domenica 2 gennaio 2022

A TE O DIO - Il mio personale ringraziamento per il 2021. Perché c'è sempre un motivo per dire grazie.


Quanti sorrisi hai perso in questi due anni? Quanti abbracci, quante cene, quanti pranzi, quante carezze, quanti traguardi da condividere, pianti da consolare, risate da distribuire, nodi da sciogliere…

Mentre sceglievo le foto per dare il mio personale Te Deum a un altro anno di esistenza che si scioglie, so di poter rispondere: io non ho perso niente. Perché per tutto ciò che ho perso, ho guadagnato di più, e in ogni momento ho cercato di vivere tutto, appieno, fin dove mi era permesso e oltre. E lodo Dio per tutto.

Perché mi fido che tutto ciò che ho perso dovevo perderlo,

perché credo che chi se n’è andato era giusto che se ne andasse,

perché so che il dolore da vivere era giusto che andasse vissuto,

e capisco che persino il peccato che ho commesso serviva a ricordarmi come la vita sia tutto questo: bene e male; pianto e riso; tristezza e gioia, peccato e redenzione.

Lo era prima del 2020. Lo sarà dopo il 2021.

In questo anno ho avuto l’onore di camminare accanto a ragazzi giovani dal valore inestimabile, cercando di mostrare loro gli uomini liberi che saranno un domani, lontano da me, quando diventeranno padri a loro volta;

ho avuto la grazia di scoprire degli amici nascosti dietro la maschera di “colleghi” e la fortuna di scoprire chi fra quelli che credevo “amici” indossava solo una maschera;

ho avuto il dono di trovarmi a condividere Dio con chi avevo cercato per condividere sesso;

ho vissuto momenti di normalità dove regnava la pazzia;

ho pianto solo quando davvero valeva la pena di farlo e ho avuto la grazia di poter ridere quando molti altri piangevano;

di tutto ho goduto secondo quanto poteva essere goduto: ho riscoperto la scrittura, ho ripreso timidamente a credere nel mio sogno, ho lasciato il lavoro, ho potuto di nuovo avere la grazia di sperimentare la Provvidenza, ho viaggiato in Italia e fuori quando il mondo intero diceva di restare a casa;

ho visitato un paese fatto di sole, di luce, di vento freddo e di alberi, di Dio e dei sapori forti che hanno le cose semplici, e ho potuto farlo con un amico al mio fianco;

ho ritrovato i compagni di strada persi e me ne sono fatti di nuovi;

ho scoperto che per chi cerca il Vero sempre, non esiste nazione o cultura che possa dividere;

ho lasciato andare commosso chi mi ha amato fin da prima che nascessi, grato del coraggio con cui ha vissuto con dignità e Bellezza fino alla fine;

ho potuto ricordare che la croce è pesante, ma non è la fine.

Forse tu che leggi non hai potuto godere di queste cose. Forse la paura ti ha schiacciato, il dolore ti ha sommerso, e l’ansia per ciò che ancora non è ti impedisce di respirare. Forse leggendo le mie parole provi rabbia, e forse quella rabbia cela un’invidia che non osi nemmeno ammettere con te stesso. Per qualcuno apparirò pazzo, per altri irresponsabile, per molti sarò un bugiardo.

Ma tutto questo non è né un mio merito, né una mia colpa. Questo lo fa Dio, per tutti. Un giorno alla volta, 365 giorni all’anno. Nel presente. Sempre. Anche quando non lo senti, anche quando non ci pensi.

Ogni volta che ci riprovi, che torni a guardare Lui, ti accorgi che Lui era sempre stato lì. Persino quando avevi perso te stesso, Lui non aveva perso te.

Perché "se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?" (Rm 8,31). E se lui ci guida lo fa in tempo di pace come in tempo di guerra; se si occupa di noi lo fa nella gioia come nel dolore; se ci ama lo farà prima della pandemia e anche dopo.

O è vero, o non è vero. O lo credi, o non lo credi.


E se lo credevi prima, quando stavi nell’illusione che tutto fosse sicuro e prestabilito, tanto più dovrai crederlo oggi che hai scoperto che non c’è nulla di sicuro o certo che non sia la morte. O il Suo amore.

E se non lo hai mai creduto, guarda all’evidenza: si può ancora vivere, si può sempre gioire. Se c’è chi lo fa, vuol dire che si può. Non vivendo nel ricordo di quando le cose andavano meglio; non aspettando il tempo in cui le cose miglioreranno: lo si fa oggi. Qui, ora.

Come si fa a non dire grazie? Come si fa a non vedere come "tutto concorre al bene per coloro che amano Dio?" (Rm 8,28)

Un anno di pandemia in meno. Un anno di vita in più.

Scegli tu cosa vedere in ciò che vivi.

Io ho scelto di dire grazie, ancora una volta.











































giovedì 28 ottobre 2021

"NON SEDERTI, RIALZATI, NON RIMPIANGERE IL PASSATO". Ultimo omaggio a una pittrice che ha fatto della sua vita un'opera d'arte. ANNA MARIA BRUCATO SARZANA: mia nonna.


In questo articolo le immagini sono fra le pochissime esistenti online di alcune delle centinaia
di quadri su vetro che in vent'anni di carriera, fra il 1975 e il 2000,
mia nonna 
ha dipinto e venduto fra Palermo, Roma, Milano, Parigi e Londra.

Mia nonna non ha mai voluto sedersi in vita sua. Mai.

Ad ogni festa, cena, compleanno, ricorrenza dovevi implorarla per farla stare seduta. "Dopo, dopo. Sto bene così". Persino quando ha iniziato a trascorrere più tempo in casa, quando doveva dipendere da qualcuno che la portasse in giro con la macchina per avere una vita sociale (cui non ha mai rinunciato fino a due anni fa), anche allora non osava sedersi, passando le ore a camminare avanti e indietro per il salotto per "non fare atrofizzare i muscoli delle gambe".

"Altrimenti è un attimo", diceva, "e ti ritrovi come quelle vecchie che non riescono a muoversi più". 

Aveva ragione, naturalmente. Lei, "vecchia", non lo è stata mai. Per questo molti la invidiavano. 

Tutti quelli che non ne restavano incantati, naturalmente. E non era difficile che accadesse. 

Avanti e indietro, avanti e indietro... Ha continuato ad andare al mare fino a 94 anni, come a cucinare, a fare cene, a giocare a burraco e a seguire i concerti al Teatro Politeama. Persino a disegnare finché ha potuto. Avanti e indietro, avanti e indietro... nel salotto, come nella vita. E certo, con tutto quel correre era un attimo mettere un piede storto e cadere. 

E infatti mia nonna cadeva.

Eh sì: di faccia, di fianco, sui gomiti… è caduta talmente tante di quelle volte negli ultimi dieci anni che ad oggi avrebbero potuto nominarla campionessa mondiale di 'triplo tuffo carpiato sul pavimento'. L'hanno persino investita una volta, proprio davanti la nostra parrocchia: quella chiesa che l'ha vista nascere, battezzarsi, fidanzarsi, diventare madre, nonna, poi bisnonna e che infine martedì le ha dato l'ultimo saluto.

Be' quella chiesa l'ha vista anche cadere molte volte.

Eppure ciò che ha sempre colpito tutti noi non era quante volte cadesse, ma come ogni volta riuscisse a rialzarsi senza un graffio. Ogni volta. 

Io per uno scivolone di tre mesi fa ho dolori ancora adesso. 

Ma lei no: non un graffio, né un lamento. 

Perché mia nonna era anche una che non piangeva. 

"Io potevo fare la regina" diceva. "Perché una regina non piange mai" (su questo aveva una specie di competizione personale con Elisabetta di Inghilterra, della quale era più grande di un anno, ma tant'è... nonna, alla fine quella ha battuto anche te!).  

In compenso sapeva ridere. Di gusto, di tutto, sempre.

D'altra parte aveva ragione a pensare di poter competere con una regina. Anche lei infatti era nobile, e non solo perché baronessa, ma perché nobile di una nobiltà che non si insegna e non è data dai titoli. 

Lei era una vera signora

Diventata pittrice di successo a cinquant'anni, per sfida, inventrice di una tecnica di pittura su vetro mai tentata prima, mia nonna detestava la mancanza di decoro e la vigliaccheria. Era brillante, bellissima, di una intelligenza sopraffina e con un carattere di fronte al quale i prepotenti e i mafiosi fuggivano. O restavano innamorati.

Eppure nel suo matrimonio aveva saputo farsi debole quando serviva, almeno in apparenza, per amore di un uomo che l'ha amata fino all'ultimo istante di vita. Ha dato la vita rinunciando a volte al suo amor proprio, perché i suoi figli potessero avere ciò che lei riteneva più importante di sé stessa: una famiglia unita. E perché imparassero da lei la capacità di non arrendersi mai. 

Non a caso lei è la donna che ci ha insegnato uno dei segreti dell'amore: "tre parole: pazienza, pazienza, pazienza". E i frutti nel tempo le hanno dato ragione: mia madre, mio zio, e con lei tutti noi, i suoi nipoti, le sue gioie, abbiamo goduto di questo amore sopravvissuto alle tempeste e diventato per questo fonte solo di gioia. Lei e mio nonno sono stati una delle coppie più belle che io abbia mai conosciuto, ma hanno passato anni di grande fatica: il trauma della guerra, le ferite reciproche, la perdita di un figlio... 

La vita non ha risparmiato loro il suo carico di sofferenza. E di certo non è che mia nonna non abbia sofferto. Tuttavia, come ogni volta, anche nella vita mia nonna si è sempre rialzata come nulla fosse, più forte di prima, senza versare una lacrima. Quando penso a come lei e mio nonno hanno vissuto, capisco il senso di ciò che dice san Paolo: tutto concorre al bene di coloro che amano Dio (Rm 8, 28).

Tutto. Anche la morte. Non importa quanto dolore possa capitarti: non sederti, rialzati, non perdere tempo a piangere ciò che non c'è più. Perché Dio è buono, e il meglio deve ancora venire.

So che tutte queste cose potrebbero far pensare a una persona dura. Per qualcuno poteva a volte apparire superficiale: la sua era una fede semplice e concreta, come tutto ciò che faceva, ma certamente lei non era una donna semplice con cui avere a che fare, come tutti coloro che pretendono molto da sé stessi.

Forse chi non l'ha conosciuta dalle mie parole potrebbe persino pensare che fosse una di quegli anziani cinici, ossessionati dalla cura di sé, magari in fuga dalla vecchiaia. 

Ma non è così. 

La vecchiaia non l'ha mai raggiunta, semplicemente perché lei non la stava fuggendo. Direi che mia nonna ha danzato con lei per anni e anni, mostrando al mondo la bellezza di una vita piena, vissuta con ogni goccia di sé stessi, fino all'ultimo istante, senza mai permettere al dolore di avere l'ultima parola e celebrando la bellezza in tutte le sue forme, rughe e solitudine comprese. Figlia di un mondo che non esisteva più, con la sua presenza lei lo ha mantenuto in vita ricercandone gli ultimi barlumi di bellezza nel presente, senza mai rimpiangere i 'bei tempi andati', ma facendo del tempo che aveva da vivere il migliore possibile.

Fino alla fine.

Ed è per questo che oggi voglio dirti grazie, nonna: per avere mostrato a me, a noi fratelli, a nostra madre, a tutti quelli che ti hanno incrociata almeno una volta sul loro cammino,  come stare nella vita a testa alta. Lo hai detto a noi e lo hai mostrato a a chiunque abbia visto un tuo quadro, o solo per il tempo di un pranzo abbia goduto del tuo cibo come dei tuoi racconti. Ma soprattutto grazie per avermi indicato come gioire di ciò che si ha, finché il Signore ci dà la grazia di averlo.

Ho pianto tanto, sai? Io non sono come te. Ma non ho timore di piangere, so che tu lo capirai. È stupendo farlo con chi ti ha amato, ma soprattutto è stato amato da te, sapendo che in realtà nessuno di noi ha altro motivo per versare una lacrima che non sia la gratitudine nei confronti di Dio per il dono di così tanti anni di questa tua vita piena della Sua bellezza.

Vai nonna, e goditi il concerto dell’eternità; so che il nonno non aspettava altro che te per ballare ancora questo ultimo walzer.

E forse, dopo, finalmente ti siederai.






Mia nonna poco più che ventenne, con mia madre e mio zio. 


Una delle poche foto insieme. Pasqua 2017. Qui mia nonna aveva 'solo' 92 anni.

mercoledì 27 ottobre 2021

QUATTRO ANZIANI DUE CANI E UNA PROSTITUTA - Dopo 7 anni da "Io sto con Marta!" una nuova storia di speranza su come non sia mai troppo tardi per dare una svolta alla propria vita!

Una farmacista single ex sessantottina, un pensionato che parla con la moglie morta, un settantenne latin lover ossessionato dalla sua pancia, e una perfetta 
sciura di chiesa con inconfessabili fantasie sessuali e un’ironia dissacrante, si ritrovano ad essere i protagonisti della più rocambolesca avventura che abbia mai visto coinvolti quattro pensionati.

Per aiutare la ragazza a pagare il suo debito con la malavita, i quattro dovranno affrontare boss, improvvisarsi ladri e soprattutto riuscire nella sfida più grande di tutte: imparare ad andare d’accordo! La Congiura dei Pensionati è il primo capitolo di una commedia brillante che vi farà ridere e commuovere, riflettere e restare col fiato sospeso. Una storia sulle risorse che si nascondono in ognuno di noi e sul diritto di esistere di tutti quelli che il mondo vorrebbe dimenticare. 

Perché in fondo non è mai troppo tardi per cambiare la propria vita. 

Anche a settant’anni!

Dopo 7 anni da "Io sto con Marta!" (Mondadori), esce il mio nuovo romanzo comico in parti: "Quattro Anziani due Cani e una Prostituta". Una nuova storia di speranza sulla terza età, sull'amicizia e sul valore che hanno tutte le esistenze.
Anche quelle che il mondo vorrebbe dimenticare.

Potete ordinarlo in cartaceo o in formato digitale a questo link (dove trovate anche gli altri miei romanzi).

Se vi piacerà, condividete, commentate, recensite e fate stories con il libro! Aiutatemi a farlo salire in classifica come nel 2015 avete fatto con "Io sto con Marta!".

Senza di voi non si può fare!

PER QUALSIASI INFORMAZIONE SU COME ACQUISTARE IL PRIMO ATTO DEL ROMANZO O SU COME PRENOTARE IL SECONDO ATTO GUARDA IL VIDEO DI PRESENTAZIONE QUI SOTTO!
 

venerdì 6 agosto 2021

SOTTO IL CIELO DELLA PALESTINA - Nessun uomo è fatto per soffrire. Finalmente in un unico volume la raccolta completa


 
Dopo aver toccato il cuore di più di duemila lettori, le tre storie di Sotto il Cielo della Palestina vengono finalmente riunite in un’unica raccolta. Una donna senza figli intrappolata in un matrimonio infelice; un uomo senza famiglia che vive per la moglie; un bambino senza padre che conta sull’amico del cuore, cercando di non fare pesare alla madre il fatto di non sentirsi come gli altri. Tre vite mancanti di qualcosa, tre esistenze della più comune - e infelice - normalità, diventate immortali grazie a un incontro che ne ha cambiato le sorti per sempre: quel singolo giorno in cui i loro passi si sono incrociati per caso con quelli di un forestiero destinato a diventare l’uomo più influente della Storia. 

Yokabe, Giairo e Levi sono storie di oggi accadute duemila anni fa. Tre universi differenti, legati da un unico filo rosso: la speranza che ogni uomo ha di trovare un senso a ciò che vive, l’amore che lega gli essere umani gli uni agli altri, la consapevolezza che le vite degli ultimi non sono dimenticate e che anche l’esistenza più piccola può cambiare il destino dell’umanità intera.


SOTTO IL CIELO DELLA PALESTINA è acquistabile in formato cartaceo sia su Amazon in qualsiasi libreria del circuito Mondadori e Feltrinelli sotto l'etichetta "Youcanprint".







domenica 14 marzo 2021

IL SEME DI MELA - Piccola storia su come ho scoperto di non essere Dio (per fortuna).


L'anno scorso ho piantato per gioco un seme di mela in un vaso insieme a dei semi di peperoncino. Il mio obiettivo era il peperoncino, non certo la mela. Eppure inaspettatamente fu proprio il seme di mela l'unico a germogliare.

Nel giro di un mese venne su un bell'alberello con sette foglie. Ero molto fiero del mio piccolo melo. Avevo imparato a conoscerlo, scoprendo che troppa
acqua lo affaticava e che in realtà lui stava bene se lo si lasciava in pace a prendere sole e pioggia senza particolari attenzioni.
Poi è venuta l'estate e sperando di fare bene l'ho lasciato ai vicini.
Fine del melo.
Così a settembre quando mi sono trovato un melo morto, e una piantagione di funghi nello stesso vaso (a testimonianza di quanta luce aveva preso il mio povero alberello) ho deciso di ripetere il miracolo e ho iniziato a disseminare ovunque semi di mela innaffiandoli costantemente.
Nulla. Non c'era più luce, non c'era più caldo. Il miracolo non poteva avvenire.
Sono passati mesi durante i quali ho protetto in casa i basilici nati per caso dai semi di quelli morti prima dell'estate, mentre fuori la neve, il vento e il resto spazzavano i vasi e le erbe spontanee, uniche superstiti insieme alla menta.
L'altra mattina sono uscito sul balcone per guardare la mia menta e... Eccoli lì: i semi di mela erano germogliati. Non uno, non due, ma tre in due vasi diversi. Nemmeno ricordavo più di averli piantati lì.
Ecco, so che è banale la metafora, ma ammetto che nel coltivare le piante, così come nel fare il pane, è stupendo riscoprire con la concretezza dell'esperienza il senso di quelle parole che Gesù usava per spiegare il regno di Dio ai suoi discepoli. A noi.
«Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa. Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga. Quando il frutto è pronto, subito si mette mano alla falce, perché è venuta la mietitura». (Mc 4, 26-32)
È proprio vero: la nostra vita, così come la missione che Dio ci ha dato, sono così. Ti dai tanto da fare, fatichi, progetti e ti convinci di fare tutto al meglio nell'illusione di essere tu a costringere il seme a germogliare. Di essere tu a generare il miracolo. Ma è solo un'illusione. Se non è il tempo, nulla crescerà.
Il miracolo non lo fai tu. Perché tu non sei Dio.
Tu sei solo un servo. Uno strumento. Puoi solo provare a creare le condizioni migliori: se non semini nulla cresce. Ma se semini, non sarà questo ad autorizzarti a pretendere che cresca qualcosa.
A volte nella nostra vita è così: ho amato così tanto quel figlio eppure lui sta male lo stesso e magari mi odia pure; ho fatto tutti i corsi sull'affettività, e invece sono ancora qui a quarant'anni solo come un cane; ho insegnato tutto quello che sapevo ai miei studenti, eppure nessuno sembra aver imparato niente; ho fatto tutto ciò che ho potuto per quel sogno, quel progetto, quella missione che Dio mi aveva dato, ma non ho ottenuto nulla; ho usato le parole migliori, ho pensato ogni singolo dettaglio per portare Cristo agli altri, e invece nessuno mi ha creduto.
Ho seminato, innaffiato, irrogato, ma nulla germoglia.
E poi quando hai smesso di pensarci, quando ti arrendi all'evidenza del fatto che tu non hai potere sulla vita, ecco che la Vita si manifesta.
E arriva ciò che speravi. E spesso arriva quello che non osavi nemmeno sperare: pianti peperoncino e ti arriva un albero di mele.
La Vita si manifesta: perché essa ti precede e ti oltrepassa. Non dipende da te, anche se ha bisogno anche di te.
Il tuo compito è solo di seminare, e poi rimetterti in contemplazione di ciò che, quando si manifesta, lo fa per grazia, non perché lo decidi tu.
Non sta a noi far germogliare. A noi sta seminare. E avere fiducia. Perché anche se oggi non vedi nulla, persino quando avrai perso le speranze di vedere qualcosa, stai sicuro che Dio sa bene quando è il tempo giusto perché ciò che hai seminato germogli. Nella tua vita, come in quella di coloro che ami.
Una mattina ti alzerai e scoprirai che il miracolo è avvenuto.
Come, nessuno lo sa.
Continua a seminare e poi lascia andare. Perché la gioia non sta solo nel vedere il frutto: la gioia sta nell'aver fatto la nostra parte, sapendo che questo era tutto ciò che ci veniva chiesto.
Perché la primavera prima o poi torna sempre. Che tu ci pensi o no.

sabato 23 gennaio 2021

L'INCOERENZA E' LA VIRTU' DEI DEBOLI - Elogio di un "difetto" e della sua speranza nascosta


volte capita che gli uomini, anche quelli di fede, facciano della coerenza una virtù in sé, unico metro per misurare quanto una persona sia corretta o meno rispetto a un dato modello di perfezione (generalmente astratto e irraggiungibile) che provoca la frustrazione e il dolore di molti, e in base al quale ci si permette di giudicare chi è meritevole di plauso e chi no.

A me ha sempre incuriosito invece come la coerenza non sia nominata in nessuno degli elenchi delle virtù evangeliche: né cardinali, né teologali, e nemmeno tra i doni o i frutti dello Spirito Santo.

Perché? Perché Dio sa bene come siamo fatti.

L'incoerenza è una componente costitutiva dell'essere umano, strettamente connessa a una delle sue capacità più fondamentali: quella di cambiare.

Noi la guardiamo sempre dal punto di vista di chi "predica bene, ma razzola male" e non ci soffermiamo mai sul fatto che si può anche "predicare male e razzolare bene", come nella parabola dei due figli, di Matteo. (Mt 21, 28-31)

Certo, forse sarebbe meglio fare bene entrambe le cose, predicare e "razzolare", ma dal momento che nella mia esperienza le persone che guardano alla coerenza come a una virtù, sono anche le stesse più crudeli nel giudicare la debolezza altrui, non è detto che dietro a tale "virtù" più spesso non si nasconda un desiderio di perfezionismo che puzza di orgoglio e che ricorda tanto un idolo.

La verità è che nella possibilità dell'uomo di essere incoerente sta anche la sua speranza di essere migliore. Perché, se fossimo sempre coerenti con noi stessi, dovremmo anche restare sempre coerenti col male che commettiamo. 

L'incoerenza infatti è il fondamento e l'unico presupposto che rende possibile la conversione. 

Se San Francesco fosse stato coerente, sarebbe rimasto a gestire l'azienda di famiglia, o forse sarebbe morto in guerra.

Se San Paolo fosse stato coerente sarebbe morto assassino.

Se San Pietro fosse stato coerente, la Chiesa non esisterebbe.

Nessuno fra coloro che hanno seguito Gesù ha mai brillato per coerenza nella propria vita.

In fondo Hitler è stato uno degli uomini più coerenti della Storia, eppure non mi pare che questo sia stato un bene per l'umanità.

L'unica coerenza cui (forse) possiamo aspirare umanamente è quella delle intenzioni: del riconoscere la Verità sempre, anche quando non riusciamo a viverla, senza smettere di chiamare il male, "male", e il Bene "Bene". Solo così il nostro parlare sarà "se sì, sì, se no no" (Mt 5, 37). Quanto all'agire, infatti, sarà Dio a fare ciò che noi non possiamo fare da soli.  Il resto, si sa, viene dal diavolo.

A noi non è chiesto di essere coerenti. A noi è chiesto di provare a fidarci dal fatto che Dio ci ama con tutta la nostra incoerenza. 

Quel "pace in terra agli uomini di buona volontà", che purtroppo non sentiremo più a messa, era di questo che parlava: pace in terra agli uomini che ci provano


Pace in terra a chi si fida di Cristo più che delle sue forze. 
Pace in terra chi oggi ce la fa e domani no.
Pace in terra a chi non si arrende per questo.
Pace in terra a chi ricomincia sempre.

E' il provarci che dà pace, non il fatto di riuscirci. Provare a credere che esista un Dio che non misura i risultati, e nonostante questo si fida della nostra possibilità di cambiare, scegliendo di lasciarci amare da Lui. Solo l'incoerenza infatti rende evidente la gratuità dell'amore di Chi ci ama sapendo che prima o poi Lo tradiremo di nuovo, e nonostante questo non resta mai deluso. 

In fondo, quando riceviamo il perdono, e proprio su questo che Cristo
conta: su quella incoerenza che ci ha fatto allontanare da Lui.

La stessa grazie alla quale ancora una volta a Lui potremo tornare.

martedì 16 giugno 2020

LETTERA DI UN OMOSESSUALE PER LA LIBERTÀ - Agli onorevoli deputati, contro il DDL sull'omofobia: "non privateci della dignità di esseri umani".



Agli Onorevoli Deputati,

mi chiamo Giorgio Ponte, ho 36 anni, sono uno scrittore, un insegnante e sono anche una persona con attrazione omosessuale.

Non sono un giurista, e tuttavia ho deciso di dare il mio contributo sul DDL Scalfarotto/Zan per il reato di omofobia, essendo direttamente coinvolto dal suo contenuto. Ho creduto infatti che ascoltare la storia di una persona che questa condizione la vive, potesse aiutarvi nel decidere se tale norma custodisca un reale bene, non solo per le persone omosessuali, ma per la società intera. Poiché, ve lo anticipo, per l’esperienza mia e di molti come me, essa rischierebbe di essere più un danno che una tutela. Tuttavia prima di decidere se quanto dico abbia senso, vi prego di avere la pazienza di arrivare fino in fondo a questa lettera e alla mia storia, per capirne le ragioni.

Sono nato in una famiglia del sud, ultimo di quattro figli molto più grandi di me. I miei genitori hanno amato sia me che i miei fratelli di un amore totale e incondizionato, e tuttavia nel farlo non hanno potuto prescindere dalle ferite che loro stessi si portavano dietro e dai molti contraccolpi che la vita aveva loro inferto.

Il desiderio disperato di figure maschili con cui identificarmi e che mi dessero un’attenzione che non trovavo in casa per come avrei voluto, mi fece presto sviluppare una confusione sul mio genere di appartenenza, seguita poi da una forte attrazione per gli uomini. Ero un bambino molto solo e perennemente insicuro: abituato a stare con adulti, avevo imparato a parlare come loro, rendendomi un alieno rispetto ai miei coetanei. 

Qualcuno oggi direbbe che fui vittima di omofobia. La verità è che appartenevo solo all’immensa schiera di ragazzini fragili che da sempre a scuola vengono bullizzati da altri più fragili di loro: ciccione, secchione, con gli occhiali, l’apparecchio, scarso nello sport… la mia storia non è diversa da quella di tanti altri che mi hanno preceduto e seguito. E come molti di loro, era solo questione di tempo prima che qualcuno fuori di casa si approfittasse di tutto questo.

Dagli undici ai quattordici anni fui vittima di abusi da parte di uomini più grandi, molto più grandi di me, per diverse volte e su diversi mezzi che mi portavano a scuola.  Per anni ho portato il peso di quegli episodi, dei quali mi sentivo corresponsabile per la mia attrazione omosessuale. Una cosa che ho poi scoperto essere comune in molte storie di abusi.

Se vi racconto queste cose non è per suscitare in voi sentimenti di commiserazione o pietà, ma solo per dirvi che io so cosa sono violenza, dolore e prevaricazione. Ed è proprio perché so che tipo di meccanismi generino, che non credo che una legge contro l’omofobia faccia il bene di chi le ha subite. Ma per capire il perché, vi prego ancora di sospendere il giudizio e continuare a leggere.

All’inizio la tentazione fu di riversare la mia rabbia su tutti, usandoli a mio piacimento, solo in virtù del fatto che io avevo sofferto più di loro (così pensavo), e questo mi rendeva diverso. In un certo senso mi rendeva persino migliore.

Un sentimento questo che riconosco amplificato e moltiplicato nei movimenti gay, dove le ferite dei singoli si sommano diventando ferite di una collettività, e tutti ci si muove alla ricerca di un capro espiatorio che paghi per il male che qualcuno ci ha fatto quando eravamo bambini o adolescenti, e che non appaga mai quel desiderio di riscatto che alla lunga diventa desiderio di vendetta, poiché la ferita da cui esso è generato rimane scoperta e sanguinante.

Anche io vivevo così: io, e io solo, avevo il diritto di pretendere, di arrabbiarmi, di lamentarmi. E soprattutto il diritto di arrendermi.

Diventai egoista e prevaricatore. Ma ciò che era peggio, avevo fatto di me un fallito.  Continuavo senza accorgermene ad autosabotarmi in tutto ciò che facevo per confermare quell'immagine di bambino abusato, solo e triste, vittima della vita e per questo autorizzato a non vivere. Come se non bastasse, quei primi abusi subiti, innestandosi sul mio bisogno di amore, mi avevano inconsciamente “insegnato” che se volevo ricevere attenzione e affetto da un uomo, il sesso era l’unica modalità per averli.

Non conoscevo l’amicizia. Soprattutto non sapevo cosa fosse l’amicizia con gli altri uomini, terrorizzato com’ero da loro, per quelle prime esperienze subite e per il ricordo dei miei compagni di quand’ero bambino, mai abbastanza maturi per accorgersi di me e del mio dolore. 

Mi stavo destinando all’infelicità, permettendo così ai miei carnefici di continuare a condizionare la mia vita, anche molti anni dopo che essi non c’erano più.

Finché a un certo punto qualcuno si accorse di quel dolore e seppe prendersene cura. Ed è a causa di questo evento che oggi io vi chiedo di non approvare una legge sull’omofobia. Ciò che allora accadde a me infatti, se una legge simile passasse, adesso non sarebbe più possibile per altri.

In un’epoca in cui, seppur a fatica, si potevano ascoltare pluralità di voci diverse su questi temi e non era ancora di moda dire che ogni cosa che si prova va assecondata, qualcuno invece di imprigionarmi dietro a un pietoso “poverino”, ha provato a entrare con me nel mio dolore, nella mia storia e si è chiesto perché provassi ciò che provavo, partendo dal presupposto che nessun desiderio è in sé una colpa, ma esso è importante perché dice qualcosa su di noi.

Quel qualcuno è stato la Chiesa. Attraverso uomini e donne che hanno avuto per me sufficiente amore da non permettermi di piangermi addosso, reputandomi all’altezza dell’esistenza e scuotendomi dal mio vittimismo. La Chiesa mi ha reso un uomo, nel senso più profondo del termine: non perché eterosessuale, ma perché di nuovo protagonista della mia vita.

Io ero degno di attenzione e rispetto quanto gli altri, ma non di più.

Quella tanto auspicata “uguaglianza” di cui i movimenti LGBT si erano sempre fatti sostenitori a parole, io la stavo vivendo grazie alla prima Istituzione che ai loro occhi avrebbe dovuto odiarmi. Non ci furono forzature, né richieste di “cambiamento” (dell’orientamento, s’intende. Perché l’atteggiamento nei confronti della vita, quello sì doveva cambiare, se volevo essere felice!); non ci furono nemmeno buonismi e facilitazioni: io ero uomo come gli altri e ciò che era chiesto a me era ciò che è chiesto ad ogni singolo uomo sulla faccia della terra, dalla sua Chiesa, come dalla vita.

E così faticosamente ricominciai a vivere, a sperare, a gioire, a godere delle cose. Mi fu restituito ciò che pensavo fosse perduto: il rapporto con mio padre, amici maschi che mi amassero in profondità, la consapevolezza dalla mia forza. E sopra ogni cosa la responsabilità della mia vita.

Non diverso da com’ero, ma al meglio di ciò che potevo essere, perché cosciente del significato che aveva la mia omosessualità nella mia storia: non un’identità, ma una piccola parte di me; il segno di una ferita che parlava di un bisogno legittimo del mio cuore.

Desideravo essere riconosciuto e amato dagli altri uomini, non più attraverso il sesso, ma nella libertà che non cerca di possedere l’altro. E finalmente qualcuno mi stava permettendo di fare esperienza di quell’amore.

Bene, direte voi, buon per te, ma cosa ha a che fare questo con la legge sulle discriminazioni contro le persone omosessuali? Molto in effetti.

Perché vedete, onorevoli deputati, se una legge contro il reato di omofobia dovesse passare, da domani tutto questo non sarebbe più possibile né raccontarlo, né tantomeno viverlo. Per nessuno. Poiché per intraprendere un cammino del genere, io sono dovuto partire dalla consapevolezza che la mia omosessualità non fosse innata, e questo è uno di quei concetti che sempre più vengono messi al bando a livello mondiale, bollati come omofobi, appunto, dalle comunità LGBT, persino quando a sostenerli sono centinaia di migliaia di persone omosessuali in tutto il mondo, anche non credenti.

E ciò che è capitato a me da quando ho deciso di raccontare la mia esperienza, ne è la conferma: cinque anni fa infatti, ho scelto di espormi nel dibattito pubblico per permettere ad altri di sapere quelle cose che a me era costato anni di lacrime e sangue scoprire.

Da quel momento insulti e minacce sono piovute su di me, sui miei cari, su chiunque mi sostenesse. “Ucciditi”; “Tua madre avrebbe dovuto abortire”; “Ma perché non ti tagli le vene?” sono solo alcuni, tra quelli che il contesto di una simile lettera mi permetta di riferirvi. Ciò che mi ha fatto più male però e che simili parole non siano arrivate dai “cattolici oltranzisti e omofobi”, ma da fratelli attivisti dell’associazionismo gay: cioè da chi oggi vorrebbe far passare una legge che dovrebbe impedire l’odio contro le persone omosessuali.

Quando una simile legge passerà, chi mi difenderà da questa violenza? In quanto persona con attrazione omosessuale, sarà omofobo colpirmi o sarò io l’omofobo? E nel caso, in base a quale criterio oggettivo un giudice potrà stabilirlo?

Badate, non cascherò anche io nella logica della vittima che ha bisogno di tutele speciali: sapevo cosa mi aspettava quando ho scelto di espormi, e me ne sono assunto i rischi. Inoltre a fronte di tutto quel male, ho potuto aiutare tantissimi fratelli di ogni età e condizione, a trovare le risposte che qualcuno aveva loro consapevolmente nascosto, e questo valeva il prezzo di ogni singola offesa.

Non temo chi mi insulta e paradossalmente qui difendo anche la sua libertà di farlo.

Oggi non scrivo infatti per difendere la mia fede, ma la democrazia stessa. Se credete che questo sia un problema che riguarda solo gli omosessuali cattolici, vi sbagliate: in questi giorni le lesbiche sono state attaccate per aver rivendicato il loro essere donne rispetto alle trans, che donne lo “diventano”. L’effetto è stato che gay maschi e trans vorrebbe togliere la “L” di lesbica dalla sigla LGBT.

Ditemi, onorevoli deputati, se una legge così passasse, anche le lesbiche saranno accusate di omofobia? E cosa faranno a quel punto le femministe? Accuseranno i gay di sessismo diventando anche loro omofobe o difenderanno le trans, diventando lesbofobe?

Quale reato sarà peggiore, quale “categoria umana” più meritevole di protezione?

Non è retorica, è già realtà: questo è il mondo che ci attende se una norma così verrà approvata; un mondo dove per tutelare tutti, nessuno sarà più libero di dire nulla.

È ovvio che nessuno può tollerare che una persona sia picchiata, vessata, o licenziata per il suo orientamento sessuale o per qualsiasi altra scelta personale. Ma un simile comportamento è già punito dal nostro ordinamento per chiunque ne sia l’esecutore, mentre fare una norma apposita, in questo modo peraltro, rischia di considerare violenza anche ciò che è solo un’opinione contraria, partendo dal presupposto che, contrastare con l’opinione di qualcuno, sia in sé un sintomo di odio verso di lui, mentre il più delle volte è solo segno di libertà interiore e talvolta anche di amore.

Onorevoli deputati io qui non vi chiedo di condividere i miei valori o le mie convinzioni: io vi chiedo di permettere a persone come me, omosessuali tanto quanto quelli che la legge l’hanno proposta, di poter continuare a raccontare le loro storie, senza rischiare il paradosso di finire incriminati per il reato di omofobia, o di “fautore dell’odio” come questa legge permetterebbe di fare.

Io vi chiedo che non sia negata la pluralità di voci e informazioni che uno stato democratico dovrebbe garantire ai suoi cittadini, e che a me in altri tempi ha salvato la vita.

Io vi chiedo di non approvare una legge che nella sostanza compia la più grave discriminazione che gli stessi attivisti LGBT per anni si sono battuti per eliminare: sottolineare la diversità degli omosessuali rispetto a qualsiasi altro essere umano.

Infatti dal giorno dopo in cui essa sarà approvata essere picchiati o insultati o isolati perché grassi, magri, brutti, ingenui, stupidi… sarà meno importante di quanto non lo sia subire ciascuna di queste terribili cose perché ti piace una persona del tuo stesso sesso.

È giustizia questa? È equità? È uguaglianza?

Mi rivolgo a chi tra voi è omosessuale: davvero vogliamo questo? Essere considerati un’umanità a parte, solo per le nostre preferenze sessuali? Non sarà forse questa legge una ragione in più per attirare addosso a chi ha attrazione omosessuale odio e desiderio di vendetta per una simile prevaricazione? Non ci isolerà ancora di più impedendoci di essere pienamente noi stessi, uomini integrati nella società, che non hanno bisogno di ghetti e riserve protette?

Se questa legge passerà, oltre a privare l’intera società della libertà di espressione, voi contribuirete a cambiare la percezione che le future generazioni avranno di sé stesse, privandole del diritto fondamentale di riconoscersi come uomini e donne, riducendoli alla loro attrazione sessuale, omo e non, e dicendo loro nella sostanza che c’è un mondo che li odia dal quale non avranno mai la forza di difendersi se non tappandogli la bocca.

Alcuni che erano amici si troveranno ad essere nemici, ci saranno nuove vittime e nuovi carnefici e la spirale dell’odio non si fermerà. Perché la chiave della risoluzione dei conflitti non sta nel tappare la bocca al nostro avversario, ma nel permettere che il conflitto stesso esista, poiché esso è il fondamento di un sistema libero, sapendo che un avversario non sempre è un nemico.

Non siate coloro che per tutelare il supposto bene di qualcuno, hanno ucciso la libertà di tutti, finendo col colpire persino coloro che pensavano di proteggere.

Vi imploro non da persona con attrazione omosessuale, ma da uomo, da cittadino che parla ai suoi rappresentanti, siate per i vostri figli ciò che la Chiesa fu per me; siate quegli uomini e quelle donne coraggiose nei quali i nostri figli un giorno possano desiderare di identificarsi.

Fate una cosa coraggiosa.

Fate la cosa giusta, perché tutti possiamo essere davvero liberi.