignoro. Come al solito.
Camminiamo poco. L’ambiente e piccolo. Ci sono altoparlanti anche qui che trasmettono la cantilena. Rimbomba metallica sulla pareti, stordendomi. Mi sembra di essere nel bagno di casa. È anche umido allo stesso modo. I miei piedi scivolano un po’ a terra. È bagnato.
Non sono sola. L’odore della gente si è fatto più forte. Il puzzo di sudori estranei si mescola nell’aria pesante e stantia.
Ma qui nessuno parla. Nessuno risponde alla cantilena.
A un tratto la mia accompagnatrice si ferma.
“Bene, Anna” esordisce calma, mentre io tremo. “Dobbiamo toglierti i vestiti” guida la mia mano fino a una superficie fredda, liscia. “Vuoi aiuto?”
Scuoto la testa.
“Va bene. Metti pure tutto qui. Resta con l’intimo. Chiama quando hai finito. Siamo dietro la tenda. Fai presto”.
Avverto uno spostamento d’aria. Fidandomi di quella voce decisa, mi spoglio.
Non so cos’è il pudore. Non l’ho mai vissuto. Eppure in questo momento mi vergogno. Come se potessi avvertire la vergogna degli altri al di là della tenda, filtrare, fino ad attraversarmi la pelle, diventando mia.
Resto ferma, tremando, in mutandine e reggiseno.
Sento gli ultimi residui del calore di mia madre scivolare via attraverso i miei piedi nudi, sulle mattonelle del pavimento.
“Fatto” mormoro.
Di nuovo l’aria si sposta, stavolta la avverto su tutto il corpo.
Diverse mani mi tirano su le braccia. Faccio un po’ fatica a lasciarle fare. Ho freddo.
Mi appoggiano un velo addosso e guidandomi me lo avvolgono stretto intorno, sotto le ascelle. Mi abbassano le braccia per tenerlo fermo.
“Ora togli il resto, Anna”.
Impacciata nei movimenti scosto i capelli e faccio scivolare una mano sulla nuca, contro la pelle già umida, sotto il telo, per sganciare il reggiseno. Quel reggiseno che solo un anno fa mi ero conquistata.
Devo darlo via. Con la stessa incertezza nei movimenti, mi sfilo le mutandine, stringendo le gambe.
“Dai pure a me” dice la donna. “Te li ridarò dopo”.
Ora non ho più niente.
Una mano più morbida delle altre mi guida ferma, ma dolce.
“Di qua, Anna” dice. “Ora siedi. Tra un po’ sarà il tuo turno”.
Mi seggo, di nuovo, stretta nel telo.
Mentre aspetto, istintivamente contraggo gli alluci e intreccio le dita. Quanto durerà ancora?
Accanto a me avverto di nuovo respiri estranei, frammentati. Come i singhiozzi. Sentono freddo anche loro.
Mi concentro sulla cantilena. La cantilena non smette mai. Come un rumore di fondo, una nota costante, rassicurante.
Non tremo più.
Piano, piano le voci di prima chiamano altri nomi.
Veronica.
Anne Marie.
Susan.
Marta.
Solo donne. Siamo tutte femmine qui.
Ad ogni nome l’aria della tenda mi investe.
“Su-chi” il piano della panca si solleva leggermente alla mia destra. La prossima sono io.
Improvvisamente provo una gran paura. Una paura che non capisco.
“Anna, tocca a te”.
“Di già?” la domanda sfugge alle mie labbra prima che me ne accorga.
“È ora Anna” mi risponde la voce, in un modo che non so leggere.
Le mani morbide di prima mi aiutano ad alzarmi.
Facciamo pochi passi. Lo spostamento d’aria mi fa ballare il ciuffo sulla fronte. Con dolcezza, le mani sulle mie spalle mi tirano su i capelli e li fermano, alti, con una pinza.
“Che bel nome hai, Anna” dice la voce.
Accenno un sorriso, voltando appena la testa. La paura mi impedisce di parlare.
“Anche la mia mamma si chiamava così” continua lei.
Sento un nuovo spostamento d’aria. Rumore di ganci che scorrono in alto, davanti a me. Le mani di prima mi tengono stretta e ad esse se ne aggiungono altre due, sui miei fianchi.
“Ora fai attenzione” mi dice la voce. “Ci sono due gradini. È bagnato, ma non puoi cadere. Ti teniamo noi. Tu lasciati guidare. È freddo, ma non dura tanto”.
Annuisco.
Inizio a salire. I piedi lasciano le mattonelle lisce per appoggiarsi su qualcosa di duro e grezzo. Sembra pietra. Un sottile strato d’acqua la ricopre. Faccio un altro passo e salgo ancora.
Ho la sensazione che la cantilena negli altoparlanti si faccia più forte, come accordandosi alla paura del mio cuore.
Ora dovrei entrare. Sono lì. Le mani mi spingono leggermente in avanti.
Ma io non avanzo.
“No” dico.
“Che succede?” la voce di prima è carezzevole, nessuna nota di stupore. Dev’essere abituata a reazioni simili.
“Non posso…” la frase mi si spezza fra i denti.
“Perché?” la voce non ha fretta.
D’improvviso riconosco la mia paura.
“Io no. Io sono cieca”.
Non aggiungo altro. Ma la voce sembra capire. Lo sento da come mi stringe: una stretta salda, ma che somiglia a una carezza.
Sono cieca. Da sempre.
Sono talmente abituata ad esserlo che non so immaginare di essere altro. Mi va bene. Posso vivere così. Ho sempre vissuto così. Non ho mai voluto credere nemmeno per un istante che potesse essere diverso.
Invece ora spero. Irrazionalmente. Spero.
E non voglio.
Sperare mi fa male.
Eppure mi rendo conto di non saperne fare a meno, ora.
È la cantilena, quella cantilena che si è insinuata nel mio cuore, senza che me ne accorgessi.
Quella catena che mi chiede di affidarmi.
“Fidati” mi dice la voce, come se mi leggesse nel pensiero. “Non c’è nulla da temere. Nulla che possa farti male”.
Il respiro mi si calma. Annuisco. Di colpo mi rendo conto di quante donne lì fuori aspettano che io avanzi, perché arrivi il loro turno. Capisco di non potermi fermare. Ho già perso troppo tempo. Una strana frenesia mi prende. Non di vivere io il mio momento, ma di permettere a loro di vivere il loro. Raddrizzo il capo, e così, nuda, priva di tutto, lascio che le mani mi guidino.
Sollevo il piede e lo immergo nell’acqua.
È gelida.
Sale su, mentre il mio piede si immerge, dalla punta dell’alluce al tallone e fino al polpaccio: è come essere immersa in un freddo tanto greve da essersi addensato fino a diventare liquido. Però non mi fa tremare. Anzi, mi anestetizza.
È una bella sensazione, mi rende sicura.
La mani mi invitano a proseguire.
Immergo l’altro piede, più avanti rispetto al primo. E mi rendo conto che il fondo si abbassa, come in una scala sommersa.
L’acqua mi arriva oltre le ginocchia. Il telo aderisce alle gambe. Ora il freddo è tale da bruciarmi la pelle. Tengo la testa alta, mentre le lacrime mi graffiano il viso. Vado avanti, accompagnata dai pianti delle donne alle mie spalle, dalla loro cantilena di dolore.
Le sento su di me, con me: quel popolo di donne sofferenti.
Mentre avanzo, guidata dalle mani ferme delle mie ancelle, ho solo questo pensiero in mente: loro, non io.
Io no. Io posso vivere così.
Guarda loro, guarda le mie sorelle che attendono di morire.
Non so a chi sto parlando. Non La conosco. Eppure Le parlo come se non avessi fatto altro da che sono nata.
Lei.
“Vuoi immergerti?” la voce dolce mormora alla mia destra.
No, vorrei dire.
Poi l’odore di mia madre mi riempie le narici, come se fosse qui, accanto a me, in questo momento.
“Sì” rispondo.
Per te mamma. Lo faccio per te.
Basta che finisca presto.
“Affidati alle mie mani” mi dice la voce. “Lasciati andare indietro. Ti caleremo un istante sotto e poi ti ritireremo su”.
Annuisco.
Sento il buio ruotarmi attorno, l’acqua risucchiarmi nel suo ventre. Con un gemito svuoto i polmoni, la cantilena scivola via dalle mie orecchie.
E sono sola.


Il buio, gelido e denso, mi avvolge.
No. Non gelido.
Ora è caldo. Di un tepore rassicurante, che mi fa venire voglia di addormentarmi.
Non respiro. Non ne ho bisogno. Eppure sento un profumo. Un profumo strano, di fiori.
Resto sospesa in quel limbo di pace, senza tempo, e a un tratto mi rendo conto di non volermene andare.
“Lo vuoi, Anna?” la voce dolce mi parla di nuovo. La sento vibrare attraverso il mio corpo, nel vuoto nero e caldo che mi circonda.
“Chi sei?” chiedo.
“Sono io”.
“Chi?” le mie labbra non si muovono, ma la mia voce parla, nel buio. “Chi?” chiedo ancora.
Per un attimo il suo silenzio ferma il mio cuore.
“Chi?” imploro.
“Sono Lei”.
L’acqua sulla mia bocca si tinge di sale.
Annegare fra le lacrime, così si dice.
Così mi sento. Come se tutto questo nero fosse fatto solo di lacrime, di tutte le lacrime che non ho mai pianto, prima di oggi. Le lacrime mie e delle mie sorelle, che attendono.
“Perché?” sento la mia voce di bambina vibrare. Quasi non la riconosco.
“Lo vuoi, Anna?” chiede ancora Lei.
“Perché?” piango.
“Perché te lo stai chiedendo”.
Resto in silenzio.
“Racconta, Anna” la voce sorride. “Racconta ciò che hai ricevuto”.
“Perché io?” chiedo ancora.
“Racconta ciò che Dio ha fatto per te”.


Prima che possa replicare vengo strappata al silenzio, la bocca mi si apre e l’aria invadente mi gonfia il petto, stretto nel telo appiccicato alla pelle.
Sento le mani raddrizzarmi e rimettermi in piedi, mentre vengo scossa dai singhiozzi.
“Visto? Questione di un momento. È già passata” mi rassicura un’altra voce. “Ora ti facciamo uscire”.
Sto singhiozzando, ma non c’è tempo per consolarmi.
“Tranquilla. È normale” dice solo la nuova voce. E poi mi sospinge.
Incapace di dire qualsiasi cosa, continuo a singhiozzare, lasciando che quelle mani mi guidino fuori dall’acqua, indietro sui miei passi, e di nuovo al posto dove ho lasciato i vestiti.
Sono stordita, confusa. E non capisco cosa sia successo.
Con il loro aiuto mi rivesto più in fretta che posso, combattendo il tremolio irrefrenabile che mi attraversa dalla testa ai piedi.
Non è freddo.
Non so cos’è.
Prima che me renda conto, vengo asciugata alla bell’e meglio e rivestita. Qualcuno mi riconduce all’uscita.
“Resta qui” mi dicono. “Vado a chiamare tua madre”.
Mi fanno appoggiare a una specie di pilone di legno e mi abbandonano, ancora in preda ai singulti.
Resto aggrappata a quell’ancora, smarrita, per un tempo che mi pare infinito.
Lentamente, il respiro mi si placa. Muovo la testa a destra e a sinistra, in attesa, mentre la cantilena negli altoparlanti si allarga, instancabile, nello spazio aperto.
La cantilena.
Finalmente l’ascolto. Ora è nella mia lingua.
…tu sei benedetta fra le donne, e benedetto è il frutto del tuo seno…”.
E rispondo. Come mi hanno insegnato.
“Santa Maria, madre di Dio …”.
Un vento sottile ha preso a tirare, portando il rumore delle fronde degli alberi, oltre il gorgoglio del fiume. Inalo il profumo dell’erba e lascio che quell’odore, piano, piano, finisca di quietare il mio cuore.
Avverto un piacevole calore solleticarmi il viso.
Dischiudo appena le palpebre, nel bianco che mi circonda.
Sorrido.
“Anna!” la voce di mia madre. È alle mie spalle.
Sembra allarmata.
Quasi sapesse. Quasi presagisse che qualcosa è cambiato.
Mi volto e la vedo.
Per la prima volta, fra le lacrime, io vedo mia madre.

***

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